«Una situazione allucinante»: è tagliente S.H., studentessa del Golgi che preferisce non dire il nome «perché già a scuola mi trovo male, figuriamoci se qualcuno legge queste parole». Senegalese, da 7 anni in Italia, vive a Lonato e studia a Brescia; è in corteo assieme a una compagna di classe e connazionale «perché gli altri sono entrati, a scuola non se ne è neppure parlato».
«La cosa più difficile? Il velo: a scuola sono costretta a toglierlo. È ancor peggio che del colore della pelle: portare il velo mi è impossibile e questo mi addolora perché ci tengo ai valori della mia religione che però riesco a onorare solo in famiglia». S.H racconta che «i compagni di scuola non sanno nulla delle mie tradizioni religiose ma si permettono di giudicare e i professori arrivano a dire che l'Islam è sbagliato e che sarebbe da eliminare dalla faccia della terra. Ora mi sono abituata e a scuola tolgo il velo, ma è una sofferenza».
Meno drammatica la situazione di Ali Waqas, 18 anni, studente dello Sraffa, origini pachistane, da 7 anni a Brescia: «A scuola non mi trovo male, anche se a volte ci sono comportamenti razzisti, soprattutto quando i media raccontano fatti di cronaca nera compiuti da stranieri». Pensi che se fossi una ragazza avresti più problemi con gli italiani? «No, sarebbe lo stesso», e poi aggiunge: «Dello sciopero di oggi non ne ho parlato in classe, gli insegnati non lo sapevano». «Professori e studenti non hanno capito l'importanza di questa giornata» aggiunge Akram Harrane, di origini marocchine, alunno della Scuola Bottega e a Brescia da 5 anni «e poi nessuno lo sapeva, l'ho dovuto spiegare io che lo so perché ascolto Radio Onda D'Urto».
Daniele Codeglia viene dalla Bolivia, vive a Brescia da 15 anni e frequenta il liceo Leonardo. Non sa dire quante persone abbiano scioperato nella sua scuola, dove «non se ne è parlato». A scuola e fuori non ha mai vissuto sulla proprie pelle episodi di razzismo: «Io sono cittadino del mondo, né boliviano né italiano».
OLTRE AGLI STUDENTI delle superiori in piazza anche tanti scolari, per lo più portati dai genitori: Ester Rubiano, 8 anni, tiene stretto un palloncino giallo: «Non so perché me lo hanno regalato» ammette, ma suo padre, Riccardo, di origini colombiane e a Brescia da 17 anni, le spiega subito che è un simbolo contro il razzismo: «Sono qui perché sono straniero - dice - anche se non mi sento tale. In tanti anni che vivo in questa città l'ho vista cambiare, diventare più chiusa». Katia De Col, 39 anni, italiana, lavoratrice nel pubblico impiego, ha scioperato ed è venuta in piazza con i suoi due figli adolescenti: «Ne ho parlato tanto con loro e con i loro amici, abbiamo capito l'importanza di esserci e soprattutto di manifestare la gratitudine a delle persone che vengono qui e ci arricchiscono sia economicamente, lavorando per noi, sia culturalmente».
Anche Ramona Parenzan, mediatrice culturale, lavoratrice per una cooperativa, ha scioperato «assieme ai miei capi: lavorando con gli stranieri è stato un sentimento condiviso». Ramona è autrice di saggi e spettacoli sull'immigrazione: «Conosco tanti scrittori della cosiddetta letteratura migrante, che su facebook sono stati molti attivi nel promuovere questa giornata».
Arfane Jhadija, cinquantenne di origini marocchine, studia italiano e ha saputo dell'iniziativa dalla sua insegnante di lingua, che le sta a fianco e l'aiuta nell'intervista. In Italia da 5 anni, la donna ha vissuto a San Colombano e solo da 4 mesi a Brescia: «È meglio in città - ammette - per tutto, anche se nemmeno qui riesco a trovare lavoro».
UNA GIORNATA che prosegue tutto il giorno con lo sciopero della spesa ma anche in serata, quando allo spettacolo organizzato dall'associazione Amicicompliciamanti, viene letto un comunicato «perchè - spiega Claudio Simeone, storico animatore dell'associazione - siamo convinti che questo è un giorno speciale: i nostri nuovi concittadini ci hanno ricordato la loro presenza attraverso la loro assenza. Si sono fermati non per ferie o aumenti di salario, soltanto per chiedere il riconoscimento dei loro diritti. Ci sembra opportuno fermarci qualche attimo per riflettere; anche a teatro, luogo del gioco ma anche della memoria e della riflessione. A noi piace condividere i doveri, ma anche i diritti».
fonte: BresciaOggi
martedì 2 marzo 2010
«Io, costretta a togliermi il velo in classe»
domenica 24 gennaio 2010
Boliviano morto non riesce a tornare a casa
Neppure dopo morti si può stare in pace in questo Paese. Chi ha la responsabilità del rimpatrio della salma di Oscar intervenga.
"Carissimo Beppe Grillo,
sono Rosa, la compagna di Oscar Javier Soliz Marques, il ragazzo boliviano deceduto a Firenze il 10.12.2009, a seguito di una lunga e dolorosa malattia e che ancora non ha potuto riposare in pace, restituito ai suoi cari, nel nostro Paese di origine. Ti scrivo queste righe per raccontare perché nessuno debba soffrire più in questo modo! Io ed Oscar, entrambi della città di Cochabamba, in Bolivia, ci siamo conosciuti a Firenze e innamorati l’uno dell’altro. Eravamo felici, lavoravamo entrambi per costruirci un futuro e per aiutare i nostri familiari in Bolivia, fino al momento in cui Oscar si è ammalato e la diagnosi era purtroppo infausta: leucemia, morbo di No Hodkin. Oscar è stato curato con tantissimo amore e impegno dai medici a Firenze (Ospedale di Carreggi e di S. Maria Nuova) fino alla fine, in un reparto per malati terminali presso l’Ospedale delle Oblate. Una settimana prima di morire, Oscar ha avuto la tua visita insieme a Cesare Prandelli, allenatore della Fiorentina. In quella occasione gli avete restituito la felicità, anche se per un breve momento. Da allora si trova in una cella frigorifera, all’interno delle Cappelle del Commiato, a Firenze, in attesa di tornare in Bolivia, ma non riusciamo a portarlo via, nonostante la documentazione presso la nostra Ambasciata a Roma sia pronta ormai dal 31 dicembre scorso. Oscar non può tornare a Cochabamba e nessuno ci dice il perché. Aiutaci."Rosa
fonte: www.beppegrillo.it
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domenica 6 settembre 2009
Colf in 13 famiglie, nessuno la regolarizza
Si chiama Lourdes, ha 39 anni, è boliviana di Cochabamba, cittadina di pianura da mezzo milione di abitanti. Non è escluso che qualcuno di voi la conosca: in giro la si vede spesso. Lavora infatti in 13 case milanesi, e forse è un record. A Lourdes, il 13 in dote ha portato la fortuna di tutte queste famiglie che l’hanno assunta come colf e la sfortuna che delle famiglie nessuna voglia (o possa) regolarizzarla.
Martedì è partita la sanatoria per badanti e altri lavoratori domestici. Ci sono una domanda da presentare, documenti da allegare, soldi da versare. La signora Lourdes comincia da quest’ultimo capitolo: «Bisogna pagare 500 euro di contributo forfettario. Li pago io, ci mancherebbe. L’ho detto e ripetuto a tutti». Non pare sia però un problema di denaro. Un problema per le famiglie, beninteso, visto che Lourdes dice di guadagnare «sugli 800-900 euro al mese». Le famiglie, sempre ad ascoltare la signora, bassa di statura e con un’espressione decisa (ha carattere da mastino, per incontrarla bisogna mettersi in coda, attacca a lavorare alle 7 del mattino e finisce alle 7 di sera, gli intervalli di pausa sono rari e utilizzati per i trasferimenti da un appartamento all’altro), le famiglie, dicevamo, sono di cosiddetto ceto medio- alto.
Ci sono un medico, un alto dirigente di banca, e via elencando.
Nella sanatoria, uno dei requisiti è un contratto minimo di 20 ore settimanali. Lourdes, che ha sette figli (in Italia si è portata il maggiore e il minore, hanno 22 e 6 anni), ogni settimana lavora certo più di 20 ore, a volte il doppio, spesso il triplo; solo che non lo fa per un singolo datore di lavoro. Maurizio Bove, sindacalista della Cisl, su questa storia si sta spaccando la testa. Cerca una soluzione, e però senza tralasciare, tiene a precisare, altre quaranta donne, sempre colf o domestiche, alle prese con un’altra disperazione: i padroni, per evitare documenti e iter burocratici, le hanno già cacciate. Licenziate, abbandonate.
Al posto loro, gli italiani, hanno assunto immigrate appena sbarcate, forza lavoro nuova, più ricattabile, con meno pretese, figurarsi la sanatoria.
Lourdes non sa come andrà a finire questa storia. Spera, ovvio, che si risolva. Ma non è tanto la quotidianità da precaria che la spaventa. «Sono una clandestina. I medici posso denunciarci, giusto? Sono da cinque anni tra voi, ma non sono mai andata da un dottore, o in ospedale».
fonte: Corriere della Sera
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