Ulyana aveva 48 anni e nessun posto dove passare la notte. Viveva per strada e ogni sera tornava in via Marina, non lontano dai giardini di Porta Venezia intitolati a Indro Montanelli, per trascorrere la notte nella sua "casa", un ammasso di cartoni, sacchi e bidoni nascosti dietro ad una pompa di benzina.Ed è lì che alle 7.45 di ieri mattina un suo compagno di sventure, un clochard polacco di 37 anni, ha trovato il suo corpo ormai senza vita. Inutile l'int ervento del 118: Ulyana Shmalyuk, originaria dell'Ucrai na, era già morta da un pezzo. Uccisa - con tutta probabilità - dal freddo artico che l'altroieri notte avvolgeva Milano. A stabilirlo con certezza potrà essere soltanto l'autopsia, già disposta dal magistrato di turno, ma sul corpo della donna non c'era no segni di violenza o ferite, se non un vecchio taglio sulla fronte già suturato da tempo e che quindi non avrebbe nulla a che fare col decesso.
fonte: CronacaQui
giovedì 16 dicembre 2010
Milano, senzatetto ucraina uccisa dal freddo: centinaia a rischio
Etichette: milano, morte, senza tetto, ucraina
Pubblicato da AdminK alle 19:36 0 commenti
mercoledì 10 febbraio 2010
Avellino, bambino ucraino picchiato da coetaneo: "Sei straniero"
Brutto episodio di razzismo in un istituto nella provincia di Avellino. Un bambino di nazionalità ucraina sarebbe stato infatti picchiato questa mattina nei corridoi della scuola media di San Martino Valle Caudina da un suo coetaneo probabilmente perché «straniero». Una motivazione che, se verificata, peggiorerebbe l'atto di violenza già grave di per sé.
Il compagno lo avrebbe malmenato con violenza a suon di calci e pugni, tanto che inizialmente la vittima era stata ricoverata per precauzione presso l'ospedale Rummo di Benevento e poi per fortuna dimesso dopo esser stato adeguatamente medicato. Il bambino aggredito vive ormai da molti anni qui in Italia, insieme alla madre e alla nonna.
fonte: Barimia
martedì 3 novembre 2009
Ha violentato un'albanese e un'ucraina, arrestato un radiologo romano
E' finito in manette questa mattina un uomo di 50 anni, con l'accusa di sequestro di persona, violenza sessuale e lesioni personali. Il violentatore seriale ha 50 anni, lavora come tecnico radiologo a Roma, sua città d'origine, ma vive a Viterbo. Il suo arresto è stato possibile grazie alla testimonianza resa dalla sua ultima vittima, una donna albanese di 30 anni a cui l'uomo aveva eseguito una mammografia evitandole lunghe attese.
L'uomo ha successivamente invitato la donna al bar e l'ha narcotizzata sciogliendo della benzodiazepina nel caffè. La donna stordita si è risvegliata il giorno successivo seminuda in un letto di un'abitazione del tecnico ed ha subito denunciato il fatto ai Carabinieri dell'Alessandrino di Roma. Analoga tecnica è stata adottata ai danni di un'altra donna ucraina di 40 anni conosciuta in una chat. Tuttavia gli inquirenti, visto le modalità adottate con premeditazione dall'aggressore, ipotizzano che altre donne siano cadute nella rete del radiologo e che probabilmente per vergogna o paura non hanno avuto il coraggio di denunciare l'episodio.
fonte: Dazebao
Etichette: albania, roma, ucraina, violenza sessuale
Pubblicato da AdminK alle 19:23 0 commenti
martedì 16 giugno 2009
Clandestina muore dissanguata per paura di una denuncia
Ha cominciato a perdere sangue, probabilmente per un aborto spontaneo, si è sentita male ma non ha voluto chiedere aiuto. Ha avuto paura. Paura di perdere il lavoro appena trovato, paura, forse, di essere giudicata. Così è morta Vira Orlova, che si faceva chiamare Ylenia, una donna che avrebbe compiuto 40 anni l'11 giugno prossimo, di nazionalità ucraina, arrivata - forse due anni fa - in Italia, come tante donne dei Paesi dell'Est, per fare la badante. Il suo corpo è stato trovato in una pozza di sangue in un appartamento di via Grotta Regina, nella località costiera barese di Torre a Mare.
Di lei si sa poco. Gli investigatori stanno cercando di rintracciare le sue amiche per poter ricostruire i suoi ultimi giorni di vita, anche per risalire alla data di arrivo in Italia. Per il momento i carabinieri hanno trovato il suo passaporto nella stanza che occupava: sanno il suo nome, la sua età, sanno anche che era una clandestina perchè sul passaporto non ci sono visti di ingresso in Italia, e sanno che in quell'abitazione di Torre a Mare Ylenia accudiva da pochi giorni un'anziana non autosufficiente. È stato proprio il figlio dell'anziana a dare l'allarme ai carabinieri e a raccontare agli investigatori che Ylenia - questo il nome riferito dall'uomo - «era in prova». Secondo il racconto dell'uomo, Ylenia era in quella casa solo da pochi giorni.
Secondo quanto finora è stato accertato dai carabinieri, la badante durante la notte, mentre probabilmente era sola in casa con l'anziana, avrebbe avuto una forte emorragia, forse causata da un aborto spontaneo. La donna ha raccolto il sangue che perdeva in una bacinella, che è stata trovata dagli investigatori nella sua camera da letto. Chiusa nella sua stanza, Ylenia aspettava e sperava di star meglio. Poi è uscita dalla camera da letto per andare in bagno, ma è stata colta da malore ed è caduta per terra, in seguito alla forte perdita di sangue. È morta senza chiedere aiuto. Il passaporto della donna è stato trovato in un appartamento di Mola di Bari, a pochi chilometri dal capoluogo pugliese, nel quale lei si recava, ospite di amiche, nei giorni di riposo.
Donne che i carabinieri ritengono siano clandestine e delle quali si ha traccia nel racconto fatto ai carabinieri dal proprietario dell'appartamento dove lavorava. Non è stato per ora possibile rintracciarle. Ylenia pare fosse separata e madre di un figlio ormai grande. Tra i suoi effetti personali i carabinieri non hanno trovato alcun riferimento che possa condurre ai familiari: solo alcuni medicinali con caratteri cirillici, giornali in lingua russa e un portafoglio contenente 30 euro. Il suo attuale datore di lavoro ha riferito ai carabinieri che prima di giungere a Torre a Mare la donna aveva vissuto per un periodo a Mola di Bari. Il corpo della donna è stato trasferito all'ospedale di Acquaviva delle Fonti (Bari) per l'autopsia disposta dal sostituto procuratore di turno Ada Congedo.
fonte: L'Unità
Etichette: bari, clandestino, morte, salute, ucraina
Pubblicato da AdminK alle 16:19 0 commenti
mercoledì 1 aprile 2009
Stupro: arrestati padre e figlio
I Carabinieri hanno arrestato anche il padre ed il fratello di Vincenzo Maio, pastore, gia' fermato il 30 marzo con l'accusa di stupro.I tre sono accusati di avere prima narcotizzato con una bevanda e poi stuprato una ragazza ucraina di 21 anni. Nel prosieguo delle indagini dei Carabinieri di Piedimonte Matese, e' emerso il coinvolgimento nello stupro anche di Antonio e Graziano Maio, 50 e 34 anni, che sono stati arrestati stamani con l'accusa di violenza sessuale di gruppo.
fonte: Libero.it
Etichette: caserta, stupro, ucraina, violenza sessuale
Pubblicato da AdminK alle 23:22 0 commenti
lunedì 16 febbraio 2009
Le offre un posto da badante Ma durante il «colloquio» la violenta
Sesto San Giovanni ha fatto da sfondo a una nuova violenza. Un’ucraina di 36 anni è stata attirata in un’abitazione di via Marx, popolosa zona alla periferia della città, con la promessa di un lavoro. Un uomo A. M., 52 anni, già noto alle forze dell’ordine, aveva, infatti, letto su un giornale l’annuncio della donna, sposata e senza figli, che stava cercando un posto da badante o signora delle pulizie. Ieri sera, però, il colloquio si è trasformato in un film dell’orrore. Era l’ora di cena quando la donna ha chiamato il marito al cellulare per avvertirlo che si stava recando da un sestese che le aveva chiesto di lavorare per la madre. I coniugi, regolari, vivono nella zona di Pioltello e sono molto affiatati. La donna ha chiamato il marito una volta giunta nei pressi dell’appartamento e anche durante il colloquio. L’uomo voleva essere rassicurato dalle buone intenzioni del datore di lavoro. Quando però la 36enne ha chiesto dove fosse l’anziana da accudire, la risposta sibillina del 52enne. «Non ti deve preoccupare» le avrebbe detto l’uomo che ha iniziato a palpeggiarla, e poi l’ha violentata. La donna si è rifugiata in bagno dove si è sentita male. Impaurito il sestese ha chiamato aiuto. Sono arrivati ambulanza e polizia. L’ucraina è stata portata al pronto soccorso cittadino e trasportata poi alla clinica Mangiagalli. L’uomo è stato arrestato. «È una violenza barbara e inaudita - ha detto l’assessore alle Pari opportunità Lucia Teormino - in questo caso è ancora più grave l’evidente premeditazione ai danni di una donna in cerca di un lavoro. Spero che la giustizia sia inflessibile». Il Comune ha deciso di costituirsi parte civile nel processo e sta verificando se esistono i presupposti per sfrattarlo dall’appartamento comunale.
fonte: il Giornale
Etichette: lavoro, milano, sesto san giovanni, stupro, ucraina
Pubblicato da Vivere Cernusco alle 18:42 0 commenti
lunedì 5 gennaio 2009
I CLOCHARD OGNI NOTTE DORMONO AL FREDDO E ALL'ADDIACCIO E I POTENTI PENSANO ALL'EXPO
A Milano, mentre il cardinale Tettamanzi stanzia un milione per i senza lavoro ed i bisogni dei cittadini più poveri, 800 clochard vivono all'addiaccio. Un numero rilevante di persone di diverse nazionalità: italiani, marocchini, tunisini, ucraini, romeni, africani. Sono uomini e donne. Molti sono alcolizzati, altri hanno problemi psichici, altri sono senza fissa dimora, e altri non hanno un lavoro. Dormono sotto la Stazione Centrale, negli androni dei palazzi in Corso Vittorio Emanuele avvolti nei cartoni o nelle coperte, e altri sulle grate della metropolitana dove c'è più calore. Generalmente sono clandestini che non trovano posto nei dormitori pubblici dove sono ricoverate già 2.500 persone per notte, oppure si rifiutano di andarci per i motivi più disparati. Si tratta di un'emergenza vera e propria se consideriamo che di notte la temperatura scende sotto lo zero. E fino all'Epifania le previsioni a Milano sono drammatiche. La responsabile del piano anti freddo , l'assessore del Comune di Milano all'assistenza Mariolina Moioli (coordinatrice della Lista Moratti) è convinta che bastino 5 unità mobili in una città che ospita 1.600.000 abitanti. No, cara Moioli. Il tuo assessorato gestisce il 40% del bilancio comunale e anziché regalare stipendi favolosi a manager, a spin doctor e ai futuri consiglieri dell'Expo 2015 spa, è necessario fare di più per gli ultimi, i disperati, e coloro che non contano nulla. Essi sono stati privati della loro dignità personale e ora vivono ai margini della società ricca e opulenta, della società che vuole fare l'esposizione dell'Expo nel 2015 ma si dimentica dei suoi 800 barboni. La città della moda, la città del terziario avanzato, della Borsa, dei quotidiani più importanti del Paese, delle Banche e delle Assicurazioni che pensa al profitto, e non già alla solidarietà. Non basta dire che i clochard non vogliono andare a dormire nei dormitori pubblici, non basta regalare qualche coperta. Qui manca una strategia, manca un piano d'azione, manca un progetto per questi poveri cristi. Questi uomini e queste donne rischiano la morte ogni notte e voi avete il coraggio di parlare di piano antifreddo. Ma almeno sapete cosa significa dormire con pochi abiti e una coperta? Sapete cosa vuol dire desiderare la morte piuttosto che vivere in condizioni disumane? Allora avete l'obbligo morale di aprire la metropolitana di notte, di reclutare vigili urbani per garantire sicurezza nel corso della notte come fanno a New York. Signora Moioli vada negli Usa se vuole capire cos'è un piano anti freddo. Scambi le sue scarse e modeste esperienze in una metropoli come Milano con quelle di altre metropoli e vedrà che l'apertura della metropolitana per una o due settimane è un fatto del tutto normale, lecito e consentito. Ma a Milano si scelgono 5 unità mobili, due volontari e due vigili per unità che invece dovrebbero essere 20 come le vecchie zone della città attualmente diventate nove. Con 20 unità si può monitorare il territorio milanese di 182 Kmq, ma con 5 non fa nulla. E i cittadini più emarginati rischiano la pelle. I soldi ci sono. Attingete dal bilancio per l'assistenza e garantite il soddisfacimento dei bisogni per queste persone. Il compito della politica è quello di interpretare i bisogni della gente e dare ad essi una risposta concreta ed efficace. Stasera e stanotte le previsioni metereologiche prevedono per Milano la neve e il peggioramento delle condizioni del tempo non aiuta. Dov'è finita Milano col cuore in mano? No. Sono cambiati i tempi. C'è molto egoismo, molto individualismo, indifferenza tra i cittadini e anche nelle Istituzioni. Non esiste una cultura della solidarietà. C'è la corsa al denaro, al potere, e alla carriera. Rimpiangiamo tutti il cardinale Carlo Maria Martini che con la sua Lettera Pastorale "Farsi prossimo" (1985) ci aveva indicato le linee di attuazione di codesta cultura. E ancora: la cultura dell'accoglienza verso gli stranieri non c'è e non viene attuata. Ci sono molto razzismo , xenofobia e un sacco di pregiudizi verso gli stranieri eccetto quando qualcuno fa business su di loro. La Sindachessa Letizia Moratti è in vacanza e ha dato la delega all'assessore Mariolina Moioli e ci auguriamo vivamente che si tenga in contatto con la sua subordinata per informarsi costantemente della situazione di questi 800 clochard e dia disposizione di aprire la metropolitana di notte. A Milano esistono purtroppo ancora situazioni di autentica povertà fisica e psicologica: gruppi di persone o singoli individui conducono una vita non certamente adeguata alla loro dignità umana; soffrono atrocemente la solitudine, l'abbandono, l'emarginazione, la discriminazione. Si assiste al fenomeno dell'emergenza dei nuovi poveri: i disabili fisici e psichici, per i quali le moderne leggi hanno sì approntato provvedimenti adatti alle loro menomazioni, ma che hanno urgente bisogno dell'affetto e della disponibilità di tutti, di una vera conversione di mentalità nei loro confronti; gruppi di giovani - e il fenomeno è ormai salito a preoccupanti livelli di guardia - i quali, disillusi, cercano nella droga l'appagamento dei loro sogni spezzati; gli anziani, molti dei quali vivono in situazioni veramente drammatiche. È qui, nel mondo di tanti e tanti nostri fratelli bisognosi del nostro aiuto, del nostro affetto, delle nostre cure, che si inserisce l'opera permanente, indispensabile, continua, metodica della "Caritas", la quale deve anzitutto formare le coscienze dei fedeli all'imprescindibile esigenza dell'apertura, della disponibilità, della dedizione verso gli altri, con la convinzione che ogni contributo che si da alla comunità ecclesiale nella sua capacità di donarsi, costituisce un aiuto per la sua crescita nella maturità cristiana e per la incisività della sua testimonianza nel mondo. Giovanni Paolo II diceva: "Quando una società, lasciandosi guidare unicamente dai criteri del consumismo e dall'efficienza, divide gli uomini in attivi ed inattivi, e considera i secondi come cittadini di seconda categoria, abbandonandoli alla loro solitudine, non si può chiamare veramente civile. Quando una famiglia non vuole in casa le persone del proprio sangue, della prima e della terza età, i bambini e gli anziani, e gli uni e gli altri trascura in qualche modo o forma, non merita certo il titolo di comunità di amore." L'uomo è la base di ogni cosa. Esso deve essere rispettato nella sua personale e trascendente dignità. La sua dimensione sociale deve essere rispettata: la personalità umana e cristiana non può realizzare se stessa, in effetti, se non nella misura in cui l'egoismo esclusivista viene respinto, poiché la sua chiamata è insieme personale e sociale. I valori umani, i valori morali sono alla base di tutto. La legge non può prescinderne, né nei suoi obiettivi, né nei suoi mezzi. Per queste ragioni ci auguriamo che la persona venga messo alla centro dell'attività politica della Giunta Moratti. Non è tempo di sprechi e di regalie. E' tempo invece di sobrietà e di austerità e di aiuto per coloro che sono in difficoltà come gli 800 clochard milanesi.
fonte: IMG Press
mercoledì 19 novembre 2008
Sporco negro
Pestaggi e umiliazioni. Vittime: rumeni, marocchini, ma soprattutto neri. Mentre c’è chi minimizza («solo episodi»), in un paese armato di rabbia e di paura si moltiplicano le aggressioni agli immigrati
Non crederai mica di poter entrare dappertutto solo perché adesso ha vinto Obama». Comincia così, davanti a una discoteca padovana, il viaggio al termine dell’intolleranza italiana, in questa notte della convivenza che si lascia dietro insulti, rabbia, botte e sprangate come non se n’erano mai viste: il catalogo è deprimente, ma è questo. Si chiama Pietro, ha 24 anni, studia Economia a Ca’ Foscari, l’università di Venezia, e ha deciso di passare la serata al Victory di Vicenza, una discoteca. Gli amici entrano, lui si attarda a parlare con uno di loro, poi, alla porta d’ingresso, quelle parole: «Non crederai mica di poter entrare dappertutto solo perché adesso ha vinto Obama». Pietro è un cittadino italiano di colore: aveva 4 anni quando i suoi genitori lo hanno adottato, strappandolo al mattatoio del Burundi. Lui e altri due piccoli ai quali avevano sterminato la famiglia, tutti e tre figli della coppia: operatori penitenziari ai quali non resta che presentare un esposto in Procura perché a Pietro è stato impedito di entrare in un pubblico locale per motivi razziali, per il colore della sua pelle. Alla faccia dell’articolo 3 della costituzione, che troppi sembrano aver dimenticato, mentre un ripasso farebbe proprio bene: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».
Quelli della discoteca si sono difesi dicendo che il ragazzo non è stato fatto entrare perché ubriaco, anche se l’uscita su Obama dimostra tutt’altro, ma Pietro li smentisce. E suo padre aggiunge: «Non vogliamo avere ragione a tutti i costi, ma vogliamo la verità». La stessa frase pronunciata, un mese fa, dal padre di Emmanuel Bonsu, il 22enne ghanese che dichiarò di essere stato pestato, a Parma, dai vigili urbani. Pestato, ingiuriato, obbligato a spogliarsi e a fare piegamenti con una bottiglia di acqua in testa. Quindi rispedito a casa con una busta, con sopra vergate le sue generalità: «Emanuel Negro». Anche quelli si difesero, accusando il ragazzo di essere il palo degli spacciatori e di aver fatto resistenza a pubblico ufficiale, ma la scorsa settimana il pm che segue il caso ha squarciato il velo su quelle false accuse e sui reati di cui dovranno rispondere gli agenti, dieci in tutto: percosse aggravate, calunnia, ingiuria, falso ideologico e materiale, violazione dei doveri d’ufficio, con l’aggravante dell’abuso di potere. Emmanuel è stato operato all’occhio tumefatto ma ha ancora paura di uscire da casa, perché ha ricevuto cinque lettere di minaccia, come non fosse bastato sentirsi dire, dentro il comando: «Confessa, scimmia. Sei solo un negro». Chi siano quei dieci, lo decida il lettore.
«Episodi isolati», ha fatto sapere il sindaco di Parma. Certo quei vigili non devono aver dato il buon esempio se, dieci giorni dopo la notizia del pestaggio, Boakye Danquah, 35 anni, anche lui ghanese, è stato aggredito su un bus da due albanesi che si sono sentiti molto bianchi e molto autorizzati a farlo sloggiare dal sedile che occupava nel bus, mandandolo all’ospedale. Razzismi di seconda mano, matrioske dell’intolleranza, come quello dei due romeni che, a Ragusa, lo scorso 24 ottobre, hanno aggredito un somalo, al grido di «sei un nero» regalandogli una prognosi riservata e regalandosi un’accusa di tentato omicidio, aggravato dall’istigazione razziale.
Una sorta di reazione a catena, il più debole – oggi, il nero – a soggiacere: una rivalsa-parificata per l’intolleranza e le aggressioni che anche a romeni e albanesi tocca subire. Pure da morti. «Bruciate ancora rumeni di merda», hanno scritto il 2 ottobre su un muro di Sesto San Giovanni, accanto al luogo dove, pochi giorni prima, un ragazzino romeno era morto a causa di un incendio.
Romeni e albanesi sono, nel sondaggio Ispos-Magazine, i meno sopportati tra gli immigrati. I reati odiosi di cui alcuni connazionali si sono macchiati hanno fatto spesso terra bruciata nei giudizi sulle due comunità, specie quella romena (la più numerosa oggi in Italia, con quasi 500mila presenze), che ha ereditato anche il ruolo di capro espiatorio: se ai tempi del delitto di Erika&Omar a Novi Ligure all’inizio fu caccia all’albanese, oggi la parte tocca al romeno, come accaduto il 2 novembre a Bolzano, quando un ragazzo di 16 anni, che aveva rotto una porta-finestra, non ha trovato di meglio, per giustificarsi, che simulare una rapina ad opera di due romeni, rimediando una denuncia alla procura dei minori. Ed è romena Ana Demian, 21 anni, studentessa di economia che, a Cagliari per il progetto Erasmus, s’è vista rifiutare una camera per via della sua carta d’identità, nonostante lo spot «Piacere di conoscerti» che il governo romeno manda in onda sulle reti televisive italiane. Ed è albanese Stefano M, 19 anni, in coma, a Genova, per le sprangate ricevute da un tizio di Cogoleto che frequentava il suo stesso oratorio e che da tempo lo minacciava: «Sporco albanese, prima o poi ti ammazzo ». Fino a quando non ci ha provato, sfondandogli il cranio, nonostante i carabinieri fossero già stati messi sull’avviso, per via delle continue provocazioni razziste. È accaduto a metà ottobre, a un mese di distanza dall’omicidio, a Milano, di Abdul Guibre detto Abba, cittadino italiano originario del Burkina Fasu, sospettato dai gestori di un bar, padre e figlio, di aver preso dei biscotti dal banco e sprangato a morte. E dalla strage di Castelvolturno, sei neri ammazzati dalla camorra, per dare un segnale, subito raccolto dalle scritte razziste apparse sui muri di Roma: «Minime in Italia: Milano -1, Castelvolturno -6». La temperatura dell’odio.
Ma poi, episodio davvero isolato, quello degli agenti municipali di Parma? Mica vero se lo scorso 25 settembre, quattro vigili urbani di Milano sono stati condannati (pene tra i 3 anni e gli 8 mesi) per aver fermato senza motivo una donna ucraina, averla denunciata come ambulante, insultata e presa a schiaffi, fabbricando persino prove a suo carico e falsificando i verbali. E il senegalese Diop Moussa ammanettato e scaraventato a terra il 9 ottobre davanti agli occhi del figlio (e dei suoi compagni) che aveva appena accompagnato a scuola per un diverbio con i vigili sul parcheggio dell’auto? Sì, sempre a Milano, dove un lavavetri romeno, il giorno seguente, ha accusato un agente municipale di averlo picchiato, davanti a 4 testimoni. Reazioni? «Andiamoci cauti, niente caccia alle streghe».
Allora lasciamo le strade e saliamo su un bus. Per esempio su quello che va da Bergamo a Seriate, dove due studentesse raccontano a L’Eco di Bergamo ciò a cui hanno assistito: quando una donna ha dichiarato di non trovare più il cellulare, il controllore si è avvicinato a un romeno, decidendo che fosse lui il ladro, facendogli togliere il giubbino, poi il resto fino a intimargli di levarsi le mutande. Niente, del telefonino nessuna traccia, ma il controllore non s’è fermato: ha tolto 70 euro dal portafoglio dell’uomo e li ha dati alla donna come indennizzo, gridando dietro al romeno, durante il prelievo: «Metti le mani qui che ti spacco le dita e ti mando all’ospedale».
Certo, c’è anche il bus di Ozzano dell’Emilia, nel Bolognese, dove è stato denunciato un autista che ha fatto inginocchiare sullo scuola-bus un bambino marocchino di 11 anni «perché non stava buono». E poi c’è la storia di Varese, sempre in ottobre, che fa tornare alla mente Rosa Parks e quell’autobus di 50 anni fa, a Montgomery, Alabama, visto che ad Anna, 15enne di origini maghrebine, i compagni di viaggio, studenti lombardi, prima hanno detto «marocchina di merda» e poi l’hanno obbligata a cedere il posto «non suo, perché non italiana». A suon di botte: per Anna occhi pesti, collare cervicale e naso rotto.
E la politica? Non resta a guardare: ribolle di indignazione o soffia sul fuoco. Specie se in campagna elettorale. Finendo, a volte, per scottarsi. Come a Trento, dove la Lega ha coperto la città di manifesti con lo slogan: «Dellai ha rovinato le piazze, noi le ripuliamo». Nell’immagine immigrati e poliziotti nei giardini di piazza Dante. Senonché i due tizi ritratti sul manifesto, cittadini polacchi incensurati, non hanno gradito la scelta di passare per delinquenti e nonostante l’onorevole leghista Fugatti abbia spiegato che era solo un messaggio «perché i giardini devono essere trentini », i due hanno denunciato per diffamazione il suo partito. Anche se, proprio in Trentino, ci sono nuovi esempi di integrazione come racconta l’ingresso dei bambini marocchini nella Sat, lo storico sodalizio dell’alpinismo. Eppure di questi tempi è come se i mille esempi di convivenza, che hanno fatto l’Italia degli ultimi anni, fossero messi in mora da quest’aria che tira e che libera folate di rabbia pure sulla storia, a suo modo esemplare, di Gabriel Bogdan Ionescu, il giovane pirata informatico romeno, condannato in primavera a 3 anni e un mese dal Tribunale di Milano per i suoi traffici di hacker bancario e ora primo classificato al test di ingresso alla facoltà di Ingegneria Informatica del Politecnico di Milano. Come se il genio (matematico, nel caso) dovesse fare la fila e chiedere permesso (magari di soggiorno) per trovare lavoro.
Pregiudizio. Ostilità. E violenza. Il catalogo dell’ultimo mese non è finito ed è davvero impressionante: a Figline, in Toscana, sono stati condannati, con l’aggravante del razzismo, due giovani italiani che hanno sprangato due operai kosovari; poi ci sono stati i raid di Roma: uno contro un ragazzo cinese, uno contro tre immigrati di origine egiziana; e quello di Castronno, in provincia di Varese, dove un naziskin ha picchiato dei dominicani. «Sporco marocchino vai a cucinare a casa tua», pronunciato da standisti del Salone del Gusto, ha innescato una rissa a Torino, dove venti giorni prima, il 9 ottobre, è stata rinviata a giudizio la donna che ha insultato una donna, sempre di origini marocchine, a colpi di «Hitler aveva ragione». E «sporco negro» per Assuncao Benvindo Muteba, 24 anni studente angolano, massacrato di botte a Genova, mentre più fantasia ha mostrato quella maestra elementare di Milano che alla mamma di un bambino di colore, da lei adottato, ha urlato: «Signora, riporti suo figlio nella giungla».
Variante infantile dell’invito «torna in Africa a mangiare le banane» pronunciato l’11 ottobre da un giocatore del Novendrate, campionato provinciale comasco, all’avversario Cheikh Cissé e, il 19 ottobre, da un arbitro di basket pavese nei confronti di un giocatore della Bopers Casteggio, durante un incontro di serie D. Perché lo sport non resta mai indietro e anzi, su certi temi - le curve insegnano - detta persino la linea. E accade così che il cerchio, sui razzismi di casa nostra, si chiuda in un campo da calcio, molti chilometri più a sud, due domeniche fa. E nel nome del nuovo presidente Usa - che ha fatto pure da incipit a questo viaggio - citato dalla rabbia di chi, e sono tanti, a casa nostra è rimasto spiazzato dall’esito dell’elezione americana, visto che a Mahamadou Sakho, portiere senegalese del Sogliano, campionato d’Eccellenza pugliese, hanno gridato dietro, sì , «sporco negro», ma aggiungendo all’insulto «fratello di Obama». A imperitura difesa della pura razza italiana.
fonte: Il Corriere della Sera
lunedì 10 novembre 2008
Sofya, una storia che non vale un Tg
Di Sofya Smirnova, 37 anni, ucraina, arrivata in Italia con regolare passaporto e uccisa da un pirata della strada la notte tra il 5 e il 6 novembre sulla statale di Pomigliano d'Arco, alle porte di Napoli, non ha parlato nessuno o quasi.
Colpa di quella maledetta data, dirà qualcuno: il destino ha scelto di farla morire la stessa notte in cui un'altra donna, di 27 anni, ma italiana, e' stata scippata e strattonata da due adolescenti a Napoli. A pochi chilometri, cioè, dal luogo in cui Sofya veniva travolta da un'auto che non si e' mai trovata.
Francesca, per fortuna, non e' morta: e' finita in coma, pero', e solo dopo 24 ore ne e' uscita. I suoi scippatori sono stati acciuffati subito. Anche grazie alle testimonianze della gente, che stavolta nella centralissima piazza Dante ha parlato, eccome.
Colpa forse anche di un'altra beffa che il destino ha giocato a Sofya: qualche ora dopo la sua morte un giovane Rom di origine croata ha travolto con la sua Bmw 13 persone che aspettavano l'autobus ad una fermata di Acilia, alla periferia di Roma. Tre sono risultate subito gravissime. Per fortuna anche in quest'ultimo caso nessuno e' morto.
Risultato? Per Sofya non c'era davvero spazio. L'immagine del suo corpo coperto da un lenzuolo sul ciglio della strada e' apparsa nelle edizioni dei Tg delle 13 (e neanche di tutti). Il Tg3 ad esempio le ha dedicato solo una "macchia", come si dice in gergo, ovvero una notizia breve letta da studio, con le immagini che scorrevano. Non un servizio vero e proprio. Ma già nei tg della sera di Sofya non c'era più traccia.
Peggio, molto peggio, e' andata con la carta stampata. Nessun quotidiano nazionale (almeno nessuno dei principali) le ha dedicato una riga. Semplicemente la morte di Sofya, causata da un pirata della strada presumibilmente italiano, per i giornali non e' avvenuta. Meglio, non e' una notizia. A Francesca, uscita dal coma, sono state giustamente dedicate aperture di pagina e altrettanto al Rom di origine croata che ha investito 13 persone.
E allora e' inutile negare: nella trappola ci siamo caduti tutti, proprio tutti. Nella trappola del luogo comune, del razzismo strisciante, della disattenzione, dei due pesi e delle due misure. E il teorema e' diventato regola: Sofya ucraina, uccisa da un pirata (forse italiano) non vale quanto le 13 persone ferite da un Rom croato. Ne' quanto Francesca finita in coma dopo uno scippo. Tutto italiano, stavolta.
fonte: Articolo 21