"In Italia questo non deve succedere". Il suo velo da araba strattonato da un gruppo di bulli che le urlavano: "Levatelo, qui in Italia non lo devi portare, vattene nel tuo paese". E ancora: "Kamikaze, bombardati!". E' accaduto mercoledì scorso a Neila, una donna tunisina di religione musulmana, che ha denunciato tutto e ora racconta come è stata aggredita, prima a parole poi con calci e spinte, da un gruppo di ragazzi nel centro di Monterotondo, vicino Roma. "Un'aggressione razziale e religiosa" l'ha definita sua sorella Nadia, residente da vent'anni nella cittadina e presente al momento dell'accaduto. Tutto denunciato ai carabinieri di Monterotondo, col comandante che conferma: "Ci sono stati anche insulti e spinte".
fonte: Repubblica.it
venerdì 30 marzo 2012
Giovani tirano il velo a donna musulmana
lunedì 21 febbraio 2011
L’idea degli svizzeri: un muro per separare Chiasso da Como
Un muro di cemento armato alto quattro metri per separare Chiasso da Como, l’Italia dalla Svizzera. Come tra Palestina e Israele, oppure come avveniva ai tempi del muro di Berlino. Solo che il valico di Brogeda non è la Porta di Brandeburgo e Ponte Chiasso non è la Cisgiordania. Per Giuliano Bignasca, leader e presidente a vita (autonominatosi) della Lega dei Ticinesi, il Carroccio duro e puro svizzero, cambia poco. L’idea, originale come molte altre in passato e nel presente del movimento - l’organo del partito scriveva ieri che Garibaldi era un ladro di cavalli e i frontalieri italiani sono paragonati allo smog di Milano che varca il confine - è semplice.
«A Chiasso tra una settimana sarà emergenza - ha spiegato Bignasca - i tunisini adesso sono a Lampedusa e tra una settimana saranno a Chiasso e penso che sia tempo e ora che i valichi di frontiera vengano presidiati, sempre. E poi al posto di quella rete metallica che c’è bisogna fare un muro altro quattro metri. Bisogna fare un muro con l’Italia, perché l’Italia non è una nazione controllabile. Adesso sono arrivati in quattro mila e ne arriveranno altri 15 mila, ma di quei 15 mila almeno la metà arriverano o passeranno dalla Svizzera». Un timore, quello dei leghisti ticinesi, contagioso, tanto che il sindaco di Chiasso, Moreno Colombo, peraltro con nonni comaschi, eletto nelle file del Partito liberale radicale, ieri sul tema ha diffuso dal Municipio una nota dai toni allarmati (tanto più che Chiasso confina con Como).
fonte: il Giorno
giovedì 29 luglio 2010
Tunisino che sognava l'Europa muore soffocato nel bagagliaio
Il viaggio della speranza, la traversata da clandestino è finita sulla piazzola "Castagna" dell'autostrada Genova-Milano. O meglio, ancora prima: chiuso, soffocato nel cofano-bagagli di una Mercedes trasformato in una bara. La triste fine di un tunisino, di età compresa tra i 25 ed i 30 anni, che sognava l'Europa per mettere fine alla sua vita di stenti e miseria, pare che sia stata "scoperta" dall'autista della vettura, che ha raccontato alla polizia stradale di avere sentito un cattivo odore provenire proprio dal bagagliaio. "Ho aperto, ho visto questo corpo ormai senza vita", ha cercato di far capire l'uomo, cittadino francese di 21 anni, ma anche lui di origine tunisina. Polizia e Procura della Repubblica stentano a credere a questa versione, tanto che il conducente è stato arrestato con l'ipotesi di trasporto illegale, di avere tentato di introdurre in territorio Shengen la vittima. Lui, però, ha dichiarato di non conoscere l'uomo, di non essere al corrente di viaggiare con una persona chiusa nel cofano.
L'auto, con targa francese, è sbarcata ieri nel porto di Genova, poco dopo l'una e mezza, dal traghetto "Venizelos" della Cotunav, proveniente da Tunisi. La vettura ha imboccato la A-7, diretta a Nord, e mezzora dopo, intorno alle 2, una pattuglia della Polstrada si è accorta della presenza della Mercedes scura ferma nell'area di parcheggio "Castagna", la prima che si incontra dopo lo svincolo di Bolzaneto. Gli agenti hanno notato un uomo che richiamava l'attenzione, sbracciando, in piedi davanti al cofano; un altro steso a terra, privo di conoscenza. L'autista ha detto subito di averlo tirato giù nel tentativo di soccorrerlo, anche se potrebbe avere tentato di liberarsene.
Comunque, la polizia ha fatto scattare immediatamente i soccorsi, chiamando il "118", ma è stato tutto inutile. Non è rimasto che far intervenire il medico-legale. L'autista, colto da malore, prima è stato accompagnato all'ospedale Villa Scassi di Sampierdarena, poi alla direzione compartimentale della Polstrada. Il pm di turno, Vittorio Ranieri Miniati, da una parte ha disposto il sequestro della vettura e conferito l'incarico per l'autopsia sul cadavere, dall'altra ha firmato l'arresto del conducente, sospettato di favoreggiamento all'immigrazione clandestina (legge Bossi-Fini) e morte in conseguenza di altro reato.
Stando ai primi accertamenti medico-legali, il decesso sarebbe avvenuto per asfissia, almeno 12 ore prima del ritrovamento del cadavere.
fonte: La Repubblica
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martedì 3 novembre 2009
Adel, “mi negano il ritorno in patria perché non ci sono i soldi”
Adel è un ragazzo tunisino di 30 anni. Cinque anni fa, si è allontanato dalla sua famiglia per raggiungere l’Italia. Dopo tanti sacrifici è riuscito a mettere da parte 8 mila euro per il viaggio sperando che un giorno sarebbe tornato più sereno e soddisfatto nel suo Paese.
Con lo sguardo verso l’Europa, insieme ad altre 80 persone è partito dalle coste tunisine. Affrontare il mar mediterraneo e raggiungere le coste della roccaforte europea è l’unica soluzione possibile per ragazzi e ragazze che non hanno altra scelta. Preferiscono rischiare la morte per raggiungere un paese, visto nei loro sogni, democratico. Un paese dove è nato il diritto dell’uomo che evidentemente non è sancito per tutti. Adel durante il viaggio ha visto la gente morire e sprofondare negli abissi del mar Mediterraneo. Quell’inferno è durato tre lunghissimi giorni. Sbarcato a Pantelleria, provato dal viaggio, è stato curato e assistito dagli operatori umanitari che operano nell’isola.
Ha imparato subito la lingua italiana. Si è svegliato dallo stordimento del sogno europeo ed ha iniziato a capire la realtà. Ha intuito subito che era uno dei tanti mostri da sbattere in prima pagina nonostante non fosse un criminale. Trova lavoro a Milano, si impegna a fare carpentiere. Lavora con dovizia e serietà nonostante non avesse nessuna protezione. Si può scordare le prestazioni di assistenza sociale come i trattamenti di invalidità, infortunio sul lavoro e assegni sociali. Non ha un lavoro regolare e non può avere il permesso di soggiorno. Però lavora, fatica e produce per le imprese Italiane. E’ uno strumento di mercato e serve per porre rimedio alle carenze del Paese, fino a quando serve.
Adel non fa altro che faticare durante tutto il giorno. Nel 2007, arriva la prima randellata: un mandato di espulsione. Ma non intende assolutamente lasciare il paese e soprattutto il suo lavoro. Seppur in nero, era un mestiere che gli permetteva di vivere e soddisfare i suoi bisogni. Poi, sperava sempre in una regolarizzazione. I suoi sogni sono stati spezzati un mese fa. Quando Adel è stato fermato dalle Forze dell’ordine e portato immediatamente in caserma per una verifica delle sue generalità. Non ha il permesso di soggiorno e questo può bastare per essere rinchiuso all’interno del centro di identificazione ed espulsione, o meglio, dentro il centro di detenzione di Corso Brunelleschi a Torino.
Ora è deluso e ingannato Adel. Soffre e non capisce come mai sia in carcere. “Questa è una vera e propria prigione. E non capisco perché sono qui dentro. Ho capito che sono clandestino ma perché tutta questa brutalità verso chi viene, da un paese non occidentale, a lavorare?” mi dice Adel contattato telefonicamente.
E’ un mese che vive in detenzione a Torino e non può far altro che raccontare come un fiume in piena la sua quotidianità. “Qui ci sono anche due bambini di 16 anni. Sono piccolissimi, ma perché fa così l’Italia?” mi dice sconsolato. All’interno del centro manca l’acqua calda ed il riscaldamento è spento nonostante la notte muoiono dal freddo, “nessuno ci aiuta. Non puoi chiedere nulla, le medicine non ci sono ed ora molti hanno l’influenza. Sono malati e non c’è un dottore. Ci sbattono qui dentro, non ci visita nessuno.” Racconta che le medicine vengono usate soltanto in un altro modo: “ci mettono qualcosa all’interno del cibo perchè dopo mangiato mi sento sempre fragile”.
Una ventina di giorni fa Adel ha provato un evasione senza successo: “Cerca di capirmi io qui mi spengo piano piano, come posso sopportare queste ingiustizie? E poi anche se ho provato l’evasione perché tutta quella cattiveria contro di me?”. Le tentate evasioni all’interno dei Cie si pagano a caro prezzo: “Sono stato picchiato e portato 4 giorni in galera. Poi, il giudice ha visto le mie pessime condizioni, ha ascoltato il mio racconto e mi ha rilasciato”. Dopo aver “assaggiato” la prigione per la prima volta, è stato portato di nuovo all’interno del Cie di Corso Brunelleschi. “Mi hanno messo in isolamento. Mi hanno picchiato. Succede a tutti così. Non puoi neanche chiedere qualcosa perché se lo fai, ti portano in isolamento, ti ammazzano di botte e poi ti riportano con gli altri.”
Adel mi racconta che ha avuto il coraggio di denunciare le violenze subite. “Io li ho denunciati, il 20 novembre dovrebbe iniziare il processo contro di loro. Sono 10 giorni che non posso camminare, sono tutto gonfio dalle botte.”
“Qui non è Italia, è Guantanamo, forse anche peggio”. E forse per questo motivo Adel ha chiesto di tornare a casa. Sono quasi 5 anni che vive in Italia ed ora non riesce più ad amare questo paese, vuole tornare in Tunisia, “mi manca mia mamma”. Martedì Adel è stato all’ufficio immigrazione ed ha dichiarato la voglia di tornare. L’ufficio immigrazione non ha accettato la richiesta, gli ha negato il ritorno in patria: “Mi hanno detto che non hanno i soldi per comprarmi il biglietto e per questo motivo non posso tornare a casa. Non so se è una bugia ma io ho due bambini a casa e non ho voglia di scherzare. Neanche in America trattano così gli immigrati. Quì i diritti dell’uomo valgono solo a parole. E’ un casino fratello mio”.
fonte: Periodico Itliano
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Giustizia per Mbarka Sami Ben Garci
L’uomo, detenuto nel carcere di Pavia, era morto a causa di uno sciopero della fame.
Ieri il suo legale ha presentato un esposto alla Procura di Pavia nel quale accusa la direzione del carcere, il direttore sanitario della struttura e una psichiatra di essere responsabili della morte dell’immigrato.
Mbarka Sami Ben Garci aveva deciso di protestare dopo che gli era stata inflitta una nuova condanna per violenza sessuale, accusa che aveva sempre respinto considerandola “infamante”.
La Procura, subito dopo l’accaduto, aveva aperto un fascicolo a carico di ignoti con l’ipotesi di omicidio colposo, disponendo l’autopsia che, stando ai primi esiti, avrebbe individuato in una crisi metabolica la causa della morte.
Ora in Procura è arrivato anche l’esposto presentato dall’avvocato Aldo Egidi, al quale sono allegate alcune lettere che il legale inviò alla direzione del carcere per richiedere il trattamento sanitario obbligatorio (tso) per il detenuto, che non intendeva interrompere lo sciopero della fame.
fonte: Inviatospeciale
venerdì 11 settembre 2009
Lasciarsi morire in carcere
Al netto di ogni possibile e ovvia speculazione sulle guarentigie della certezza della pena, la morte di Sami M.S. avvenuta due giorni fa in seguito ad uno sciopero della fame prolungato da oltre un mese e mezzo, non fa che riaprire l’annoso dilemma fra diritto alla vita e diritto all’autodeterminazione dell’individuo.
Può una persona, ed in questo caso la legge non fa differenza fra liberi cittadini e detenuti, lasciarsi volontariamente morire per vedere rispettato il proprio diritto di scegliere?
Sami, cittadino quarantaduenne di nazionalità tunisina stava scontando, nel carcere Torre del Gallo di Pavia, l’ultimo dei sette anni e quattro mesi di reclusione in seguito ad una condanna per spaccio di sostanze stupefacenti. Una riduzione della pena a tre anni e mezzo, ottenuta grazie all’indulto e ad altri benefici per la liberazione anticipata, avrebbe permesso al nordafricano di lasciare la sua cella già dagli inizi del dicembre prossimo. Questa è, in breve, la storia di Sami fino allo scorso luglio quando una misura cautelare ordinata dalla magistratura lo ha condannato ad altri otto anni e mezzo per violenza sessuale. Un capo d’accusa nei confronti del quale l’uomo si è sempre dichiarato innocente fino al punto di iniziare a rifiutare acqua e cibo per ben cinquantuno giorni. “Non ha sofferto il pensiero di dover stare ancora altri otto anni e mezzo in carcere. – ha dichiarato al telefono Aldo Egidi, legale di Sami - Mi ha detto che rifiutava l’idea di smettere di fare lo sciopero della fame e di non voler più parlare con nessuno, né con me, né con i familiari, né con la convivente”.
Nella notte tra venerdì e sabato scorso l’ultima crisi causata delle gravi condizioni di salute in cui ormai versava Sami, ha costretto le autorità carcerarie a ordinare il trasferimento nella clinica di Chiurgia toracica di Pavia. Qui, l’uomo è arrivato dopo numerosi spostamenti susseguitisi dopo la sua uscita dal penitenziario dove era detenuto. Dopo il primo attacco sopraggiunto lo scorso 2 settembre mentre l’uomo si trovava all’interno della sua cella i dirigenti della prigione hanno richiesto l’immediato trasferimento nel Pronto Soccorso del policlinico San Matteo dove i dottori hanno constatato che l’unica possibilità per salvare la vita dell’uomo sarebbe stata quella di sottoporlo ad un trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Per attivare la procedura i sanitari avrebbero dovuto precedentemente diagnosticare una patologia mentale. Dalle corsie d’emergenza il paziente era stato dunque successivamente spostato nel reparto di Psichiatria per il parere degli esperti.
La legge 833/1978, che regola fra l’altro il TSO in casi di malattia mentale, prescrive – art. 34 - che tale misura possa essere adottata in condizioni di ricovero ospedaliero ma solo ove venga rilevata la contemporanea presenza di tre condizioni. “Il trattamento sanitario obbligatorio per malattia mentale – recita la legge – può prevedere che le cure vengano prestate in condizione di degenza ospedaliera solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere”.
Il che vuol dire che dopo il ricovero in ospedale Sami, che da un mese e mezzo non accettava cibo e acqua né cure di alcun genere, prima condizione, e per la salvezza del quale non erano più sufficienti cure extraospedaliere, seconda condizione, avrebbe potuto essere curato forzatamente solo dopo una prognosi che avrebbe accertato “alterazioni psichiche”. Era quello l’ultimo passaggio per salvare la vita di un detenuto che non voleva essere salvato se non da quella che lui diceva essere la verità.
Dalla Psichiatria non verrà emesso nessun referto. L’uomo, ormai in condizioni disperate, sarebbe deceduto dopo poche ore nella clinica di chirurgia toracica in seguito a gravi complicazioni che hanno coinvolto il funzionamento degli organi interni, ormai troppo deboli a causa del prolungato digiuno.
Se la pronuncia degli psichiatri fosse arrivata prima della morte di Sami probabilmente l’Italia in questo momento parlerebbe del detenuto a cui non è stato permesso di decidere. Probabilmente si affronterebbero nuovi sterili dibattiti sulle limitazioni alla libertà di compiere qualsiasi gesto che attenga esclusivamente alla sfera dell’arbitrio personale. L’impressione è che la vacatio legis su casi come quello del tunisino sia stata ancora una volta oscurata da una morte che non lascerà codazzi di polemiche. Una morte non poi così importante da convincere il Legislatore a trovare una soluzione normativa tra il diritto alla vita, che le autorità devono rispettare e far rispettare, e quello alla libera manifestazione del pensiero che un individuo, del tutto sano di mente, decide di esercitare.
E se il nodo gordiano è davvero ancora difficile da sciogliere, la strada da percorrere dovrebbe essere quella di una riabilitazione del condannato che passi attraverso un attento e scrupoloso dialogo per caire i suoi problemi e curare i suoi drammi quotidiani.
“In ogni caso come questo, che non è il primo – ha dichiarato Patrizio Gonnella dell’associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti – la questione che si pone è del tutto etica e non si risolve solo cercando di capire se bisognava curare il detenuto con la forza. La vera domanda è se c’e stata una reale presa in considerazione del problema personale del detenuto. La violenza sessuale è punita non solo dalle autorità col carcere ma anche dagli stessi detenuti per mezzo di minacce e maltrattamenti verso colui che è accusato di tale reato. Mi chiedo, mantenendomi del tutto cauto sul caso in esame, se siano stati fatti ragionamenti del genere. Se le autorità siano state vicine all’uomo”.
fonte: Peacereporter
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giovedì 7 maggio 2009
Tunisina suicida nel Cie di Ponte Galeria
Una donna tunisina di 49 anni, ospite del Centro di indentificazione ed espulsione di Ponte Galeria a Roma, si è suicidata. Il corpo, rende noto la Croce Rossa Italiana che gestisce il Cie, è stato trovato questa mattina intorno alle 6,45.
«Alle 6,45 il medico della Cri in servizio presso il Cie, chiamato d'urgenza dai nostri operatori, non ha potuto far altro che constatare la morte di M.M., cittadina tunisina di 49 anni, ospite del centro dal 24 aprile scorso - ha reso noto Claudio Iocchi, direttore del comitato provinciale della Cri di Roma -. Il decesso è avvenuto per suicidio. La Cri è profondamente addolorata per la scomparsa di M.M. dovuta ad un gesto di cui nessuno aveva avuto sentore, nemmeno le sue compagne di stanza. Del resto - conclude Iocchi - l'ospite non aveva mai dato segnali in tal senso, né era stata sottoposta a qualsivoglia tipo di cure farmacologiche o psicologiche»
M.M. era in Italia da oltre 20 anni e rischiava l'espulsione.
fonte: Il Messaggero
mercoledì 11 febbraio 2009
Uccide e brucia un tunisino, fermato a Trapani
Un pregiudicato di Salemi (Trapani), Fabrizio Castelli di 29 anni, e' stato sottoposto nella notte a fermo indiziario per omicidio, occultamento e distruzione di cadavere dai carabinieri di Mazara del Vallo, in esecuzione di un provvedimento emesso dalla Procura di Marsala, perche' accusato di avere ucciso un tunisino, Moussa Grine di 43 anni, e di averne occultato il cadavere, distruggendolo con il fuoco, all'interno di una chiesa sconsacrata. l'extracomunitario, sposato nel suo paese d'origine e munito di regolare permesso di soggiorno, da alcuni anni viveva a Salemi dove lavorava come bracciante agricolo stagionale, ma era scomparso da quasi un mese. Interrogato ieri sera dal sostituto procuratore Giacomo Brandini, davanti ai gravi indizi di colpevolezza emersi nel frattempo a suo carico - tra i quali alcuni indumenti sporchi di sangue portati ad un amico per essere lavati - Fabrizio Castelli avrebbe confessato di avere ucciso Moussa Grine, con il quale si frequentava occasionalmente.
fonte: AGI News
Etichette: omicidio, trapani, tunisia
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martedì 27 gennaio 2009
Tunisino ucciso a coltellate in centro
Milano, piazza della Repubblica, un tunisino di 28 anni è stato trovato agonizzante lunedì sera in piazza della Repubblica, nel centro di Milano, probabilmente colpito al cuore con una o più coltellate ed è morto durante il trasporto in ospedale. Era riverso in terra quando è stato notato da una pattuglia mista di carabinieri e soldati che perlustrava la zona.
fonte: Corriere della Sera
Etichette: milano, omicidio, tunisia
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lunedì 5 gennaio 2009
I CLOCHARD OGNI NOTTE DORMONO AL FREDDO E ALL'ADDIACCIO E I POTENTI PENSANO ALL'EXPO
A Milano, mentre il cardinale Tettamanzi stanzia un milione per i senza lavoro ed i bisogni dei cittadini più poveri, 800 clochard vivono all'addiaccio. Un numero rilevante di persone di diverse nazionalità: italiani, marocchini, tunisini, ucraini, romeni, africani. Sono uomini e donne. Molti sono alcolizzati, altri hanno problemi psichici, altri sono senza fissa dimora, e altri non hanno un lavoro. Dormono sotto la Stazione Centrale, negli androni dei palazzi in Corso Vittorio Emanuele avvolti nei cartoni o nelle coperte, e altri sulle grate della metropolitana dove c'è più calore. Generalmente sono clandestini che non trovano posto nei dormitori pubblici dove sono ricoverate già 2.500 persone per notte, oppure si rifiutano di andarci per i motivi più disparati. Si tratta di un'emergenza vera e propria se consideriamo che di notte la temperatura scende sotto lo zero. E fino all'Epifania le previsioni a Milano sono drammatiche. La responsabile del piano anti freddo , l'assessore del Comune di Milano all'assistenza Mariolina Moioli (coordinatrice della Lista Moratti) è convinta che bastino 5 unità mobili in una città che ospita 1.600.000 abitanti. No, cara Moioli. Il tuo assessorato gestisce il 40% del bilancio comunale e anziché regalare stipendi favolosi a manager, a spin doctor e ai futuri consiglieri dell'Expo 2015 spa, è necessario fare di più per gli ultimi, i disperati, e coloro che non contano nulla. Essi sono stati privati della loro dignità personale e ora vivono ai margini della società ricca e opulenta, della società che vuole fare l'esposizione dell'Expo nel 2015 ma si dimentica dei suoi 800 barboni. La città della moda, la città del terziario avanzato, della Borsa, dei quotidiani più importanti del Paese, delle Banche e delle Assicurazioni che pensa al profitto, e non già alla solidarietà. Non basta dire che i clochard non vogliono andare a dormire nei dormitori pubblici, non basta regalare qualche coperta. Qui manca una strategia, manca un piano d'azione, manca un progetto per questi poveri cristi. Questi uomini e queste donne rischiano la morte ogni notte e voi avete il coraggio di parlare di piano antifreddo. Ma almeno sapete cosa significa dormire con pochi abiti e una coperta? Sapete cosa vuol dire desiderare la morte piuttosto che vivere in condizioni disumane? Allora avete l'obbligo morale di aprire la metropolitana di notte, di reclutare vigili urbani per garantire sicurezza nel corso della notte come fanno a New York. Signora Moioli vada negli Usa se vuole capire cos'è un piano anti freddo. Scambi le sue scarse e modeste esperienze in una metropoli come Milano con quelle di altre metropoli e vedrà che l'apertura della metropolitana per una o due settimane è un fatto del tutto normale, lecito e consentito. Ma a Milano si scelgono 5 unità mobili, due volontari e due vigili per unità che invece dovrebbero essere 20 come le vecchie zone della città attualmente diventate nove. Con 20 unità si può monitorare il territorio milanese di 182 Kmq, ma con 5 non fa nulla. E i cittadini più emarginati rischiano la pelle. I soldi ci sono. Attingete dal bilancio per l'assistenza e garantite il soddisfacimento dei bisogni per queste persone. Il compito della politica è quello di interpretare i bisogni della gente e dare ad essi una risposta concreta ed efficace. Stasera e stanotte le previsioni metereologiche prevedono per Milano la neve e il peggioramento delle condizioni del tempo non aiuta. Dov'è finita Milano col cuore in mano? No. Sono cambiati i tempi. C'è molto egoismo, molto individualismo, indifferenza tra i cittadini e anche nelle Istituzioni. Non esiste una cultura della solidarietà. C'è la corsa al denaro, al potere, e alla carriera. Rimpiangiamo tutti il cardinale Carlo Maria Martini che con la sua Lettera Pastorale "Farsi prossimo" (1985) ci aveva indicato le linee di attuazione di codesta cultura. E ancora: la cultura dell'accoglienza verso gli stranieri non c'è e non viene attuata. Ci sono molto razzismo , xenofobia e un sacco di pregiudizi verso gli stranieri eccetto quando qualcuno fa business su di loro. La Sindachessa Letizia Moratti è in vacanza e ha dato la delega all'assessore Mariolina Moioli e ci auguriamo vivamente che si tenga in contatto con la sua subordinata per informarsi costantemente della situazione di questi 800 clochard e dia disposizione di aprire la metropolitana di notte. A Milano esistono purtroppo ancora situazioni di autentica povertà fisica e psicologica: gruppi di persone o singoli individui conducono una vita non certamente adeguata alla loro dignità umana; soffrono atrocemente la solitudine, l'abbandono, l'emarginazione, la discriminazione. Si assiste al fenomeno dell'emergenza dei nuovi poveri: i disabili fisici e psichici, per i quali le moderne leggi hanno sì approntato provvedimenti adatti alle loro menomazioni, ma che hanno urgente bisogno dell'affetto e della disponibilità di tutti, di una vera conversione di mentalità nei loro confronti; gruppi di giovani - e il fenomeno è ormai salito a preoccupanti livelli di guardia - i quali, disillusi, cercano nella droga l'appagamento dei loro sogni spezzati; gli anziani, molti dei quali vivono in situazioni veramente drammatiche. È qui, nel mondo di tanti e tanti nostri fratelli bisognosi del nostro aiuto, del nostro affetto, delle nostre cure, che si inserisce l'opera permanente, indispensabile, continua, metodica della "Caritas", la quale deve anzitutto formare le coscienze dei fedeli all'imprescindibile esigenza dell'apertura, della disponibilità, della dedizione verso gli altri, con la convinzione che ogni contributo che si da alla comunità ecclesiale nella sua capacità di donarsi, costituisce un aiuto per la sua crescita nella maturità cristiana e per la incisività della sua testimonianza nel mondo. Giovanni Paolo II diceva: "Quando una società, lasciandosi guidare unicamente dai criteri del consumismo e dall'efficienza, divide gli uomini in attivi ed inattivi, e considera i secondi come cittadini di seconda categoria, abbandonandoli alla loro solitudine, non si può chiamare veramente civile. Quando una famiglia non vuole in casa le persone del proprio sangue, della prima e della terza età, i bambini e gli anziani, e gli uni e gli altri trascura in qualche modo o forma, non merita certo il titolo di comunità di amore." L'uomo è la base di ogni cosa. Esso deve essere rispettato nella sua personale e trascendente dignità. La sua dimensione sociale deve essere rispettata: la personalità umana e cristiana non può realizzare se stessa, in effetti, se non nella misura in cui l'egoismo esclusivista viene respinto, poiché la sua chiamata è insieme personale e sociale. I valori umani, i valori morali sono alla base di tutto. La legge non può prescinderne, né nei suoi obiettivi, né nei suoi mezzi. Per queste ragioni ci auguriamo che la persona venga messo alla centro dell'attività politica della Giunta Moratti. Non è tempo di sprechi e di regalie. E' tempo invece di sobrietà e di austerità e di aiuto per coloro che sono in difficoltà come gli 800 clochard milanesi.
fonte: IMG Press
domenica 30 novembre 2008
Portava il burka, processata e assolta
Monia, mamma e moglie tunisina di 37 anni, il 21 settembre 2005 stava entrando nel palazzo di Giustizia di Cremona per seguire il processo che vedeva imputato suo marito, l’imam Mourad Trabelsi, di terrorismo. Portava il burqa, che come noto copre il volto e il corpo, ma quando la fermarono per chiederle di identificarsi, scoprì il viso consegnando contemporaneamente il documento di identità.
Non bastò. Perché "in luogo pubblico e senza un giustificato motivo indossava un velo che ne rendeva difficile il riconoscimento da parte delle forze dell'ordine". Nonostante il “giustificato motivo” per una donna musulmana sia l’appartenenza alla sua fede, e nonostante non abbia fatto alcuna difficoltà a rendere semplice il riconoscimento, Monia Mzoughi si è ritrovata rinviata a giudizio.
Oggi, dopo tre anni, il giudice Pierpaolo Beluzzi dello stesso tribunale di Cremona l’ha assolta “perché il fatto non sussiste”, ma lei si dice preoccupata per la crescita serena dei suoi figli. “Mi vedono sul giornale come se avessi commesso chissà quale crimine” dice, sebbene “non mi sia mai sottratta all’identificazione”. Ma la questione non era e non è l’identificazione, evidentemente. Le è stata contestata la violazione dell’articolo 5 della legge del ’75 sulle “Disposizioni in materia di ordine pubblico”.
E nel corso degli anni tra il rinvio a giudizio e la sentenza di oggi, l’allora ministro Amato aveva varato nel giugno 2007, la “Carta dei valori, della cittadinanza, e dell’integrazione”. Un testo che sembrerebbe un editto sulla libertà. La nostra Costituzione è citata ad ogni stormir di fronde come la carta fondamentale per la tutela dei diritti e dell’uguaglianza delle persone di qualunque razza, genere, cultura e religione, e nel capitolo sulla “Laicità e la libertà religiosa”, il punto 26 proclama “In Italia non si pongono restrizioni all’abbigliamento della persona purché liberamente scelto e non lesivo della sua dignità”, per culminare poi in “Non sono accettabili forme di vestiario che coprono il volto perché ciò impedisce il riconoscimento della persona e la ostacola nell’entrare in rapporto con gli altri”.
L’ipocrisia è la cifra con la quale l’Italia traballa tra una cultura con la quale si confronta con il metro etnocentrico e la questione sicurezza, incapace di affrontarla davvero ma solo di brandirla come un’arma nei confronti del “diverso da noi”. Uno strumento di difesa, di chiusura, dove la propria identità fa da linea di demarcazione; non uno strumento a tutela della sicurezza, poiché processare una donna che si è immediatamente identificata è semplicemente un atto di discriminazione.
Per fortuna la sentenza le ha reso giustizia: "Non si ravvisa la condotta lesiva al precetto dell'imputata - si legge - La nordafricana (sic, ndr) alla prima richiesta della polizia alzò infatti il velo scoprendo il volto ed esibì un documento di riconoscimento, la carta d'identità, consentendo in modo agevole all'ufficiale di pubblica sicurezza di procedere alla sua identificazione".
Assoluzione piena, pronunciata oggi, nel giorno in cui la Commissione europea per la giustizia vara l’accordo quadro contro il razzismo e la xenofobia, con pene da 1 a 3 anni. Ci sono voluti sette anni per giungere a questa legge, e ora i governi hanno due anni per inserirla nei loro ordinamenti. Da noi, tra divieto del velo e ddl sicurezza, vediamo di non farne ancora un problema di ordine pubblico.
fonte: Dazebao.org
Etichette: cremona, tribunale, tunisia
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