perchè questo blog?

L'Italia è diventata da anni paese di immigrazione ma da qualche tempo si registra un crescere di fenomeni di razzismo. Dopo la morte di Abdul, ucciso a Milano il 14 settembre 2008, ho deciso che oltre al mio blog personale avrei provato a tenere traccia di tutti quei fenomeni di razzismo che appaiono sulla stampa nazionale. Spero che presto questo blog diventi inutile...


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martedì 22 febbraio 2011

Come sta affrontando la stampa l'immigrazione a Lampedusa?



Fonte: www.kuda.tk

lunedì 25 ottobre 2010

“Pensavo fosse serio, invece è solo serbo”: Pistocchi si scusa con Krasic

Ieri la frase inopportuna, oggi le pubbliche scuse. Al termine delle partite di ieri pomeriggio, durante la trasmissione "Serie A Live" in onda su Mediaset Premium, Maurizio Pistocchi si è trovato a commentare l'episodio, avvenuto durante Bologna-Juventus, della simulazione di Krasic, da cui è scaturito il rigore concesso ai bianconeri poi parato da Viviano a Iaquinta.

Il giornalista, il cui scopo era probabilmente quello di fare una battuta, si è lasciato scappare una frase decisamente sconveniente: "Mi dispiace per Krasic, che credevo fosse serio, invece è solamente serbo".

fonte: NewNotizie

giovedì 21 ottobre 2010

La globalizzazione, il razzismo, l'Europa

Difficilmente lo storico di domani nell'interrogarsi su quale sia stato il tratto decisivo della storia mondiale a cavallo del secondo e terzo millennio eviterà di porre al centro della riflessione quell'insieme complesso di fenomeni che va sotto il nome generico di globalizzazione.
La compiuta realizzazione del mondo come "villaggio globale" (in cui l'informazione viaggia alla velocità della luce), la facilità degli spostamenti e la relativamente rinnovata dislocazione delle attrattive (risorse, energia, benessere, libertà ecc.) stanno sottoponendo il pianeta a un immenso rimescolamento di popoli, lingue, religioni, atteggiamenti spirituali. Se Internet costituisce l'emblema e lo specchio delle nuove dislocazioni umane, sono però i concreti ambiti territoriali - gli stati, le regioni, le singole comunità - a sopportare il peso di mutamenti e condizionamenti che talora generano sofferenza, senso di snaturamento e di perdita d'identità.
In Europa questo processo si è largamente intrecciato con la fine del comunismo, che ha dato luogo a fenomeni di segno opposto come la riunificazione delle due Germanie e la guerra civile a base etnico-religiosa che ha insanguinato la ex Iugoslavia. Si è trattato di risposte di carattere molto diverso alla dissoluzione del blocco dell'Est, ma che hanno sottolineato entrambe la vitalità della correlazione tra l'idea di Stato e la sua radice etnica (come, del resto, è a...

leggi tutto su Treccani.it

mercoledì 8 settembre 2010

Altrove lo chiamano razzismo


fonte: L'anticomunitarista

giovedì 11 febbraio 2010

Il Giornale attacca Lerner: è ebreo, perchè non si occupa di ebrei?

Il Giornale che fu di Montanelli non ha apprezzato la puntata di lunedì sera dell’Infedele, dedicata al Vaticano.
Non entro nel merito della questione. Non mi interessa.
Non è obbligatorio apprezzare Gad Lerner. Io, per esempio, qualche volta lo apprezzo, qualche volta no.
Ma ho fatto un vero salta sulla sedia, quando nell’articolo del codirettore Sallusti ho letto queste parole, riferite al giornalista:

"Il giornalista, come noto, non è cattolico. È di religione ebraica e non si è mai sognato di imbastire una puntata simile a quella di lunedì sera sul più grande scandalo finanziario degli ultimi anni, quello che ha visto come protagonista Bernard L. Madoff, ebreo, recentemente condannato a 150 anni di carcere negli Stati Uniti per aver truffato 500 miliardi di dollari a investitori di tutto il mondo".

Insomma, secondo Salusti, Lerner, in quanto ebreo, dovrebbe occuparsi solo di ebrei.
So che il Giornale ha tanti ammiratori e so anche che non ha mai avuto atteggiamenti antisemiti.
Ma questa frase ha dell’incredibile.
Potevano dire a Gad Lernere che la sua trasmissione era sbagliata dal punto di vista giornalistico, omissiva e faziosa.
E infatti lo hanno fatto.
Dire però che Gad Lerner, in quanto ebreo, prima di parlare delle cose dei cattolici, dovrebbe preoccuparsi di quelle degli ebrei, non solo è un’argomentazione risibile, è un atto ignobile.
Spero solo che il Giornale lo abbia fatto solo per foga polemica.
So per certo che chi ha scritto quell’articolo non se ne è pentito affatto.
Ieri sera a Tetris, presente Gad Lerner, Sallusti continuava ad essere fiero della sua trovata.
Grande imbarazzo in tutti i presenti, Lerner compreso.

fonte: Agoravox

giovedì 21 gennaio 2010

Continuano a chiamarli negri

da Ciwati

Forse si divertono
Li chiamano «negri», ormai, in tutti i titoli. E non sono razzisti, no, non lo sono.

domenica 10 gennaio 2010

Rosarno, caccia al nero. Giornalisti minacciati

E' caccia al nero per le strade di Rosarno. La polizia deve difendere gli immigrati di colore dalla rabbia e dalla violenza dei rosarnesi, scesi in strada per 'farsi giustizia' dopo che ieri, in risposta al ferimento di alcuni di loro, centinaia di migranti avevano attaccato e dato alle fiamme alcune automobili. La ritorsione e' scattata nella notte e nel corso della mattinata, e pochi minuti fa la polizia si e' scontrata con i residenti. "Oggi è tutto chiuso e tutto aperto", dicono dei ragazzi rosarnesi che ad un angolo di strada fumano con i volti scuri. Le pattuglie della polizia intanto fanno la ronda nelle strade vicine ai campi per salvare i pochi immigrati che si avventurano da soli dal linciaggio tentato dai calabresi. In più occasioni, in venti, in trenta hanno provato a scagliarsi contro due o tre camminavano nelle strade intorno alla stazione.

Trecento poliziotti sono affluiti nella cittadina calabra dalle Questure di Palmi, Siderno, Gioia Tauro, Vibo Valentia. Durante gli scontri, ancora in corso mentre scriviamo, intimidazioni sono state rivolte ai giornalisti dai cittadini di Rosarno: "Non fare foto che te la passi male", e' stata la frase indirizzata al sottoscritto. "Fatti i cazzi tuoi", ha gridato al cronista un ragazzo dalla pelle più scura di alcuni dei magrebini che stanno protestando. Alcuni colleghi della Rai sono stati cacciati a sassate. La rabbia tra i rosarnesi e' stata alimentata anche dal ferimento di una donna che viaggiava con i figli e che ieri sera e' stata lievemente ferita alla testa dagli immigrati extracomunitari che hanno attaccato le automobili di passaggio lungo la Statale 18. Qui, oggi, il desiderio di vendetta dei residenti preme contro un cordone di cinquecento poliziotti, che stanno cercando di separarli dai centinaia di braccianti di colore, anche loro in piazza per gridare la loro protesta contro l'aggressione di ieri, compiuta da ignoti con un fucile ad aria compressa.

Il paese è da alcune ore off-limits. I residenti impediscono a chiunque l'accesso. Rosarno è 'chiusa per rivolta'.

fonte: Peacereporter.net

venerdì 9 ottobre 2009

Immigrazione, un rapporto Caritas prova che l'emergenza criminalità è falsa

Secondo una ricerca condotta da Caritas-Migrantes e dall'Agenzia Redattore sociale, l'affermazioni se secondo cui gli immigrati sarebbero portatori di maggiore criminalità è falsa. I dati parlano chiaro: il loro tasso di criminalità è solo leggermente superiore a quello degli italiani (1,3 per cento contro 0.75 per cento) ed è addirittura inferiore se si considerano solo le persone con più di 40 anni.
Dal rapporto si evince inoltre che la condizione di irregolarità è quella che porta a commettere crimini: il 70-80 per cento dei denunciati è infatti irregolare. Ancora si noti che il reato più commesso in assoluto tra gli immigrati (87,2 per cento) è proprio il reato di clandestinità!
Questo va a confermare quanto i dati forniti all'opinione pubblica debbano essere analizzati a un livello più profondo e che le cifre che spesso vengono brandite come prova nei salotti televisivi, in realtà non sono altro che illusioni statistiche. I numeri vanno interpretati!
Oltre al tipo di crimine, bisogna guardare anche la composizione del mondo eterogeneo che si vuole semplificare con la parola "immigrati". E' pacifico che la criminalità aumenta nelle fasce più povere della società, quindi non si dovrebbe confrontare gli immigrati col totale della popolazione italiana, ma con quella fascia di italiani che per condizioni economico-sociali- educative si trovano in situazioni simili. E' la povertà e l' irregolarità a portare al degrado, non la provenienza. Questo, a sua volta d‡ maggior visibilità agli immigrati e li fa percepire come una minaccia, da qui la paura della gente, che a sua volta provoca maggior emarginazione. Un circolo vizioso che in nessuna fase si basa su dati concreti.

fonte: Peacereporter

sabato 3 ottobre 2009

Bloccare la mail spam razzismo.pps

Il testo della presentazione inizia così: "Le foto che seguono sono state scattate durante la manifestazione de 'la religione della pace' recentemente celebrata per la comunità musulmana a Londra. Non sono state pubblicate su stampa né tv per non offendere nessuno."

Seguono alcune immagini accompagnate dalla traduzione, sostanzialmente esatta, delle scritte riportate sui cartelli: "Ammazzate quelli che insultano l'Islam", "Europa pagherai, la tua demolizione è iniziata"; "decapitate quelli che insultano l'Islam". Qualche altro esempio: "Europa impara dall'11 settembre", "Europa pagherai, il tuo 11 settembre sta arrivando", "Preparatevi per il vero Olocausto".

La presentazione si conclude con l'appello a far circolare queste immagini e l'esortazione a riflettere sul pericolo che rappresentano le idee espresse in quei cartelli.

(...)

Innanzi tutto non è vero che "le foto sono state scattate a Roma", come affermano alcune delle mail nelle quali circola come allegato quest'appello (il file Powerpoint dice che invece sono state scattate a Londra, alla faccia della coerenza interna). Le immagini mostrano un'architettura decisamente poco romana, in una delle foto (quella qui accanto) c'è un poliziotto dalla divisa molto britannica, e le scritte sui cartelli sono in inglese, cosa che avrebbe poco senso in una manifestazione in Italia.

Infatti è sufficiente cercare una delle immagini in Tineye.com per scoprire la pagina di Snopes.com che spiega da dove provengono in realtà quelle fotografie: da una presentazione PowerPoint che risale al 2006 ed era scritta in inglese. Quindi le immagini non mostrano affatto una "manifestazione... recentemente celebrata".

Si riferiscono infatti alla protesta svoltasi il 3 febbraio 2006 a Londra in seguito alla pubblicazione su un giornale danese, il Jyllends-Posten, di alcune vignette satiriche che ritraevano Maometto, cosa ritenuta blasfema secondo alcune correnti della religione islamica. La pubblicazione era avvenuta tempo prima, il 30 settembre 2005, ma la polemica esplose quando le vignette furono ripubblicate nel giornale cristiano norvegese Magazinet e nel sito del giornale norvegese Dagbladet. L'intera vicenda, con il suo seguito di boicottaggi economici e di morti, è riassunta qui sulla Wikipedia in inglese e in forma più breve in quella in italiano.

La protesta mostrata nelle foto radunò da 300 a 700 manifestanti (le stime sono molto variabili), che marciarono, scortate dalla polizia, dalla moschea di Regent's Park fino all'ambasciata danese a Knightsbridge. Fu documentata ampiamente dai principali media britannici (qui un video della BBC; qui una delle fotografie), per cui è falsa l'affermazione, contenuta nella presentazione, che le immagini della manifestazione "non sono state pubblicate su stampa né tv per non offendere nessuno".

Questi sono i fatti: la presentazione che si atteggia a fonte di verità scomode si rivela essere un minestrone di informazioni fasulle. Sarò all'antica, ma combattere gli estremismi stupidi ricorrendo a bugie altrettanto stupide mi sembra un autogol notevole.

articolo tratto (e ridotto) da Il Disinformatico: per l'originale (con tutti i link) andare qui

lunedì 21 settembre 2009

Rassegna stampa estera: immigrazione, ronde, razzismo e Lega Nord

La Reuters è andata ad interpellare James Walston, professore di Politica Italiana all’Università Americana di Roma ed esperto di fiducia di molte testate straniere, il quale ha espresso la sua preoccupazione:

“Non c’è dubbio che il razzismo stia diventando più visibile… ed è destinato a diventare ancora peggio: in parte a causa dell’economia (..) E’ pericoloso perché l’estrema destra è marginale in molti paesi, ma non qui”


Nel seguito dell’articolo, l’agenzia di stampa ha criticato l’iniziativa del governo italiano di creare delle ronde dei cittadini per la sicurezza:

L’Italia ha uno dei più nutriti contingenti di forze dell’ordine d’Europa – con 324.000 agenti nel 2006, circa il doppio di quelli britannici, rispetto ad una popolazione nazionale di entità simile. Questo mostra, secondo alcuni, che l’Italia non ha bisogno di arruolare dei dilettanti e che dovrebbe piuttosto concentrarsi sul vero nemico: i circoli di crimine organizzato come la siciliana Cosa Nostra. “Lo stato sta esternalizzando le sue responsabilità sulla sicurezza. E’ uno sviluppo profondamente allarmante che potrebbe incoraggiare atti di ostilità”, ha affermato James Goldston, capo della Open Society Justice Initiative. “L’Italia ha un profondo problema con i diritti umani, forse più di qualsiasi altra nazione in Europa occidentale”


Il Times ha dedicato un lunghissimo reportage - dal titolo enfatico “Little Hitlers“, al fenomeno delle ronde, che non sembra vedere di buon occhio:

Con così tanta attenzione concentrata sulle buffonerie a sfondo sessuale dell’estroverso premier, è stato permesso a questo brutto sottofondo di razzismo di diffondersi in maniera quieta ed insidiosa. La decisione di Berlusconi di legalizzare le ronde sta suscitando particolare allarme


fonte: Polisblog

sabato 18 luglio 2009

"Via Cassia, muore una donna investita alla fermata. «L'auto correva troppo»"

Dov'è il razzismo in questa notizia? Nel modo in cui viene data. Immaginiamoci che uno straniero, mettiamo rumeno avesse investito una donna italiana. Il titolo sarebbe sto uguale?

Guardate qui, 8 luglio del 2008, un anno fa, Repubblica:

"Investe una coppia, romeno rischia il linciaggio"

Questa volta invece un rispettabile trentenne italiano che guidava come un pazzo ha ucciso una donna filippina di fronte al figlio 27enne che ora si trova a dover badare anche alla sorella di 17 anni.

Due pesi, due nazionalità, due titoli. E poi tutti a dire che i rumeni sono un problema perchè guidano ubriachi.

martedì 10 febbraio 2009

Famiglia Cristiana: leggi razziali

L'Italia si incammina «verso il baratro delle leggi razziali». Famiglia Cristiana è durissima, si scaglia contro il Carroccio come forse mai era accaduto in passato. Ma richiama anche quei cattolici della maggioranza che non provano «nessun sussulto di dignità in nome del Vangelo» e dunque «peccano di omissione ». La Lega, con il ministro dell'Interno Roberto Maroni, annuncia querele, confortata da un centrodestra che nell'ufficialità fa quadrato. Ma il malumore per le iniziative leghiste forse non è limitato ai Paolini: in Lombardia, il progetto di legge padano per la creazione di una polizia regionale viene seccamente bocciato dagli alleati.

L'editoriale di Famiglia Cristiana è di fuoco: «Il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba, che spira nelle osterie padane, è stato sdoganato nell'aula del Senato della Repubblica ». Come? Con i «medici invitati a fare la spia e denunciare i clandestini, i cittadini che si organizzano in associazioni paramilitari al pari dei bravi di don Rodrigo, i registri per i barboni, i prigionieri virtuali solo perché poveri estremi, i permessi di soggiorno a punti e costosissimi». Insomma: «La "cattiveria", invocata dal ministro Maroni, è diventata politica di governo» e si è «varcato il limite che distingue il rigore della legge dall'accanimento persecutorio».

fonte: Il Corriere della Sera

domenica 8 febbraio 2009

Il delirio xenofobo del “Giornale”

Meno male che c'è il Cospe, una delle organizzazioni promotrici della campagna "Mettiamo al bando la parola clandestino", altrimenti non avrei mai scoperto la caccia al rumeno lanciata da "Il Giornale" sul proprio sito web, da cui mi tengo prudentemente alla larga.
Il 4 febbraio, alla vigilia del decreto che trasforma i medici in poliziotti/spie, legalizza le ronde di vigilantes e batte cassa sulla pelle dei piu' poveri con la tassa sul permesso di soggiorno, il sito ilgiornale.it da' lezioni di populismo con l'articolo "Cacciamoli. Bucarest si riprenda le sue canaglie".

Un articolo che sarebbe ridicolo se non fosse inquietante, dove Paolo Granzotto parla di "rispedire al mittente la feccia romena", e spera "che non mi si dia del razzista se chiamo col loro nome individui che ammazzano, stuprano, rubano agendo con furore belluino". Il teorema è semplice: mandiamoli a casa loro perchè da noi la giustizia è troppo buonista.

E allora portiamo questo ragionamento alle estreme conseguenze, e in nome del federalismo carcerario solleviamo i contribuenti dalle spese relative al mantenimento dei detenuti di altre regioni. Ma forse anche in questo caso qualcuno verrebbe a dirci che i terroni delinquono di piu' e quindi a rimetterci sono sempre i "lumbard", che danno la "sbobba" in carcere anche a chi non meriterebbe di mangiarla perchè nato altrove.

Granzotto si chiede anche "se desti più furore sapere che il colpevole in qualche modo l'ha fatta franca - magari scarcerato dopo un paio di giorni - o sapere che è fuori dai piedi, in qualche galera o in qualche souk [sic!] romeno".

E che saranno mai questi "souk romeni"? L'immagine evocata da questo articolo è quella di un carcere duro tipo quello che ospitava Dustin Hoffman e Steve McQueen in "Papillon", dove carcerieri unti e nerboruti sono pronti a farti fuori al minimo gesto di ribellione. In realta' ci vuol poco a confondere i mercati arabi con un piatto nordafricano, e dall'unione dei "suq" con il "couscous" nasce il "souk" di Granzotto.

La notizia gira su Facebook fino ad incontrare l'ironia dello scrittore pugliese Giuliano Pavone: "dall'articolo si evince che Granzotto non sa cosa sia un suq, convinto che la Romania - dove notoriamente si parla l'arabo, altrimenti non potrebbero essere così canaglie - sia piena di suq. A quando i kibbutz paraguayani e gli igloo congolesi?".

Il senso di grottesco che nasce da questo esempio eclatante di disinformazione aumenta al pensare che queste cose sono scritte anche con soldi "rumeni": quelli versati al fisco dai lavoratori immigrati e successivamente dirottati ai quotidiani grazie ai finanziamenti pubblici. Se fossimo un paese civile, il razzismo ce lo pagheremmo almeno di tasca nostra, e oltre alla "feccia rumena", avremmo il coraggio di perseguire anche quella italiana, perfino quando si nasconde nei banchi del Parlamento e nelle redazioni prestigiose.

fonte: Micromega

giovedì 4 dicembre 2008

Razzismo: perchè cala in Germania e aumenta in Italia?

Il noto settimanale tedesco “Der Spiegel” riporta in questi giorni i risultati di un’inchiesta dell’Università di Lipsia sulle “tendenze di estrema destra” nella Repubblica Federale nel periodo 2002-2008. Un tema che resta estremamente sensibile nella coscienza collettiva tedesca, da più di 60 anni ormai schiacciata dal senso di colpa per l’olocatusto.

L’indagine mostra, tra le altre cose, che xenofobia e ostilità verso lo straniero sono in diminuzione in Germania, anche se con differenze territoriali non indifferenti: l’Est ex comunista infatti si segnala per un leggero aumento degli atteggiamenti razzisti, che assumono valori relativamente alti anche nella ricca Baviera.

E’ interessante comparare questi dati con quelli presentati, qualche settimana fa, dal sondaggio Ipsos-Corriere della Sera sull’atteggiamento degli italiani verso gli stranieri, che fotografava invece ostilità e xenofobia ai massimi storici: l’85% del campione dichiarava infatti che “gli immigrati sono troppi”.

Curioso, se si pensa che l’entità della popolazione straniera in Italia è molto più ridotta di quella presente in Germania, e che nonostante questo solo circa il 30% dei tedeschi la pensa in questo modo. Ma c’è di più, come riporta infatti il Corriere:

secondo il recente VI rapporto su Immigrazione e cittadinanza in Europa, gli immigrati sono una minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza per il 50,7 degli italiani, a fronte del 21,6 dei francesi e del 29,2 dei tedeschi. Numeri che si ribaltano alla domanda, se «gli immigrati sono una risorsa per il Paese»: sì per il 59,3 dei francesi e il 61,7 dei tedeschi, ma soltanto per il 46,5 degli italiani, una minoranza.

Qualche mese fa, nel pieno della cosiddetta “emergenza Rom” avevamo da parte nostra constatato che gli italiani erano, dati alla mano, più xenofobi anche dei loro cugini spagnoli. I dati di queste ultime settimane sembrano confermare l’impressione che si abbia a che fare con un’ennesima “anomalia” italiana in Europa.

Quella stessa Europa che, qualche giorno fa, ha adottato una decisione quadro che mira a rendere punibile l’incitazione di razzismo e xenofobia con pene da 1 a 3 anni, provvedimento che i governi nazionali dovranno tradurre in legge entro due anni. Vogliamo scommettere che sarà una nuova occasione per il governo italiano per ritrovarsi “solo contro tutti”, come nella battaglia contro l’accordo sul clima?

fonte: PolisBlog

Media: rischio razzismo e radicalizzazione dei Paesi del Mediterraneo.

A parlare di rischio concreto di razzismo, di degenerazione del linguaggio e del rischio di un aumento di fenomeni di radicalizzazione nell'area del Mediterraneo sono stati proprio i professionisti dell’informazione. Ieri a Torino si sono riuniti giornalisti provenienti da dodici Paesi del Mediterraneo per l’incontro conclusivo del progetto Dar Med - Dialogo tra i Media del Mediterraneo.
Si tratta di un progetto, promosso dalle due riviste on-line babelMed e More Colour in the Media, dalla ong Cospe e dall'associazione Paralleli.
“I governi dei Paesi del Mediterraneo, come hanno appena fatto Italia e Libia, stanno siglando accordi per contenere, spesso con principi di autentico razzismo, le nuove immigrazioni - ha detto Nathalie Golesne, responsabile editoriale di babelMed - e in molti Paesi sono operative leggi o anche consuetudini tremende che nessuno conosce”.
Dall’incontro sono emersi anche aspetti positivi, almeno nell’ambito della comunicazione. In particolare è stato sottolineato come internet, l’informazione on-line ed i blog abbiano incrementato la libertà di pensiero anche dove è limitata dai Governi.

fonte: Immigrazione Oggi

lunedì 24 novembre 2008

Rom e senza tetto colpiti dalla società e Fano dov'è?

Egregio Assessore Davide Del Vecchio, in questi giorni la Commissione europea discute i provvedimenti da attuare verso l'Italia per le politiche governative e locali che combattono i comparti più deboli della società, a partire dai Rom e dai senzatetto. Ho letto, con tristezza, l'articolo pubblicato dall'edizione locale del Carlino di oggi.

E' ormai evidente che i media diffondono odio e intolleranza verso gli esseri umani più vulnerabili, presentandoli secondo un'odiosa propaganda discriminatoria: le famiglie Rom sono descritte come bande di criminali e non come esseri umani in tragiche condizioni; i migranti sono "invasori" dediti ad attività illecite; i senzatetto sono così "per scelta" e costituiscono un pericolo pubblico. La verità la esprimono i numeri del Viminale, del Rapporto Censis, delle organizzazioni per i diritti umani. Furti, rapine e scippi sono in prevalenza azioni compiute da italiani; gli omicidi avvengono per la maggior parte all'interno delle pareti domestiche; il crimine, in Italia, è gestito dalle mafie, che si avvalgono di manovalanza nostrana e straniera. Non solo, perché come ricordato da Roberto Saviano all'Unione europea, l'Italia è il più grosso esportatore mondiale di criminalità. Questo è il degrado da combattere: un degrado morale, civile, politico e mediatico.

La criminalità organizzata ha toccato quest'anno il suo fatturato record in Italia: 130 miliardi di euro, maturati su droga, violenza, armi, prostituzione, pornografia e pedopornografia, estorsione, corruzione, morte. Continuare a evitare di perseguire la criminalità vera, per riempire le carceri di Rom e poveracci - o scacciarli da ogni angolo in cui si rifugiano - è qualcosa di aberrante. Definire i poveri, gli "ultimi" del Vangelo, come causa di insicurezza e degrado è una menzogna colpevole, perché i poveri vanno aiutati e a questo servono i servizi sociali. L'Italia e le sue città stanno scendendo ai più bassi livelli dell'abiezione, del razzismo, dell'intolleranza perché non ha il coraggio di guardarsi allo specchio. Tutti sanno la verità: non vi è ministro, parlamentare, sindaco, assessore, prefetto, autorità, giornalista che non sappia dove sono i veri problemi di sicurezza e dove vi è invece persecuzione degli innocenti. So che non sarà certo Fano a cominciare a dare il buon esempio, perché è più facile colpire il capro espiatorio - come si fa, in Italia, fin dall'antichità - che toccare interessi enormi.

I Rom a piedi nudi e i mendicanti senza un tetto sulla testa sono bersagli così indifesi e a portata di mano! E' così facile colpirli e poi affermare a gran voce: avete visto, cittadini, vi abbiamo liberati dal pericolo pubblico numero uno! Intanto la vera criminalità ghigna, ingrassa e ringrazia. So che non partirà, la riscossa morale del nostro Paese, da Fano, perché Fano sta mostrando altri obiettivi (quelli facili e di "effetto") da perseguire, ma non rinuncio a inviarLe questa breve lettera. Scripta manent.

fonte: VivereFano

Razzismo al Trullo, aggredita una troupe Rai

Volevano realizzare un servizio televisivo sulla gang di giovanissimi che, al Trullo, da mesi, e prima di essere sgominata dai carabinieri, terrorizzava gli extracomunitari del quartiere. Ma la troupe del Tg1 che sabato tentava di domandare agli abitanti del quartiere se sapevano qualcosa degli episodi di razzismo oggetto dell’indagine e dei cinque giovani arrestati per rapina, lesioni, minaccia in concorso e con l’aggravante di aver commesso il fatto per finalità di discriminazione e odio razziale, è stata aggredita e costretta ad allontanarsi dal quartiere scortata dai militari. Come ha mostrato il servizio proposto ieri nell’edizione delle 13,30, la troupe è stata aggredita da due persone, sopraggiunte su un’auto: prima da un ragazzo incappucciato, con una sciarpa a coprire il volto, che ha spintonato la giornalista, l’operatore e il tecnico specializzato; poi da una donna, che ha insultato e minacciato più volte di morte in particolare la giornalista, dopo averle gettato il microfono per terra. «L’aggressione violenta subita dalla nostra troupe - commenta il comitato di redazione della testata - è la conferma del pesante clima di intimidazione che colpisce chi cerca di fare informazione al servizio dei cittadini. Chiunque abbia a cuore la libertà di stampa non può più tollerare che avvengano simili episodi». Anche la direzione del Tg1 condanna «duramente» l’episodio.

fonte: Il Giornale

mercoledì 19 novembre 2008

Sporco negro

Pestaggi e umiliazioni. Vittime: rumeni, marocchini, ma soprattutto neri. Mentre c’è chi minimizza («solo episodi»), in un paese armato di rabbia e di paura si moltiplicano le aggressioni agli immigrati

Non crederai mica di poter entrare dappertutto solo perché adesso ha vinto Obama». Comincia così, davanti a una discoteca padovana, il viaggio al termine dell’intolleranza italiana, in questa notte della convivenza che si lascia dietro insulti, rabbia, botte e sprangate come non se n’erano mai viste: il catalogo è deprimente, ma è questo. Si chiama Pietro, ha 24 anni, studia Economia a Ca’ Foscari, l’università di Venezia, e ha deciso di passare la serata al Victory di Vicenza, una discoteca. Gli amici entrano, lui si attarda a parlare con uno di loro, poi, alla porta d’ingresso, quelle parole: «Non crederai mica di poter entrare dappertutto solo perché adesso ha vinto Obama». Pietro è un cittadino italiano di colore: aveva 4 anni quando i suoi genitori lo hanno adottato, strappandolo al mattatoio del Burundi. Lui e altri due piccoli ai quali avevano sterminato la famiglia, tutti e tre figli della coppia: operatori penitenziari ai quali non resta che presentare un esposto in Procura perché a Pietro è stato impedito di entrare in un pubblico locale per motivi razziali, per il colore della sua pelle. Alla faccia dell’articolo 3 della costituzione, che troppi sembrano aver dimenticato, mentre un ripasso farebbe proprio bene: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Quelli della discoteca si sono difesi dicendo che il ragazzo non è stato fatto entrare perché ubriaco, anche se l’uscita su Obama dimostra tutt’altro, ma Pietro li smentisce. E suo padre aggiunge: «Non vogliamo avere ragione a tutti i costi, ma vogliamo la verità». La stessa frase pronunciata, un mese fa, dal padre di Emmanuel Bonsu, il 22enne ghanese che dichiarò di essere stato pestato, a Parma, dai vigili urbani. Pestato, ingiuriato, obbligato a spogliarsi e a fare piegamenti con una bottiglia di acqua in testa. Quindi rispedito a casa con una busta, con sopra vergate le sue generalità: «Emanuel Negro». Anche quelli si difesero, accusando il ragazzo di essere il palo degli spacciatori e di aver fatto resistenza a pubblico ufficiale, ma la scorsa settimana il pm che segue il caso ha squarciato il velo su quelle false accuse e sui reati di cui dovranno rispondere gli agenti, dieci in tutto: percosse aggravate, calunnia, ingiuria, falso ideologico e materiale, violazione dei doveri d’ufficio, con l’aggravante dell’abuso di potere. Emmanuel è stato operato all’occhio tumefatto ma ha ancora paura di uscire da casa, perché ha ricevuto cinque lettere di minaccia, come non fosse bastato sentirsi dire, dentro il comando: «Confessa, scimmia. Sei solo un negro». Chi siano quei dieci, lo decida il lettore.

«Episodi isolati», ha fatto sapere il sindaco di Parma. Certo quei vigili non devono aver dato il buon esempio se, dieci giorni dopo la notizia del pestaggio, Boakye Danquah, 35 anni, anche lui ghanese, è stato aggredito su un bus da due albanesi che si sono sentiti molto bianchi e molto autorizzati a farlo sloggiare dal sedile che occupava nel bus, mandandolo all’ospedale. Razzismi di seconda mano, matrioske dell’intolleranza, come quello dei due romeni che, a Ragusa, lo scorso 24 ottobre, hanno aggredito un somalo, al grido di «sei un nero» regalandogli una prognosi riservata e regalandosi un’accusa di tentato omicidio, aggravato dall’istigazione razziale.

Una sorta di reazione a catena, il più debole – oggi, il nero – a soggiacere: una rivalsa-parificata per l’intolleranza e le aggressioni che anche a romeni e albanesi tocca subire. Pure da morti. «Bruciate ancora rumeni di merda», hanno scritto il 2 ottobre su un muro di Sesto San Giovanni, accanto al luogo dove, pochi giorni prima, un ragazzino romeno era morto a causa di un incendio.

Romeni e albanesi sono, nel sondaggio Ispos-Magazine, i meno sopportati tra gli immigrati. I reati odiosi di cui alcuni connazionali si sono macchiati hanno fatto spesso terra bruciata nei giudizi sulle due comunità, specie quella romena (la più numerosa oggi in Italia, con quasi 500mila presenze), che ha ereditato anche il ruolo di capro espiatorio: se ai tempi del delitto di Erika&Omar a Novi Ligure all’inizio fu caccia all’albanese, oggi la parte tocca al romeno, come accaduto il 2 novembre a Bolzano, quando un ragazzo di 16 anni, che aveva rotto una porta-finestra, non ha trovato di meglio, per giustificarsi, che simulare una rapina ad opera di due romeni, rimediando una denuncia alla procura dei minori. Ed è romena Ana Demian, 21 anni, studentessa di economia che, a Cagliari per il progetto Erasmus, s’è vista rifiutare una camera per via della sua carta d’identità, nonostante lo spot «Piacere di conoscerti» che il governo romeno manda in onda sulle reti televisive italiane. Ed è albanese Stefano M, 19 anni, in coma, a Genova, per le sprangate ricevute da un tizio di Cogoleto che frequentava il suo stesso oratorio e che da tempo lo minacciava: «Sporco albanese, prima o poi ti ammazzo ». Fino a quando non ci ha provato, sfondandogli il cranio, nonostante i carabinieri fossero già stati messi sull’avviso, per via delle continue provocazioni razziste. È accaduto a metà ottobre, a un mese di distanza dall’omicidio, a Milano, di Abdul Guibre detto Abba, cittadino italiano originario del Burkina Fasu, sospettato dai gestori di un bar, padre e figlio, di aver preso dei biscotti dal banco e sprangato a morte. E dalla strage di Castelvolturno, sei neri ammazzati dalla camorra, per dare un segnale, subito raccolto dalle scritte razziste apparse sui muri di Roma: «Minime in Italia: Milano -1, Castelvolturno -6». La temperatura dell’odio.

Ma poi, episodio davvero isolato, quello degli agenti municipali di Parma? Mica vero se lo scorso 25 settembre, quattro vigili urbani di Milano sono stati condannati (pene tra i 3 anni e gli 8 mesi) per aver fermato senza motivo una donna ucraina, averla denunciata come ambulante, insultata e presa a schiaffi, fabbricando persino prove a suo carico e falsificando i verbali. E il senegalese Diop Moussa ammanettato e scaraventato a terra il 9 ottobre davanti agli occhi del figlio (e dei suoi compagni) che aveva appena accompagnato a scuola per un diverbio con i vigili sul parcheggio dell’auto? Sì, sempre a Milano, dove un lavavetri romeno, il giorno seguente, ha accusato un agente municipale di averlo picchiato, davanti a 4 testimoni. Reazioni? «Andiamoci cauti, niente caccia alle streghe».

Allora lasciamo le strade e saliamo su un bus. Per esempio su quello che va da Bergamo a Seriate, dove due studentesse raccontano a L’Eco di Bergamo ciò a cui hanno assistito: quando una donna ha dichiarato di non trovare più il cellulare, il controllore si è avvicinato a un romeno, decidendo che fosse lui il ladro, facendogli togliere il giubbino, poi il resto fino a intimargli di levarsi le mutande. Niente, del telefonino nessuna traccia, ma il controllore non s’è fermato: ha tolto 70 euro dal portafoglio dell’uomo e li ha dati alla donna come indennizzo, gridando dietro al romeno, durante il prelievo: «Metti le mani qui che ti spacco le dita e ti mando all’ospedale».

Certo, c’è anche il bus di Ozzano dell’Emilia, nel Bolognese, dove è stato denunciato un autista che ha fatto inginocchiare sullo scuola-bus un bambino marocchino di 11 anni «perché non stava buono». E poi c’è la storia di Varese, sempre in ottobre, che fa tornare alla mente Rosa Parks e quell’autobus di 50 anni fa, a Montgomery, Alabama, visto che ad Anna, 15enne di origini maghrebine, i compagni di viaggio, studenti lombardi, prima hanno detto «marocchina di merda» e poi l’hanno obbligata a cedere il posto «non suo, perché non italiana». A suon di botte: per Anna occhi pesti, collare cervicale e naso rotto.

E la politica? Non resta a guardare: ribolle di indignazione o soffia sul fuoco. Specie se in campagna elettorale. Finendo, a volte, per scottarsi. Come a Trento, dove la Lega ha coperto la città di manifesti con lo slogan: «Dellai ha rovinato le piazze, noi le ripuliamo». Nell’immagine immigrati e poliziotti nei giardini di piazza Dante. Senonché i due tizi ritratti sul manifesto, cittadini polacchi incensurati, non hanno gradito la scelta di passare per delinquenti e nonostante l’onorevole leghista Fugatti abbia spiegato che era solo un messaggio «perché i giardini devono essere trentini », i due hanno denunciato per diffamazione il suo partito. Anche se, proprio in Trentino, ci sono nuovi esempi di integrazione come racconta l’ingresso dei bambini marocchini nella Sat, lo storico sodalizio dell’alpinismo. Eppure di questi tempi è come se i mille esempi di convivenza, che hanno fatto l’Italia degli ultimi anni, fossero messi in mora da quest’aria che tira e che libera folate di rabbia pure sulla storia, a suo modo esemplare, di Gabriel Bogdan Ionescu, il giovane pirata informatico romeno, condannato in primavera a 3 anni e un mese dal Tribunale di Milano per i suoi traffici di hacker bancario e ora primo classificato al test di ingresso alla facoltà di Ingegneria Informatica del Politecnico di Milano. Come se il genio (matematico, nel caso) dovesse fare la fila e chiedere permesso (magari di soggiorno) per trovare lavoro.

Pregiudizio. Ostilità. E violenza. Il catalogo dell’ultimo mese non è finito ed è davvero impressionante: a Figline, in Toscana, sono stati condannati, con l’aggravante del razzismo, due giovani italiani che hanno sprangato due operai kosovari; poi ci sono stati i raid di Roma: uno contro un ragazzo cinese, uno contro tre immigrati di origine egiziana; e quello di Castronno, in provincia di Varese, dove un naziskin ha picchiato dei dominicani. «Sporco marocchino vai a cucinare a casa tua», pronunciato da standisti del Salone del Gusto, ha innescato una rissa a Torino, dove venti giorni prima, il 9 ottobre, è stata rinviata a giudizio la donna che ha insultato una donna, sempre di origini marocchine, a colpi di «Hitler aveva ragione». E «sporco negro» per Assuncao Benvindo Muteba, 24 anni studente angolano, massacrato di botte a Genova, mentre più fantasia ha mostrato quella maestra elementare di Milano che alla mamma di un bambino di colore, da lei adottato, ha urlato: «Signora, riporti suo figlio nella giungla».

Variante infantile dell’invito «torna in Africa a mangiare le banane» pronunciato l’11 ottobre da un giocatore del Novendrate, campionato provinciale comasco, all’avversario Cheikh Cissé e, il 19 ottobre, da un arbitro di basket pavese nei confronti di un giocatore della Bopers Casteggio, durante un incontro di serie D. Perché lo sport non resta mai indietro e anzi, su certi temi - le curve insegnano - detta persino la linea. E accade così che il cerchio, sui razzismi di casa nostra, si chiuda in un campo da calcio, molti chilometri più a sud, due domeniche fa. E nel nome del nuovo presidente Usa - che ha fatto pure da incipit a questo viaggio - citato dalla rabbia di chi, e sono tanti, a casa nostra è rimasto spiazzato dall’esito dell’elezione americana, visto che a Mahamadou Sakho, portiere senegalese del Sogliano, campionato d’Eccellenza pugliese, hanno gridato dietro, sì , «sporco negro», ma aggiungendo all’insulto «fratello di Obama». A imperitura difesa della pura razza italiana.

fonte: Il Corriere della Sera

martedì 11 novembre 2008

GIORNALISTA DEL TG3 MINACCIATO DA NEOFASCISTI

Santo Della Volpe ha trovato la sua auto imbrattata di vernice con scritte ingiuriose e croci celtiche. È il terzo episodio del genere in pochi giorni. Fnsi: «Si tratta della prova di un clima di aggressività crescente nei confronti del lavoro giornalistico».

Continuano le minacce di stampo neofascista contro l'informazione. Questa volta è toccato a Santo Della Volpe, giornalista del Tg3, dirigente dell'associazione Articolo 21 e vicepresidente di Libera Informazione, che ha trovato la sua auto parcheggiata sotto casa imbrattata di vernice bianca e arancione con scritte ingiuriose e croci celtiche. La firma, T. S., è di un noto gruppo di estrema destra del quartiere Trieste - Salario. Le minacce erano chiaramente indirizzate all'inviato del Tg3 perché solo la sua macchina è stata sporcata. Proprio Della Volpe ha denunciato il fatto con un editoriale su Articolo 21: «Succede che arrivi stanco da un viaggio in giro per il mondo ed il mattino cerchi l'automobile - ha scritto il giornalista - e scopri una bella croce celtica con in alto a sinistra la lettera T e in basso a destra la lettera S. Si gela il sangue: hanno anche lasciato la firma, sono quelli del gruppo fascista Trieste-Salario... Io non sfido nessuno, ma nessuno creda di far cambiare di una virgola il mio lavoro. Non è bello sentirsi nel mirino, anche se da parte di una banda di stupidi vigliacchi. Dopo aver chiamato il 113 ho cancellato le scritte con rabbia, con furore, a costo di togliere anche la vernice dell'auto. Ed aspetto di vedere chi e perché ha preso di mira la mia persona, il mio lavoro da giornalista. Forse avevano bisogno di aprire una campagna intimidatoria contro la stampa e i giornalisti».
L'intimidazione a Della Volpe è il terzo episodio di minacce neofasciste contro i giornalisti. Lunedì scorso, infatti, un gruppo di giovani di Casa Pound, per protestare contro la redazione di "Chi l'ha visto?", aveva forzato gli ingressi e si era introdotto nella sede Rai di Via Teulada, mentre giovedì è stato appeso da Forza Nuova uno striscione vicino all'abitazione di Ezio Mauro, direttore di "La Repubblica", che diceva: «Direttore: basta odio e falsità».

Fonte: Agenda della Comunicazione

mercoledì 5 novembre 2008

Commento razzista di Libero sull'elezione di Barack Obama


Obama è in vantaggio. Evviva Obama. La liturgia aveva già scelto il nuovo dio da venerare. L’uomo della svolta. Il Messia. Se così fosse, dovrà governare, mica solo parlare a folle oceaniche: non è la stessa cosa. Deve dimostrare di essere davvero l’uomo nuovo, il Presidente in grado di riassumere Kennedy, Clinton e tutto il meglio della tradizione democratica. Non solo di essere la novità nera. Si è infilato nei fortini repubblicani, li ha bucati con la sola forza della retorica. Sarà il primo presidente nero degli States, dopo che i neri erano già nelle stanze dei bottoni dell’America sceriffo del mondo. Nella Casa Bianca, Condoleeza Rice e Colin Powell non erano due passanti. Sono stati due neri dell’era Bush jr. e forse questo era un handicap, perché George W. non è mai piaciuto. Già quattro anni fa gli avevano consegnato il benservito a favore di Kerry, gli elettori però non la pensavano così. Ecco perché era necessario costruire il Messia con abbondante tempo di anticipo. Al diavolo Lady Clinton, al diavolo la svolta rosa. Se svolta dev’essere, sia una svolta nera. Fa più tendenza. Batti oggi e batti domani, Obama sarà il primo black alla Casa Bianca.

tratto dalla Home Page di Libero del 5 novembre