perchè questo blog?

L'Italia è diventata da anni paese di immigrazione ma da qualche tempo si registra un crescere di fenomeni di razzismo. Dopo la morte di Abdul, ucciso a Milano il 14 settembre 2008, ho deciso che oltre al mio blog personale avrei provato a tenere traccia di tutti quei fenomeni di razzismo che appaiono sulla stampa nazionale. Spero che presto questo blog diventi inutile...


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lunedì 28 gennaio 2013

Cittadinanza negata a stranieri down

In Italia abbiamo una legge sulla cittadinanza vecchia e arretrata. Concedere la cittadinanza alle persone che decido di vivere stabilmente nel nostro paese è uno strumento di integrazione e di riconoscimento di diritti umani e civili fondamentali. Attualmente si può richiedere la cittadinanza, oltre che per matrimonio, se si soggiorna legalmente e senza interruzioni in Italia per più di 10 anni o se si nasce in Italia e vi si risiede senza interruzioni fino al compimento del diciottesimo anno d’età.

Una legislazione moderna prevederebbe che tutte le persone nate in Italia possano essere considerate italiane, da subito, e che la cittadinanza possa essere chiesta dopo 5 anni di permanenza sul nostro territorio perchè se pago le tasse, lavoro, vivo in una terra è giusto che io possa, a pieno titolo, agire sulla gestione di quel paese.

Ma oltre a questo la legislazione attuale ha dentro di se una profonda distorsione: per conseguire lo status di cittadino italino bisogna pronunciare un giuramento, ma le persone per le quali viene decretato l’incapacità di intendere e di volere non possono giurare.

E’ il caso di molti disabili psichici e delle persone affette della Sindrome di Down in particolare. Il caso si è appena proposto quando un giovane ragazzo albanese, di diciott’anni, affetto da questa malattia, ha chiesto di diventare cittadino italiano, essendo nato in Italia. Richiesta respinta.

La Ledha sostiene che la questione si possa superare applicando la Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità, ratificata dal nostro Paese con la legge 18 del 2009, che obbliga gli Stati firmatari a riconoscere alle persone disabili la libertà di movimento, il diritto di scegliere la propria residenza e quello di cambiare cittadinanza. Un motivo in più per cambiare la legge sulla cittadinanza.


mercoledì 12 settembre 2012

Abba dimenticato e sentenza stravolta: tolta l'aggravante di razzismo

Lo scorso 2 Agosto sono state eliminate le aggravanti a carico dei suoi assassini. Incredibili le motivazioni. Abdoul Guibre (detto Abba) è stato ucciso a sprangate il 14 settembre 2008, da due commercianti milanesi. Aveva rubato un pacco di biscotti con due coetanei. Oggi Abba avrebbe 23 anni e allora ne aveva 19. Sul Corriere della Sera (edizione di Milano) leggiamo: In particolare, la prima sezione penale della Cassazione, con la sentenza n. 31454 depositata mercoledì, ha rilevato che i giudici del merito non hanno dato adeguata motivazione circa l’aggravante: «l’indagine omessa in funzione della valutazione della sussistenza o meno del futile motivo – si legge nella sentenza – è proprio quella attinente alla componente psichica soggettiva che indusse i Cristofoli, persone di non elevata cultura, reduci da una pesante notte di lavoro e pronti a continuare la loro attività nel bar, a reagire, seppure del tutto sproporzionatamente sul piano oggettivo, al piccolo furto commesso ai loro danni dai giovani stranieri al culmine di una notte di pellegrinanti evasioni che li rese particolarmente disinibiti e scanzonati al cospetto degli affaticati e suscettibili derubati». Leonardo Sciascia aveva a suo tempo evidenziato la sintassi grottesca del gergo giudiziario.

Nel nostro piccolo vorremmo continuare questo lavoro analizzando alcuni degli elementi più scandalosi di questa sentenza:

- La “componente psichica soggetttiva”: Se non ci sono perizie mediche che attestino l’incapacità di intendere e di volere, questa frase perde ogni significato, ogni contatto con la realtà. Quindi lo stato d’animo può essere una attenuante? Se tua moglie ti tradisce, puoi ubriacarti e poi metterti alla guida, se poi investi e uccidi un giovane di 19 anni, troverai dei giudici che giustificheranno l’omicidio dicendo che la tua “condizione psichica soggettiva” va calcolata come attenuante. O no? -”persone di non elevata cultura”: Qui siamo davvero nell’assurdo: i due assassini (ricordiamo i nomi di chi ha commesso tale delitto: Fausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio) sarebbero persone di “cultura non elevata”. Due piccoli imprenditori non analfabeti non possono aspirare a far parte dello stesso terreno culturale di chi le sentenze le scrive. Impossibile non pensare al torturatore che in Germania abusò per settimane della propria compagna, e subì una condanna mite perchè il tribunale gli riconosceva l’attenuante di essere sardo, quindi appartenente ad un popolo violento e possessivo.

I giudici di Milano usano l’espressione di non elevata cultura”, che oltre a perpetuare quel pensiero classista che reputa ignorante chiunque non abbia una laurea, rischia di diventare un pericoloso precedente per la giurisprudenza italiana. Fausto e Daniele Cristofoli erano proprietari di un bar, quindi erano due (piccoli) imprenditori. Per fare tale mestiere bisogna saper leggere, scrivere e far di conto, quindi sicuramente non erano analfabeti. Fausto Cristofoli aveva letto l’Etica Nicomachea di Aristotele? Daniele Cristofoli conosceva il greco antico? Quali sono i requisiti minimi che distinguono una persona di elevata cultura da un’altra “di non elevata cultura”? Una laurea in Giurisprudenza? Una dichiarazione dei redditi superiore ai 70mila euro l’anno? A Flavio Briatore o ad Antonio Cassano verrebbe riconosciuta l’attenuante della “cultura non elevata” se dovessero uccidere a sprangate in testa un diciannovenne? La maggior parte degli assassinii di mafia compiuti in Sicilia negli anni ’60 ’70 ’80 e ’90 del Novecento erano compiuti da analfabeti o semi-analfabeti. Se colleghiamo le due sentenze (quella tedesca sul sardo e questa di Milano) possiamo capire che Falcone e Borsellino sono stati soltanto degli inquisitori sadici, che non hanno saputo riconscere le attenuanti etniche e culturali degli imputati del maxi processo.

Analfabeti, provenienti da culture retrograde dove la morte è onnipresente, i killer di mafia avrebbero dovuto godere di ogni attenuante possibile. Purtroppo Falcone e Borsellino, coi loro duri metodi inquisitori, hanno riportato il Medioevo in Sicilia. D’altronde anche loro erano Siciliani purosangue. Tutto si spiega. - “reagire sproporzionatamente al piccolo furto compiuto da alcuni stranieri”:

Qui il giudice che ha scritto la sentenza o è ignorante o è in malafede: Abdoul Guiebre aveva la cittadinanza italiana, NON ERA STRANIERO. Pur essendo nato in Burkina Faso era italiano. Il giudice dovrebbe saperlo. Non vorremmo pensare male, ma inserire l’espressione “alcuni stranieri” all’interno di una SENTENZA DEL TRIBUNALE sembra davvero una cosa inutile, per non dire razzista: a chi importa la nazionalità di chi compie un “furto”?

Il fatto che fossero “stranieri” (cosa NON VERA) potrebbe valere come attenuante? Implicitamente è questo il messaggio che il giudice fa passare nella sua sentenza. -”piccolo furto commesso ai loro danni dai giovani stranieri al culmine di una notte di pellegrinanti evasioni che li rese particolarmente disinibiti e scanzonati al cospetto degli affaticati e suscettibili derubati”: Immaginiamo che per “pellegrinanti evasioni” si intenda “una serata passata in giro per locali”. Purtroppo noi persone di “non elevata cultura” dobbiamo sforzarci per comprendere il lessico aulico dell’èlite culturale togata. Sempre sforzandoci di comprendere, il fatto che dei teenager fossero usciti a divertirsi mentre Fausto e Daniele Cristofoli lavoravano sembrerebbe rappresentare una attenuante da inserire nel quadro della componente psichica soggettiva di persone di cultura non elevata che subiscono un piccolo furto (del valore di meno di 10 euro, ricordiamolo!) compiuto da stranieri (in realtà Abbdoul Guiebre era cittadino italiano). Insomma, un disastro linguistico e giuridico: ecco cosa rappresenta questa sentenza.

Carlo Trombino su corriereimmigrazione.it

venerdì 23 marzo 2012

Cassazione cancella ingiustizia sull'assegno di invalidità agli stranieri

La Corte di Cassazione ha sancito un nuovo diritto per la popolazione straniera disabile disoccupata presente in Italia: con la sentenza 4110, lo scorso 14 marzo 2012, ha deliberato il riconoscimento all’assegno di invalidità civile.

La Corte ha recepito quanto già definito dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, ovvero che, qualsiasi discrimine tra cittadini e stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato, finirebbe per risultare in contrasto con il principio di non discriminazione sancito dall’art. 14 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.

Fino alla sentenza gli stranieri disoccupati presenti regolarmente in Italia, in possesso di permesso di soggiorno, poteva chiedere il riconoscimento di invalidità civile ed essere quindi ammessi ai benefici della legge 68/99 che regola l’assunzione in aziende delle categorie protette, ma non potevano richiedere l’assegno di invalidità che invece spetta ai cittadini italiani disabili con percentuali superiori al 74% per un importo di 267,57 euro e si perde in caso di reddito superiore a 4.479,54 euro annui.

Non si sa con esattezza quanti siano gli immigrati disabili presenti in Italia: ci sono i bambini e i ragazzi che vanno a scuola, chi ha subito un infortunio sul lavoro, chi si rivolge ai centri di salute mentale. Secondo l’Inail, al 31 dicembre 2008 i lavoratori stranieri con disabilità fisica avente diritto a una rendita per invalidità permanente sono 16.537.

Questa sentenza segue quella del 16 dicembre scorso con la quale, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 80 c. 19 della legge n. 388/2000 (legge finanziaria 2001), nella parte in cui subordina al requisito della titolarità della carta di soggiorno la concessione ai minori stranieri di Paesi terzi non membri dell’UE dell’indennità di frequenza di cui all’art. 1 della legge n. 289/1990. L’indennità risponde alle esigenze di assicurare la cura, la riabilitazione e l’istruzione per i minori invalidi civili con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie dell’età.

Fonte: Tutto sul Lavoro via Kuda

mercoledì 23 febbraio 2011

La supplente rispedita in Sicilia Così ha voluto la Lega Nord

La Lega rispedisce a casa Adriana e i suoi colleghi "terroni". Dal prossimo anno scolastico, moltissimi supplenti siciliani non potranno più lavorare nelle scuole del Nord: una leggina li costringerà a rifare le valigie e a tornare a casa. Un dramma che investe, tra mille altri, anche Adriana, insegnante palermitana in servizio in un piccolo centro della Toscana. "Ormai la mia vita è qui - racconta - Nonostante i disagi di un clima difficile, mi piace molto lavorare nella mia scuola in mezzo al bosco".

Dopo anni alla ricerca di una sistemazione, a 45 anni decide di fare le valigie per andare al Nord. In Sicilia non era stata certo con le mani in mano. Una decina d'anni fa aveva messo su una ditta di commercio all'ingrosso di supporti informatici, computer e materiale di cancelleria. "All'inizio le cose andavano bene. Fino a quando la grande distribuzione e la crisi non ci hanno messo in ginocchio, costringendoci a chiudere".

Lei però non si scoraggia. Ricorda di avere l'abilitazione all'insegnamento e nella primavera del 2009 fa domanda di inserimento in graduatoria: a Palermo per quella "a esaurimento" e in provincia di Massa Carrara per le "code" e le graduatorie d'istituto. Passano pochi mesi e arriva la prima telefonata. "L'anno scorso ho lavorato da dicembre a giugno in una pluriclasse di scuola elementare - racconta - Quest'anno mi hanno nominato a settembre su sostegno e lavorerò fino a fine anno".

In Lunigiana si trova bene. "Mettere su casa in un paesino di duecento abitanti - racconta - è stato naturale. Mi trovo bene con tutti: bambini, colleghe e gente del posto". Di siciliani, nelle scuole del Nord, ce ne sono tanti. "Non sono andata via da Palermo perché la mia terra non mi piace, ma solo per trovare il lavoro. Ed essere costretta a tornare da una norma discriminatoria mi sembra una follia".
Dopo diversi anni, Adriana pensava di avere finalmente trovato un equilibrio. "Ho potuto fare questo colpo di testa - spiega - perché non sono sposata e non ho figli, ma non è stato facile lasciare a 45 anni gli affetti e le amicizie. Ma cos'altro potevo fare?".

E adesso? "Preferisco non pensarci: mi si prospetta il baratro". Il meccanismo che la riporterà probabilmente a casa è complesso. Nel 2009 il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, riapre le graduatorie provinciali dei supplenti, ma solo per l'aggiornamento del punteggio: non è possibile spostarsi da una provincia all'altra. L'unica chance è di inserirsi, oltre che nella propria graduatoria, anche in altre tre province, ma solo "in coda" e non "a pettine", cioè col proprio punteggio. Per le graduatorie d'istituto, utilizzate per le supplenze brevi, c'è invece libertà di movimento su tutto il territorio nazionale. Per queste ultime, Adriana sceglie la Toscana e le va bene. Ma pochi giorni fa la Consulta dichiara illegittime le "code" perché violano il principio di uguaglianza tra i cittadini.

Il governo non sa che pesci prendere, ma al Senato nel frattempo è in discussione il decreto "Milleproroghe". E un senatore della Lega, Mario Pittoni, non si fa sfuggire l'occasione. Propone un emendamento, approvato a Palazzo Madama con il voto di fiducia e ora in discussione alla Camera, che prevede il congelamento delle attuali graduatorie "a esaurimento" fino al 31 agosto 2012 e l'inserimento "a decorrere dall'anno scolastico 2011-2012" nelle graduatorie di dieci-venti istituti, ma solo nella stessa provincia in cui ci si trova inseriti nelle liste "ad esaurimento". Un combinato micidiale, che per Adriana e per migliaia di supplenti "emigrati" significa ritorno a casa e fine di tutti i sogni legati a un lavoro duraturo.

fonte: La Repubblica

martedì 7 dicembre 2010

Immigrati accusati ingiustamente

Leggendo la storia del marocchino di Bergamo sostanzialmente arrestato per un’intercettazione maltradotta mi sono venuti in mente stamattina moltissimi casi di cronaca giudiziaria in cui negli ultimi anni sono stati malamente coinvolti alcuni extracomunitari – sbattuti per giorni e giorni in galera – che solo prestando un pochino più d’attenzione al caso sarebbe stato chiaro a tutti che con le indagini non c’entravano nulla. A Erba, c’era Azouz. A Perugia, c’era Lumumba. E a Rignano Flaminio c’era il benzinaio cingalese Kelum Da Silva.

leggi tutto su Il Folio

giovedì 11 novembre 2010

UCCISE UNA 22ENNE ROMENA: 10 ANNI A GIOVANE ITALIANO

Condanna mite, a soli dieci anni e otto mesi (più altri quattro mesi per il porto di coltello), per Francesco Stagnitto, 25 anni, operatore socioassistenziale originario della provincia di Caltanissetta ma residente a Pianoro (Bologna), che un anno fa, il 15 novembre 2009, uccise massacrandola con una decina di coltellate Christina Ionela Tepuru, prostituta romena di 22 e madre di una bambina di due anni, in via delle Serre, zona Borgo Panigale, alla periferia di Bologna. «Una condanna eccessivamente mite» l'ha definita l'avvocato Antonio Bove, che ha assistito i familiari della giovane romena a cui la sentenza ha destinato una provvisionale di 45.000 euro, che - ha spiegato il legale - però rimarrà sulla carta, perchè l'assassino, reo confesso, ha dichiarato di non possedere nulla. «Aspettiamo le motivazioni per capire il perchè di questa condanna eccessivamente mite - ha detto Bove - viste anche le modalità con cui è stata uccisa e visto che aveva un bambina piccola». I familiari della vittima hanno interpellato anche l'ambasciata del loro paese. Il processo davanti al Gup di Bologna Marinella De Simone era con il rito abbreviato, che prevede una riduzione della pena di un terzo.

fonte: Leggo

lunedì 25 ottobre 2010

"La vita di un operaio albanese vale meno di quella di un italiano"

L'operaio morto è albanese. Ma la sua vita vale meno di quella di un italiano. Ai suoi familiari, che vivono in Albania, "area ad economia depressa", va un risarcimento di dieci volte inferiore rispetto a quello che toccherebbe ai congiunti di un lavoratore in Italia. Altrimenti madre e padre albanesi otterrebbero "un ingiustificato arricchimento". Questa gabbia salariale della morte, ispirata al criterio del risarcimento a seconda del Paese di provenienza del deceduto sul lavoro, è contenuto in un sentenza shock del Tribunale di Torino. Il giudice civile, Ombretta Salvetti, richiamandosi ad una sentenza della Cassazione di dieci anni fa, ha dunque deciso di "equilibrare il risarcimento al reale valore del denaro nell'economia del Paese ove risiedono i danneggiati". Dopo aver addebitato all'operaio deceduto il 20% di concorso di colpa nella propria morte, la dottoressa Salvetti ha riconosciuto a ciascun genitore residente in Albania la somma risarcitoria di soli 32mila euro. Se l'operaio fosse stato italiano, sarebbero state applicate le nuove tabelle in uso presso il Tribunale di Torino dal giugno 2009 in base alle quali a ogni congiunto dell'operaio morto sarebbero stati riconosciute somme fino a dieci volte superiori (fra 150 e 300 mila euro).

Questa sentenza destinata a fare discutere in un mondo del lavoro nel quale la presenza di lavoratori stranieri è sempre più alta, è stata criticata da uno dei massimi esperti di diritto civile, l'avvocato Sandra Gracis. "In base a questo criterio del Tribunale torinese - spiega il legale - converrebbe agli imprenditori assumere lavoratori provenienti da Paesi poveri, perché, laddove muoiano nel cantiere, costa di meno risarcire i loro congiunti". "Ma ribaltando la situazione - aggiunge l'avvocato Gracis - che cosa sarebbe successo se il dipendente morto fosse stato del Principato di Monaco, oppure degli Emirati? Il risarcimento ai genitori sarebbe stato doppio o triplo rispetto a quello per un italiano?".

Secondo Sandra Gracis, "il giudice torinese s'è rifatto al una sentenza della Cassazione del 2000 peraltro non risolutiva, ignorando che la Suprema Corte, appena un anno fa, ha affermato che la "tutela dei diritti dei lavoratori va assicurata senza alcuna disparità di trattamento a tutte le persone indipendentemente dalla cittadinanza, italiana, comunitaria o extracomunitaria". Già nel 2006 la Cassazione aveva stabilito che "dal punto di vista del danno parentale, non conta che il figlio sia morto a Messina o a Milano, a Roma in periferia o ai Parioli. Conta la morte in sé, ed una valutazione equa del danno morale che non discrimina la persona e le vittime né per lo stato sociale, né per il luogo occasionale della morte".

fonte: Repubblica

mercoledì 8 settembre 2010

«Lo statuto ci discrimina siamo veneti anche noi»

Gli stranieri storcono il naso di fronte al nuovo statuto, basato sul motto: «Prima i veneti ». Il più perplesso è Abdallah Kezraji, che in qualità di vicepresidente della Consulta regionale per l’immigrazione, guidata dall’assessore leghista all’identità veneta Daniele Stival, è il trait d’union tra le esigenze «protezioniste» del Carroccio e i diritti degli oltre 400 mila immigrati presenti sul territorio. «Gli aiuti sociali vanno parametrati in base a reddito, indice di povertà, figli—dice Kezraji—insomma criteri molto diversi dal campanile. Anche chi è in Veneto da due anni sta comunque contribuendo al suo sviluppo, quindi dovrebbe godere degli stessi diritti riconosciuti a chi vi risiede da quindici. Per come la vedo io è veneto chi vuole bene e fa il bene del Veneto. Parlare di precedenza agli autoctoni, di bandiera e inno è ridicolo: bisogna affrontare seriamente i problemi legati al welfare e non per slogan. E’ arrivato il momento di voltare pagina—chiude il vicepersidente della Consulta —e, nell’interesse generale, puntare sulla "concittadinanza". Vanno cioè difesi i diritti e i doveri di tutti, veneti e immigrati, senza ghettizzare o privilegiare nessuno».

Ferma anche la posizione di Thiam Badarà, presidente dell’Associazione immigrati extracomunitari: «Lo statuto è fatto per guardare al futuro, perciò deve tenere in considerazione il cambiamento della società, che sta diventando sempre più multietnica. La popolazione italiana ha una lunga aspettativa di vita, perciò per l’accudimento degli anziani avrà sempre più bisogno degli stranieri, che mettono al mondo anche più figli, quindi sono doppiamente destinati ad aumentare. E allora la carta del Veneto non può basarsi sulla tradizione, importante ma improntata al passato. Ormai gli immigrati non sono più l’eccezion e , m a componenti di una grande famiglia che per andare avanti ha bisogno di loro e degli italiani. Gli uni devono poter contare sull’aiuto degli altri, soprattutto in questo momento di crisi, che sta avvicinando i popoli. Smettiamola di parlare di privilegi e troviamo un equilibrio, partendo proprio dal nuovo presidente Luca Zaia, che dev’essere il governatore di tutti. Non abbiamo bisogno di uno Stato dentro lo Stato—continua Badarà—anche noi stranieri diciamo sì al federalismo, se significa trattenere sul territorio la ricchezza prodotta dallo stesso,manon a ingiustificati favoritismi. Se lo statuto li introduce, fa rifatto». In linea Alexander Marcinschi, presidente della Comunità dei cittadini moldavi: «Non si può discriminare nessuno, ognuno deve fare la sua parte, ci vuole equilibrio da entrambe le parti. Non vanno fatte differenze, altrimenti si creano dannosi conflitti sociali tra poveri. Noi moldavi siamo stati accettati bene in Veneto, perchè lavoriamo e rappresentiamo la comunità straniera che delinque di meno. Non pretendiamo nulla, nè vogliamo togliere niente a nessuno, però consideriamo sbagliato concedere precedenze nella concessione di servizi fondamentali».

fonte: Corriere

lunedì 24 maggio 2010

Permesso di soggiorno a punti: una riflessione

Si segnala la riflessione sviluppata su www.kuda.tk rispetto alla bozza di permesso di soggiorno a punti.

venerdì 7 maggio 2010

"Viaggiatori rom schedati sui treni" I controllori si ribellano: è razzismo

Segnalare e contare "eventuali passeggeri di etnia rom" che salgono e scendono dal treno alla fermata di Salone, tra Roma Tiburtina e Avezzano. La "selezione" è affidata a controllori e capotreni alle prese con un modulo prestampato di Trenitalia, secondo l'azienda però mai in pratica utilizzato, che non menziona passeggeri senza biglietto o molesti, ma semplicemente gli appartenenti all'etnia rom.
Un asterisco tra voci burocratiche, proprio sopra la casella "annotazioni", che ha scatenato la denuncia dei ferrovieri del sindacato autonomo Fast Ferrovie, che conta 3mila iscritti soprattutto tra i macchinisti. Con un piccolo giallo: Ferrovie dello Stato sostiene che il modulo non è mai stato impiegato, ma evidentemente ha circolato abbastanza per provocare la reazione di capotreni e addetti, scandalizzati dalla prospettiva di dover compilare quelle caselle.

Con una lettera indirizzata al ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna chiedono di correggere il modulo "dall'evidente intento discriminatorio". "La richiesta ai capotreni di indicare viaggiatori di etnia rom, meramente in quanto tali e senza alcun'altra motivazione, non può avere altra lettura che la discriminazione - scrive al ministro il segretario di Fast, Piero Serbassi - Noi crediamo che tutto ciò non possa essere tollerato. Per questo siamo a chiederle un intervento". Intervento che però, secondo Ferrovie dello Stato non è necessario, perché il modulo non è stato poi "attivato". "E comunque tutto quello che facciamo è per la sicurezza dei viaggiatori - spiegano dall'azienda - la fermata di Salone è nei pressi di un enorme campo nomadi, è stata chiusa nel 2002 per ragioni di sicurezza e riaperta solo dal primo aprile. La questione è molto seria, in passato ci sono state minacce ai viaggiatori, nessuno voleva più prendere il treno in quella stazione. La riapertura è stata concessa solo a patto di controlli molto rigidi sulla sicurezza, con tanto di telecamere. La questione di quell'area è nota a tutte le amministrazioni".

Gli addetti si pongono però anche problemi pratici. "Come fa il personale a stabilire che il cliente in questione sia inequivocabilmente di etnia rom? - chiede Serbassi nella lettera - il viaggiatore di etnia rom va segnalato anche se regolarmente in possesso di biglietto?". La questione finisce su un blog di ferrovieri che citano Bertolt Brecht: "Vennero a prendere gli zingari, e fui contento perché rubacchiavano. Quando presero me non c'era rimasto nessuno a protestare".

fonte: Repubblica

sabato 24 aprile 2010

La Lega: un test di italiano per immigrati imprenditori

Prima s'impara l'italiano, poi si può cominciare a fare impresa. Insomma, se un extracomunitario vuole aprire un negozio in Italia deve prima superare un esame che attesti la sua conoscenza della lingua. La proposta arriva dalla deputata leghista Silvana Comaroli ed è contenuta in un emendamento al decreto legge incentivi presentato nelle commissioni Attività produttive e Finanze della Camera.

''Le regioni, nell'esercizio della potestà normativa in materia di disciplina delle attività economiche - si legge nell'emendamento - possono stabilire che l'autorizzazione all'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente, qualora sia un cittadino extracomunitario, di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati''.

Ma non solo un altro emendamento presentato dalla stessa deputata chiede invece lo stop delle insegne multietniche favoreggiando invece quelle in dialetto. ''Le regioni - si legge nel testo - possono stabilire che l'autorizzazione da parte dei comuni alla posa delle insegne esterne a un esercizio commerciale è condizionata all'uso di una delle lingue ufficiali dei Paesi appartenenti all'Unione europea ovvero del dialetto locale''.

fonte: Repubblica

giovedì 11 marzo 2010

Italia, espulsi anche gli irregolari con figli minori a scuola

Gli stranieri irregolari con figli minori che studiano in Italia non possono chiedere di restare nel nostro paese. Secondo una sentenza della Corte di Cassazione, che così smentisce una recente sentenza della stessa suprema corte, la tutela della legalità alle frontiere prevale sul diritto allo studio dei minori.

Con la sentenza n. 5856, la Cassazione ha respinto il ricorso di un immigrato albanese residente a Busto Arsizio, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori. Il cittadino albanese aveva richiesto di non essere espulso per non arrecare danni al "sano sviluppo psicofisico" dei figli. La suprema corte ha risposto che la permanenza ai clandestini in Italia è permessa solo in nome di "gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d'emergenza", mentre la frequenza scolastica configurerebbe una "tendenziale stabilità" ed "essenziale normalità". Al contrario sarebbe legittimata la permanenza dei clandestini strumentalizzando l'infanzia. Secondo la sentenza, la salvaguardia delle esigenze del minore non può prescindere dall'impianto normativo della legge sull'immigrazione.

Nelle scorse settimane, la Suprema Corte ha depositato una sentenza di segno opposto a quella di oggi, con la quale era stata ritenuta "ipotizzabile la grave compromissione del diritto del minore ad un percorso di crescita armonico e compiuto derivante dall'allontanamento di un genitore".

L'Alto commissario Onu per i diritti umani in Italia, Navi Pillay, ha espresso "grave e seria preoccupazione" per l'aberrante sentenza. Contattato da PeaceReporter, Marco Rovelli, scrittore da sempre impegnato nella difesa dei migranti, ha detto che "il contenuto di questa sentenza non solo viola gli accordi internazionali, ma oltraggia i più elementari principi dei diritti che appartengono all'umano in quanto tale. Un bambino nasce in una terra, parla quella lingua, la sua identità si forma entro quello spazio sociale - ha concluso Rovelli - e poi, per un malefico dispositivo giuridico, deve essere strappato a sé stesso. Non c'è altra parola se non inumanità".

fonte: Peacereporter

mercoledì 18 novembre 2009

La clausola «razziale» del decreto sul processo breve

Sulla proposta di processo breve si sono levate molte voci, più o meno contrarie. Oltre a tutte le considerazioni che sono state fatte sulla contraddittorietà di una legge che priverebbe migliaia di cittadini vittime di reato della possibilità di ottenere giustizia, c’è un altro aspetto che vogliamo evidenziare. Quello che tradisce la chiara ispirazione xenofoba della maggioranza parlamentare, che quella legge vorrebbe.Nel tentativo di scrivere una normativa presentabile, infatti, è stata espressamente esclusa la possibilità di prescrizione di tutti quei reati di grave allarme sociale, come quelli di mafia e di terrorismo. Ma nell’elenco dei reati esclusi, ecco comparire quello, appena approvato, di immigrazione clandestina, tanto caro alla Lega Nord.Qual è il messaggio che si vede in controluce? I cittadini devono temere i mafiosi, i terroristi e gli immigrati. L’equazione conseguente è chiara: l’immigrato irregolare come il grande criminale. La risposta a tutto ciò, viene dalla Corte Costituzionale, secondo cui la mancanza del permesso di soggiorno – ovvero la clandestinità - «non è univocamente sintomatica di una particolare pericolosità sociale» (sentenza n. 78/2007); e si critica l’affiorare di tendenze volte a «considerare le persone in condizioni di povertà come pericolose e colpevoli» (sentenza n. 519/1995). Pensiamo che la legge sul “processo breve” sia destinata a non vedere la luce: almeno nei termini finora prospettati. E confidiamo che, se invece dovesse accadere, non si aggiunga infamia a infamia, inserendo una clausola “razziale” discriminatoria. Sarebbe un ulteriore contributo a quella “produzione di intolleranza per via istituzionale” che è forse oggi il pericolo maggiore.

fonte: Unità

venerdì 13 novembre 2009

Prescrizione, una legge razzista

Truffatori, evasori, ricettatori, corrotti avranno la certezza dell'impunità. Gli immigrati irregolari, invece, no.

Con il disegno di legge sulla prescrizione presentato dal governo, l'Italia fa un ulteriore passo indietro nel suo cammino verso l'inciviltà. Il provvedimento è composto da tre articoli. Il terzo è il più devastante: prevede che, trascorsi due anni a partire dal rinvio a giudizio, il processo si estingua se non si arriva all'emissione della condanna, per i reati inferiori ai dieci anni. Ghedini e soci bloccano così i tempi del processo a sei anni: due per il primo grado, due per il secondo, due per il terzo. Se in ognuna di questa tre fasi il giudice sfora il limite dei due anni senza emettere sentenza, il processo muore.

Il principio è giusto, e obbedisce alla richiesta di tempi ragionevoli per l'azione penale inoltrata dall'Unione Europea. Per il milione e mezzo di processi arretrati Bruxelles ci ha punito nel 2008 con 25 milioni di euro di multa. Ciò che è sbagliato la soluzione. In Italia il 70 percento dei reati ha pene inferiori ai dieci anni. I processi per reati contro la pubblica amministrazione, dalla corruzione alla concussione all'abuso, i reati societari e finanziari (non la bancarotta che ha una pena superiore ai 10 anni), ma anche l'usura e l'estorsione moriranno. Sono già morti quelli iniziati più di due anni fa. Significa che Berlusconi è salvo. E gli imputati per i processi Cirio, Parmalat, Eternit, Thyssen, anche. Il clandestino che commette un furto verrà invece condannato. Perchè il ddl esclude dalla prescrizione tutti i reati commessi da immigrati irregolari.

Perchè il furto di una mela da parte di un clandestino, essendo escluso dalla prescrizione, dovrebbe essere equiparato a reati di grave allarme sociale, come l'associazione a delinquere, o il terrorismo? Lo chiediamo all'avvocato Alessandra Ballerini, da sempre in prima fila per la difesa dei diritti degli immigrati. "Perchè in questo Paese la legge non è uguale per tutti. O meglio, perchè la legge per qualcuno è 'più uguale' e per qualcuno lo è meno. Questo provvedimento ha nella sostanza la stessa ispirazione del pacchetto sicurezza, che ha introdotto il reato di clandestinità. Si intende reprimere e penalizzare il clandestino solo perchè non ha permesso di soggiorno, in nome di una sicurezza tanto sbandierata ma per raggiungere la quale si adottano provvedimenti esclusivamente finalizzati a punire l'immigrato. Risolto il problema immigrazione, risolta l'equazione clandestino-criminale, pare che in Italia davvero non esistano altri problemi. Se passa questa legge uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione, riceverà una nuova spallata. O l'articolo si applica a tutti o a nessuno. E' normale che la richiesta di non includere i reati commessi dai clandestini nella legge sulla prescrizione provenga dalla Lega. Non so davvero come commentare tale legge. Il reato penale, ovvero la possibilità di essere giudicati dovrebbe costituire un deterrente. So che vengo punito perchè rubo una mela. Allora mi sforzo di non rubarla. Ma se vengo punito solo perchè esisto, e non ho avuto possibilità di ottenere il permesso di soggiorno, mica posso sforzarmi di non esistere più, o di non essere più straniero. Anche se mi impegno di più, anche se non commetto reati, rimango clandestino. E pertanto punibile. Tutto ciò è assurdo. Chi ha il permesso di soggiorno fa di tutto per non perderlo, e pertanto fa di tutto per non delinquere. Ma oggi gli immigrati vivono tempi difficili. Ancora più duro sarà per loro sopravvivere qui con gli accordi di integrazione, previsti dal pacchetto di sicurezza. Col permesso di soggiorno a punti l'immigrato perderà il diritto di stare nel nostro Paese ogni volta che avrà superato un certo numero di piccoli reati di natura amministrativa o tributaria. Se non paga la multa sull'autobus, o la tassa sulla spazzatura, per esempio. Che Paese, eh?".

fonte: Peacereporter

giovedì 15 ottobre 2009

Quando a minare il futuro dei giovani è la legge

Zedan è di origine eritrea, viveva con la madre e una sorella in Sudan, terra di conflitti e di pulizie etniche, ed è sbarcato in Italia alla fine di agosto scorso. Ha 16 anni e mezzo ma a vederlo gliene daresti almeno due di meno.

Oggi vive in una comunità d’accoglienza per minori nel centro Italia, alle cui cure è stato affidato dai Servizi Sociali. Mi chiede se dopo l’intervista diventerà famoso. Mi fa sorridere. Ha un bel visino, non esattamente nero, appena più scuro di quello di un mulatto; e una cornice di riccioli perfetti. E’ visibilmente soddisfatto di ogni parola italiana che esce integra dalla sua bocca. Un miracolo, se solo pensa alle difficoltà di comunicazione di un mese fa.
(...)
Il suo viaggio, iniziato in Sudan, è durato quattro mesi alla fine dei quali è sbarcato al porto di Ancona, attaccato alla pancia di un tir imbarcato su un traghetto greco. Da Khartoum era giunto in Turchia a bordo di un aereo. Zedan non sa come è stato possibile: all’aereoporto lo ha preso in custodia un uomo, un connazionale, che gli ha chiesto di seguirlo e basta, senza fare domande. Avrebbe pensato lui a tutto, sia in fase di imbarco che alla dogana turca. L’uomo ha probabilmente esibito un passaporto falso, in cui Zedan risultava suo figlio. L’unica cosa di cui il ragazzo è sicuro sono i soldi che la madre ha messo da parte, mese dopo mese, sacrificio dopo sacrificio, e che ha sborsato all’uomo per il servizio. Un paio di migliaia di euro. Il resto dei risparmi erano ben nascosti in una tasca interna dei jeans del ragazzo. Lo stesso Zedan ha svolto dei lavoretti, da quando la famiglia si era trasferita dall’Eritrea al Sudan, per mettere da parte qualcosa. Il denaro sarebbe sicuramente servito per le tappe successive. Eccome.
(...)
La tappa successiva alla Turchia è stata la Grecia. Zedan ci è arrivato su una barca minuscola, unico ragazzo in mezzo ad un gruppo di 19 adulti. I soldi, stavolta, li ha dovuti allungare ad un trafficante curdo, che gli ha garantito un angoletto sulla bagnarola. L’unica persona con cui si era accompagnato dallo sbarco turco in poi, un somalo anch’egli in fuga verso l’Europa, proprio durante quella traversata ci ha lasciato le penne. Era il solo di cui Zedan si fosse fidato fino a quel momento ed è stato l’ultimo, fino alla fine dell’odissea. Solo due cose il ragazzo riesce a rievocare di quella traversata in mare, due parole, le prime che ha imparato in italiano: fame e freddo; per il resto non ricorda nemmeno quanto tempo sia durata la navigazione. E inoltre non ricorda, di tutto il percorso, “una sola cosa che sia bella”. In Grecia Zedan ci è rimasto circa tre mesi: camminare e camminare, senza scarpe, dormendo per strada. Ma la fase più dura è stata quella della permanenza a Patrasso, dove nel tentativo quasi giornaliero di imbarcarsi per l’Italia, lungo il percorso tra la baraccopoli dove vivono i clandestini e il porto, più volte è stato inseguito e picchiato dalla polizia greca. Solo dopo essere riuscito a imbarcarsi, grazie all’esborso dell’ultimo gruzzolo rimastogli in tasca, ed essere approdato nel porto italiano, dove la polizia di frontiera lo ha individuato pericolosamente in bilico sotto al mezzo pesante sul cui fondo era aggrappato, la sua vita ha ricominciato a somigliare a quella di un ragazzino.

Se le modifiche apportate dal Pacchetto Sicurezza al testo unico sull’immigrazione, quello conosciuto come legge Bossi-Fini, hanno esonerato alla fine gli immigrati clandestini dall’obbligo di esibire un permesso di soggiorno per accedere alle prestazioni sanitarie e all’iscrizione a scuola, esse non scongiurano invece, ad esempio, che per sottrarsi al pericolo di denuncia da parte del pubblico ufficiale, il genitore straniero privo di permesso di soggiorno eviti di registrare la nascita del figlio o di perfezionare il procedimento di riconoscimento. Così a causa del mancato riconoscimento dei figli, potrebbero aprirsi procedure di adottabilità di questi, con assurde conseguenze sul diritto del minore, universalmente riconosciuto, a vivere e crescere insieme alla propria famiglia. Oppure potrebbero verificarsi situazioni in cui la madre, consapevole del rischio di denuncia, sia indotta a partorire in casa, con evidenti rischi per la salute sua e del nascituro. Altri punti dello stesso provvedimento espongono invece I minori arrivati in Italia senza nessun accompagnamento di parenti, alla violazione dei loro diritti e alla negazione, dopo i 18 anni, di un futuro lontano da guerre e povertà.

Due di questi sono particolarmente gravi. Il primo: essendo aumentata la pena per il reato di mancata esibizione del titolo di soggiorno o del documento di identificazione, con la previsione dell’arresto fino ad un anno e multe fino a 2.000 euro, le pene potrebbero colpire anche i minorenni in situazioni di difficoltà, frequentemente privi di documenti di identificazione che comprovino l’età e quindi di autorizzazione al soggiorno. Ma è il secondo punto quello che grava particolarmente sulla testa di Zedan, qualora non gli fosse riconosciuto lo status di rifugiato a cui proverà ad accedere, e di tutti i minori non accompagnati arrivati in Italia dopo la data di entrata in vigore della legge; perché la norma mina il loro futuro dopo i 18 anni. Infatti secondo il nuovo testo i minori stranieri accolti in strutture, pur sottoposti ad affidamento o a tutela, potranno rimanere in Italia dopo il raggiungimento della maggiore età, solo se siano stati inseriti per un periodo non inferiore a due anni in un progetto di integrazione sociale e civile, come quelli delle comunità educative, oppure qualora riescano a dimostrare la loro presenza in Italia da almeno tre anni (come?). Sarà cioè impossibile, per un neo-maggiorenne straniero al di fuori di questi requisiti, sostituire un permesso di soggiorno per minore età o un permesso per affidamento in un permesso per lavoro o per attesa di lavoro. Nel caso di Zedan, giunto in Italia dopo il varo della nuova legge, egli avrebbe la possibilità, con la comunità, di trovare adulti di riferimento, di affezionarsi a loro, di imparare la lingua, di andare a scuola, di formarsi al lavoro e di integrarsi nella società italiana, salvo essere infine espulso il giorno dopo il suo diciottesimo compleanno, dal momento che, nel conteggio finale, non riuscirebbe a totalizzare i tempi richiesti per avere accesso ad un permesso di soggiorno per lavoro. In risposta all’assurdo di una norma che tutela i minori fino a 17 anni e 364 giorni, per poi cacciarli via -magari dopo averne garantito l’integrazione- gli unici ad essersi ben attrezzati sembrano finora i trafficanti di persone. Si registra infatti, tra gli arrivi di clandestini, una maggiore quantità rispetto al passato di bambini piccoli e adolescenti fino ai 13/14 anni di età, tutti non accompagnati. Per loro sarebbe più facile, in effetti, stare nei tempi della legge fortissimamente voluta da Maroni e dalla Lega, a cui i complici non sono mancati.

fonte e articolo completo su Giornalismo Partecipativo

venerdì 9 ottobre 2009

Immigrazione, un rapporto Caritas prova che l'emergenza criminalità è falsa

Secondo una ricerca condotta da Caritas-Migrantes e dall'Agenzia Redattore sociale, l'affermazioni se secondo cui gli immigrati sarebbero portatori di maggiore criminalità è falsa. I dati parlano chiaro: il loro tasso di criminalità è solo leggermente superiore a quello degli italiani (1,3 per cento contro 0.75 per cento) ed è addirittura inferiore se si considerano solo le persone con più di 40 anni.
Dal rapporto si evince inoltre che la condizione di irregolarità è quella che porta a commettere crimini: il 70-80 per cento dei denunciati è infatti irregolare. Ancora si noti che il reato più commesso in assoluto tra gli immigrati (87,2 per cento) è proprio il reato di clandestinità!
Questo va a confermare quanto i dati forniti all'opinione pubblica debbano essere analizzati a un livello più profondo e che le cifre che spesso vengono brandite come prova nei salotti televisivi, in realtà non sono altro che illusioni statistiche. I numeri vanno interpretati!
Oltre al tipo di crimine, bisogna guardare anche la composizione del mondo eterogeneo che si vuole semplificare con la parola "immigrati". E' pacifico che la criminalità aumenta nelle fasce più povere della società, quindi non si dovrebbe confrontare gli immigrati col totale della popolazione italiana, ma con quella fascia di italiani che per condizioni economico-sociali- educative si trovano in situazioni simili. E' la povertà e l' irregolarità a portare al degrado, non la provenienza. Questo, a sua volta d‡ maggior visibilità agli immigrati e li fa percepire come una minaccia, da qui la paura della gente, che a sua volta provoca maggior emarginazione. Un circolo vizioso che in nessuna fase si basa su dati concreti.

fonte: Peacereporter

giovedì 8 ottobre 2009

Il salvataggio non è un reato

Salvare vite umane non costituisce reato. Molti lo riterranno scontato, eppure è la notizia dell'anno. Anzi degli ultimi cinque anni. Tanto infatti è passato dal 12 luglio 2004, quando l'equipaggio della nave Cap Anamur della omonima ong tedesca, venne arrestato con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina dopo aver salvato la vita a 37 naufraghi soccorsi nel Canale di Sicilia. Dopo un estenuante processo durato 5 anni e oltre 30 udienze in cui sono stati sentiti più di 40 testimoni, il Tribunale di Agrigento oggi ha assolto con formula piena gli imputati: Elias Bierdel e Stefan Schmidt, rispettivamente presidente dell'associazione Cap Anamur e comandante dell’omonima nave, perché "il fatto non costituisce reato". Il primo ufficiale Vlasimir Dachkevitce, è stato invece assolto per non avere commesso il fatto. Una sentenza per niente scontata, che smonta l'impianto accusatorio dei pubblici ministeri Santo Fornasier e Gemma Milani, che avevano sostenuto che non si fosse trattato di un salvataggio, quanto piuttosto di “una grande speculazione mediatica per pubblicizzare un film documentario e trarne vantaggi di notorietà”. Per questo l'accusa aveva chiesto la condanna degli imputati a 4 anni di carcere e 400.000 euro di multa.

Finisce così il calvario degli imputati, finiti sotto giudizio per aver rispettato il diritto marittimo, che obbliga al salvataggio e all'accompagnamento dei naufraghi nel porto sicuro più vicino. Una norma che però stride con il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, di cui si rende autore chiunque accompagni sul territorio italiano cittadini stranieri privi di un regolare visto d'ingresso. E infatti il caso Cap Anamur non è l'unico. In molti ricorderanno le vicende del cargo Pinar, che ad aprile rimase bloccato per giorni in mare con dei naufraghi a bordo, in attesa che l'Italia ne autorizzasse lo sbarco. Quanti invece ricordano il caso dei sette pescatori tunisini di Teboulbah? L'8 agosto 2007 salvarono 44 naufraghi e li sbarcarono a Lampedusa, dove vennero arrestati in flagranza di reato, con l'accusa – di nuovo – di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Per loro la sentenza è fissata al 17 novembre 2009.

fonte: Peacereporter

giovedì 1 ottobre 2009

Il Friuli Venezia Giulia prova a escludere i migranti dal welfare

Millecinquecento firme per dire no alla proposta di legge leghista che restringe i diritti di accesso al welfare in Friuli Venezia Giulia. La Rete regionale per i diritti di cittadinanza le ha consegnate oggi a Trieste ai capigruppo del Consiglio, impegnati proprio nella discussione di questa proposta di legge. «Se sarà approvata, il welfare regionale, da strumento di integrazione sociale, diventerà mezzo di emarginazione e rifiuto dell’altro», affermano i portavoce della Rete, a cui aderiscono un centinaio di soggetti della società civile, tra associazioni, sindacati, singoli cittadini italiani e immigrati, di Pordenone, Udine, Gorizia e Trieste.

La proposta di legge 39 del 2009 riserva una serie di prestazioni sociali solo a chi risiede in Friuli Venezia Giulia da almeno 15 anni: la carta famiglia, i contributi per l’accesso al nido d’infanzia, gli assegni di studio, l’accesso agli alloggi di edilizia residenziale pubblica. In realtà, in base alla legge regionale 16 del 2008 si prevede già, per l’assegnazione degli alloggi pubblici, il requisito di residenza decennale in Italia, di cui almeno cinque in Friuli Venezia Giulia.

La discussione è ricominciata in terza Commissione consiliare, dopo la pausa estiva, il 15 settembre. Ma la Lega Nord ha premuto sull’acceleratore fino a portarla direttamente in aula, mercoledì 30 settembre, senza ulteriori esami, audizioni, senza dibattiti o confronti. Nel frattempo è stato anche modificato il titolo, da «Modifiche legislative a sostegno dei soggetti che risiedono o prestano attività lavorativa in Regione da almeno quindici anni» a «Sostegno ai lavoratori residenti in regione».
Walter Citti, dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione [Asgi], afferma: «La norma andrà in contrasto evidentemente con la Costituzione, che garantisce il diritto all’istruzione e pari opportunità negli studi. E contrasterà con il diritto comunitario, che esclude ogni forma di discriminazione, anche indiretta, fondata cioè sul requisito di anzianità di residenza. Questo criterio, infatti, può essere più facilmente soddisfatto dagli italiani rispetto agli stranieri».
Il provvedimento non discriminerà solo gli immigrati dall’estero, ma anche dalle altre regioni, compreso il vicino Veneto, senza dimenticare i cittadini friulani e giuliani emigrati e rientrati di recente.
Concludono i portavoce della Rete diritti: «Se il testo sarà approvato, il Friuli Venezia Giulia sarà l’unica regione in Italia connotata da questa gravissima discriminazione, un’azione di disgregazione sociale, contraria alla Costituzione, alla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo, sulla pari dignità di ogni persona e sull’uguaglianza dei diritti per tutti».

fonte: Carta

lunedì 31 agosto 2009

Novara, no a sette matrimoni misti Il sindaco: "Sono unioni di comodo"

Tra le numerose conseguenze prodotte dal recente decreto-sicurezza del ministro Maroni c'è anche quella di alimentare la triste tendenza ai matrimoni a pagamento, combinati fra italiani e immigrati che, in cambio di somme di denaro, comprano il celibato di uomini o donne italiani per regolarizzare la propria situazione.

In soli cinque giorni, a Novara - giunta leghista - sono saltati sette matrimoni in cui uno degli sposi era extracomunitario, sospettati di essere unioni di comodo. A suscitare il sospetto è stato il fatto che al momento in cui si è reso necessario esibire il permesso di soggiorno, gli interessati sono spariti. In uno dei casi, però - la sposa è nigeriana - è stato annunciato unricorso contro il Comune.

fonte: Repubblica

Bergamo, immigrata marocchina si suicida "Era disperata. Non riusciva a regolarizzarsi"

Si è uccisa perché era clandestina e non riusciva a regolarizzarsi, e per questo era caduta in depressione. Il corpo senza vita di F.A., 27 anni, marocchina, è stato ripescato ieri sera dal fiume Brembo a Ponte San Pietro. La donna, notata da alcuni passanti, era sotto il ponte del centro storico, è stato riportato a riva alle 21 circa.

E' stato il fratello Mohamed stamattina a presentarsi ai carabinieri per denunciare la scomparsa della sorella, uscita di casa ieri alle 14. L'uomo, che invece è regolare (come anche i genitori) e vive proprio a Ponte San Pietro, ha raccontato che F. era disperata: era irregolare in Italia, aveva tentato in tutti i modi di regolarizzare la sua posizione ed era terrorizzata dalla scadenza di domani, giorno in cui la clandestinità diventa reato. E questo l'avrebbe portata a uccidersi.

Ma gli inquirenti del posto sono scettici: la ragazza, infatti, era in Italia da cinque anni e viveva presso la famiglia. Si pensa quindi che il suicidio sia legato solo a problemi psichici.

fonte: Repubblica