Era entrato nella camera di sicurezza della questura nella notte, ubriaco ma apparentemente in salute. Quando ieri mattina intorno alle undici gli agenti si sono affacciati alla sua cella, si sono accorti che non dava segni di vita. Gli hanno toccato il collo per controllare il battito cardiaco e hanno capito che non c’era un minuto da perdere. Ma per Rami Chaban, un marocchino senza fissa dimora di 26 anni, fermato nella notte a Firenze per rapina e tentata violenza sessuale, non c’era più niente da fare. In pochi minuti in via Zara è arrivata l’auto con il medico, poi – dato che le condizioni del paziente erano disperate - un’ambulanza. Nonostante gli sforzi dei medici il cuore del giovane non ha ripreso a battere. Le manovre di rianimazione sono andate avanti per oltre mezz’ora, ma verso mezzogiorno i sanitari si sono arresi. E così, nel momento in cui Rami Chaban avrebbe dovuto varcare le porte del carcere di Sollicciano, il suo corpo è arrivato, chiuso in una bara, all’istituto di medicina legale di Careggi. Qui, nei prossimi giorni, sarà effettuata l’autopsia. Il medico del 118, nel suo referto, ha escluso la presenza di traumi e ferite. Parla di «arresto cardiocircolatorio», ipotizzando una morte dovuta a cause naturali. Ma c’è un precedente che non può passare inosservato. Neppure un mese fa, il 28 gennaio, sempre nelle celle dei sotterranei della questura fiorentina, un marocchino di 26 anni, fermato per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, si era impiccato appendendo un lembo di coperta alla grata della porta blindata. All’indomani di quella morte, la Procura aveva aperto un’inchiesta, ma non sono emersi elementi che facciano pensare a una dinamica diversa dal suicidio. Ora la nuova indagine dovrà stabilire cosa abbia ucciso Rami Chaban e dovrà fugare ogni dubbio sulla presenza di una ferita alla testa, riscontrata dal medico legale in una successiva ispezione cadaverica. Una lesione che potrebbe essere stata provocata durante la concitata rianimazione. Di certo, per ora, c’è solo la sequenza degli eventi che, al termine di una serata ad alta gradazione alcolica, ha portato il 26enne in cella. Venerdì sera, il giovane, noto alle forze dell’ordine, era uscito con una donna polacca e il suo compagno, anche lui marocchino. Quando il fidanzato della ragazza si era allontanato per qualche minuto lasciando soli i due, nei pressi della stazione Leopolda, Rami Chaban avrebbe importunato la ragazza, cercando di violentarla. Lei avrebbe reagito respingendolo bruscamente, e lui le ha sottratto con la forza il cellulare. Al ritorno del fidanzato, la giovane gli ha raccontato l’accaduto e lui ha deciso di chiamare la polizia: tra i due uomini ci sarebbe stata una colluttazione. Gli agenti della Polfer hanno bloccato e arrestato il 27enne, accompagnandolo in questura. In cella, Rami Chaban è arrivato intorno alle 4 del mattino: sembrava tranquillo, non ha dato in escandescenze, spiegano gli agenti, ancora sconvolti. In via Zara avrebbe dovuto trascorrere solo poche ore. Dopo la tragedia del 28 gennaio scorso, la vigilanza nelle camere di sicurezza era stata aumentata. Per questo motivo gli agenti incaricati della sua sorveglianza, in attesa del trasferimento, lo hanno controllato più volte. Poco prima che scattasse l’allarme, un poliziotto si era affacciato: «Sembrava che dormisse profondamente», ha spiegato. Fonte: La Stampa
domenica 26 febbraio 2012
martedì 2 febbraio 2010
Centri per migranti: in 12 dentro a un container di 25 metri quadri
Centri per migranti in Italia, zone di extraterritorialità: una "no man's land" con alte mura di cinta, filo spinato e sbarre di ferro vigilate da agenti armati e, all’interno, alloggi isolati dal resto della struttura da inferriate e cancelli serrati. Dentro, come nel caso di Foggia e Crotone, 12 persone pigiate in container fatiscenti di 25 metri quadrati. Si mangia per terra o sulle brande, si sopravvive a fatica. In quello di Roma si è attesa carta igienica e sapone per due settimane. Spesso il disagio trova sfoghi violenti, che però restano quasi sempre nascosti dietro le mura di recinzione: gesti di autolesionismo, incendi dolosi e vandalismi, suicidi, sommosse. E’ un mondo buio e spesso senza diritti quello descritto nella relazione firmata da Medici senza Frontiere sulle strutture italiane per i migranti. Sono temi importanti, ci sono di mezzo civiltà e futuro, e saranno ripresi giovedì 4 febbraio, alle 15,30, in un convegno aperto al pubblico nella Sala conferenze della Camera dei deputati.
L'INDAGINE - L’ indagine è basata su due diverse visite condotte da medici, infermieri e psicologi di Medici senza Frontiere a distanza di otto mesi, tra il 2008 e il 2009, in 21 centri suddivisi nelle tre differenti categorie tra CIE, Centri di identificazione ed espulsione, CARA, Centri di accoglienza per richiedenti asilo e CDA, Centri di accoglienza disseminati sul territorio nazionale (vedi scheda). E il quadro di soprusi è allarmante: «I centri per immigrati sembrano operare come enclave con regole, relazioni e dimensioni di vita propri, senza controlli esterni e di indicatori di qualità». Secondo l'indagine di Msf, la gestione dei centri per migranti, nonostante siano stati istituti ormai da più di un decennio, sembra ancora ispirata da un approccio di emergenza e in larga parte lasciata alla discrezionalità dei singoli enti gestori. «Basta un fatto per spiegare il contesto di questo sistema -spiega Ronaldo Magnano - per questi centri, a differenza di quanto deve avvenire anche per un canile, non serve nessuna certificazione della sanità pubblica». E Medici senza Frontiere denuncia anche la scarsa trasparenza. «Ci siamo trovati di fronte a un atteggiamento ostile da parte dei gestori, incontrando difficoltà nel condurre liberamente l’indagine, subendo limitazioni e dinieghi nell’accedere in determinate aree. Emblematici i casi dei centri di Lampedusa e del Cie di Bari dove è stata negata dalla Prefettura l’autorizzazione a entrare nelle aree alloggiative, nonostante la visita di Msf fosse stata comunicata con diverse settimane di preavviso».
fonte: Corriere della Sera
lunedì 18 gennaio 2010
Giallo un immigrato morto a San Vittore Il Comitato antirazzista: "Si è suicidato"
"Ennesimo suicidio in carcere". La denuncia del comitato antirazzista di Milano si riferisce alla morte di Mohammed El Abbouby, detenuto nordafricano vittima delle esalazioni di una bomboletta del gas da campeggio nella sua cella a San Vittore. Gli agenti lo hanno trovato in fin di vita e lo hanno accompagnato in ospedale, dove è morto.
Luigi Pagano, provveditore regionale alle carceri lombarde, ritiene però che non si sia trattato di suicidio: "Stava scontando una pena di sei mesi in regime aperto e tra un mese sarebbe uscito. E non aveva dato segni particolari di malessere, tanto che lo avevamo inserito tra i lavoranti". Pagano ha disposto comunque l'apertura di un'inchiesta interna e un fascicolo d'indagine è stato aperto anche dalla procura di Milano.
L'ipotesi alternativa al suicidio è che si sia trattato di un incidente: il ragazzo avrebbe inalato il gas, come fanno a volte i detenuti con problemi di tossicodipendenza, e avrebbe perso conoscenza. Mohammed El Abbouby, 25 anni, era stato arrestato il 15 agosto in occasione della rivolta del centro di identificazione in via Corelli, sempre a Milano, e condannato con l'accusa di danneggiamento, incendio e resistenza a pubblico ufficiale.
Il Comitato considera El Abbouby "l'ennesima vittima del razzismo di uno stato che semina morte in ogni dove, in nome della democrazia imperialista che rappresenta". "Speriamo almeno - è scritto in un comunicato - che la sua morte possa servire a riscaldare i cuori e gli animi di coloro che, forse divorati dall'assuefazione, ritengono ancora che la lotta contro i Cie assuma un senso poco più che simbolico, o che sia una battaglia specifica, proprietà politica di una qualche parrocchia in cerca di gloria o rappresentanza".
Altri quattro immigrati saranno processati per un'altra rivolta avvenuta a novembre al Corelli. Se fosse confermata l'ipotesi del suicidio, sarebbe il sesto caso in Italia dall'inizio dell'anno.
fonte: Repubblica
martedì 22 dicembre 2009
Carcere di Teramo, muore il «negro» Il detenuto testimone del pestaggio
“Forse è vero che il carcere di Teramo, come scrive oggi un grande quotidiano, nasconde dei “misteri”. Non sappiamo, ma in ogni caso è certo che a Teramo si è verificato l’ennesimo caso di “abbandono terapeutico”, se è vero che un detenuto nigeriano, Uzoma Emeka, sentitosi male alle 8.30 è stato ricoverato in ospedale quasi cinque ore dopo. Ora, va da sé, si parla di “morte per cause naturali”: ma sappiamo che oltre il 50% dei decessi in cella è classificato come dovuto a “cause da accertare”. Autolesionismo, abusi, morti improvvise, overdose presentate come suicidi, suicidi presentati come overdose, mancato aiuto, assistenza negata, è un vero e proprio regime di omissione di soccorso quello che governa il sistema penitenziario italiano. Sullo sfondo di questo tragico avvenimento, l’ultimo di una lunga teoria di morti o inspiegate o sospette, c’è la vicenda del “negro ha visto tutto”, del “massacro” involontariamente confessato, dei testimoni che esitano a parlare. Forse non ci sono “misteri” nel carcere di Teramo, ma certamente c’è un bubbone che va eliminato.”
fonte: A buon diritto
mercoledì 18 novembre 2009
Diciassettenne si impicca in bagno nel carcere minorile a Firenze
Avrebbe compiuto 18 anni tra qualche giorno. Dietro le sbarre. Ma, schiacciato da una detenzione che non sopportava più, ha deciso di farla finita e si impiccato. La vittima è un giovane marocchino detenuto nell'istituto penale minorile Meucci di Firenze. Era arrivato lì da poco tempo. Le forze dell'ordine lo avevano sorpreso a Lucca mentre cercava di rubare. Tentato furto era l'accusa per cui era detenuto: il processo era stato fissato per il 23 novembre prossimo.
Una storia di solitudine e di disagio profondo quella del giovane venuto dal Magreb e finita in un penitenziario. "Era solo ed aveva bisogno di un altro tipo di assistenza", rivela Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze. Forse gli addetti non hanno capito il suo disagio, così come i suoi compagni di cella non hanno intuito che qualcosa di tragico si stava consumando a un metro da loro. E tra chi si occupa di giustizia minorile ora c'è sconforto e dolore.
Sono le 18, è il momento della doccia. Tocca al giovane marocchino: poche parole con gli altri tre detenuti e l'ingresso nel bagno. Il ragazzo ha già deciso tutto: porta con sè un lenzuolo lo bagna, lo arrotola, lo lega stretto alle sbarre della finestra del bagno. Poi apre l'acqua della doccia, forse per coprire eventuali rumori: sale su una scarpiera, si lega il lenzuolo al collo, si lascia cadere e muore impiccato.
Il giudice non lo vedrà, mentre della sua vicenda si sta già interessando il sostituto procuratore della repubblica di Firenze Tommaso Coletta.
fonte: Repubblica
martedì 3 novembre 2009
Adel, “mi negano il ritorno in patria perché non ci sono i soldi”
Adel è un ragazzo tunisino di 30 anni. Cinque anni fa, si è allontanato dalla sua famiglia per raggiungere l’Italia. Dopo tanti sacrifici è riuscito a mettere da parte 8 mila euro per il viaggio sperando che un giorno sarebbe tornato più sereno e soddisfatto nel suo Paese.
Con lo sguardo verso l’Europa, insieme ad altre 80 persone è partito dalle coste tunisine. Affrontare il mar mediterraneo e raggiungere le coste della roccaforte europea è l’unica soluzione possibile per ragazzi e ragazze che non hanno altra scelta. Preferiscono rischiare la morte per raggiungere un paese, visto nei loro sogni, democratico. Un paese dove è nato il diritto dell’uomo che evidentemente non è sancito per tutti. Adel durante il viaggio ha visto la gente morire e sprofondare negli abissi del mar Mediterraneo. Quell’inferno è durato tre lunghissimi giorni. Sbarcato a Pantelleria, provato dal viaggio, è stato curato e assistito dagli operatori umanitari che operano nell’isola.
Ha imparato subito la lingua italiana. Si è svegliato dallo stordimento del sogno europeo ed ha iniziato a capire la realtà. Ha intuito subito che era uno dei tanti mostri da sbattere in prima pagina nonostante non fosse un criminale. Trova lavoro a Milano, si impegna a fare carpentiere. Lavora con dovizia e serietà nonostante non avesse nessuna protezione. Si può scordare le prestazioni di assistenza sociale come i trattamenti di invalidità, infortunio sul lavoro e assegni sociali. Non ha un lavoro regolare e non può avere il permesso di soggiorno. Però lavora, fatica e produce per le imprese Italiane. E’ uno strumento di mercato e serve per porre rimedio alle carenze del Paese, fino a quando serve.
Adel non fa altro che faticare durante tutto il giorno. Nel 2007, arriva la prima randellata: un mandato di espulsione. Ma non intende assolutamente lasciare il paese e soprattutto il suo lavoro. Seppur in nero, era un mestiere che gli permetteva di vivere e soddisfare i suoi bisogni. Poi, sperava sempre in una regolarizzazione. I suoi sogni sono stati spezzati un mese fa. Quando Adel è stato fermato dalle Forze dell’ordine e portato immediatamente in caserma per una verifica delle sue generalità. Non ha il permesso di soggiorno e questo può bastare per essere rinchiuso all’interno del centro di identificazione ed espulsione, o meglio, dentro il centro di detenzione di Corso Brunelleschi a Torino.
Ora è deluso e ingannato Adel. Soffre e non capisce come mai sia in carcere. “Questa è una vera e propria prigione. E non capisco perché sono qui dentro. Ho capito che sono clandestino ma perché tutta questa brutalità verso chi viene, da un paese non occidentale, a lavorare?” mi dice Adel contattato telefonicamente.
E’ un mese che vive in detenzione a Torino e non può far altro che raccontare come un fiume in piena la sua quotidianità. “Qui ci sono anche due bambini di 16 anni. Sono piccolissimi, ma perché fa così l’Italia?” mi dice sconsolato. All’interno del centro manca l’acqua calda ed il riscaldamento è spento nonostante la notte muoiono dal freddo, “nessuno ci aiuta. Non puoi chiedere nulla, le medicine non ci sono ed ora molti hanno l’influenza. Sono malati e non c’è un dottore. Ci sbattono qui dentro, non ci visita nessuno.” Racconta che le medicine vengono usate soltanto in un altro modo: “ci mettono qualcosa all’interno del cibo perchè dopo mangiato mi sento sempre fragile”.
Una ventina di giorni fa Adel ha provato un evasione senza successo: “Cerca di capirmi io qui mi spengo piano piano, come posso sopportare queste ingiustizie? E poi anche se ho provato l’evasione perché tutta quella cattiveria contro di me?”. Le tentate evasioni all’interno dei Cie si pagano a caro prezzo: “Sono stato picchiato e portato 4 giorni in galera. Poi, il giudice ha visto le mie pessime condizioni, ha ascoltato il mio racconto e mi ha rilasciato”. Dopo aver “assaggiato” la prigione per la prima volta, è stato portato di nuovo all’interno del Cie di Corso Brunelleschi. “Mi hanno messo in isolamento. Mi hanno picchiato. Succede a tutti così. Non puoi neanche chiedere qualcosa perché se lo fai, ti portano in isolamento, ti ammazzano di botte e poi ti riportano con gli altri.”
Adel mi racconta che ha avuto il coraggio di denunciare le violenze subite. “Io li ho denunciati, il 20 novembre dovrebbe iniziare il processo contro di loro. Sono 10 giorni che non posso camminare, sono tutto gonfio dalle botte.”
“Qui non è Italia, è Guantanamo, forse anche peggio”. E forse per questo motivo Adel ha chiesto di tornare a casa. Sono quasi 5 anni che vive in Italia ed ora non riesce più ad amare questo paese, vuole tornare in Tunisia, “mi manca mia mamma”. Martedì Adel è stato all’ufficio immigrazione ed ha dichiarato la voglia di tornare. L’ufficio immigrazione non ha accettato la richiesta, gli ha negato il ritorno in patria: “Mi hanno detto che non hanno i soldi per comprarmi il biglietto e per questo motivo non posso tornare a casa. Non so se è una bugia ma io ho due bambini a casa e non ho voglia di scherzare. Neanche in America trattano così gli immigrati. Quì i diritti dell’uomo valgono solo a parole. E’ un casino fratello mio”.
fonte: Periodico Itliano
Etichette: carcere, cie, milano, pestaggio, rifugiati politici, torino, tunisia, violenza
Pubblicato da AdminK alle 17:36 0 commenti
Giustizia per Mbarka Sami Ben Garci
L’uomo, detenuto nel carcere di Pavia, era morto a causa di uno sciopero della fame.
Ieri il suo legale ha presentato un esposto alla Procura di Pavia nel quale accusa la direzione del carcere, il direttore sanitario della struttura e una psichiatra di essere responsabili della morte dell’immigrato.
Mbarka Sami Ben Garci aveva deciso di protestare dopo che gli era stata inflitta una nuova condanna per violenza sessuale, accusa che aveva sempre respinto considerandola “infamante”.
La Procura, subito dopo l’accaduto, aveva aperto un fascicolo a carico di ignoti con l’ipotesi di omicidio colposo, disponendo l’autopsia che, stando ai primi esiti, avrebbe individuato in una crisi metabolica la causa della morte.
Ora in Procura è arrivato anche l’esposto presentato dall’avvocato Aldo Egidi, al quale sono allegate alcune lettere che il legale inviò alla direzione del carcere per richiedere il trattamento sanitario obbligatorio (tso) per il detenuto, che non intendeva interrompere lo sciopero della fame.
fonte: Inviatospeciale
Montecatini, muore dopo l'arresto Gli era stato dato un sedativo
E' stata aperta un'inchiesta sulla morte di un giovane romeno di 24 anni, morto subito dopo essere stato arrestato dai carabinieri di Montecatini e sedato da un medico del 118, perchè "fuori si sè". Il fatto è riportato oggi dal quotidiano locale Il Tirreno.
Il ragazzo era stato fermato lunedì sera verso le 21:30 con l'accusa di aver aggredito e rapinato l'ex fidanzata. Vedendo gli uomini delle forze dell'ordine, il giovane, vistosamente ubriaco, era andato su tutte le furie. Una volta giunto in caserma, ha continuato ad opporre resistenza con urla e atti di autolesionismo, colpendo più volte il pavimento e le pareti con la testa e altre parti del corpo. I militari, dopo aver cercato di farlo calmare, hanno richiesto l'intervento di un medico del 118, che gli ha somministrato un sedativo. Da allora, però, il ragazzo non si è più svegliato.
Il detenuto continuava a rimanere immobile in uno stato di sonno profondo. Verso la mezzanotte, i carabinieri hanno iniziato a sospettare che qualcosa non fosse andato per il verso giusto. Il romeno, infatti, non dava cenni di vita, neanche dopo i tentativi del personale medico di rianimarlo. A quel punto è partita una seconda telefonata al 118, che ha mandato immediatamente un'ambulanza sul posto. Poi la corsa disperata all'ospedale di Pistoia, dove il giovane è arrivato già morto.
Il caso è ora nelle mani della magistratura, che ha aperto un'inchiesta per far luce sulle cause del decesso. Dall'autopsia, fissata per mercoledì mattina, dovrebbero emergere particolari rilevanti sullo stato di salute del giovane e sul tipo di calmante che gli è stato somministrato.
fonte: Indymedia
Etichette: carcere, morte, polizia, reggio emilia, romania
Pubblicato da AdminK alle 17:31 0 commenti
lunedì 2 novembre 2009
"Un detenuto non si picchia in sezione" Audio shock dal carcere di Teramo
"Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto...". Parole dal carcere di Castrogno a Teramo, parole registrate all'interno di uno degli uffici degli agenti di polizia penitenziaria. Frasi spaventose impresse in un nastro. Ora questo audio è nelle mani della Procura della Repubblica di Teramo che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda. Sono parole che raccontano di un "pestaggio" ai danni di un detenuto, quasi come fosse la "prassi", un episodio che rientra nella "normalità" della gestione del penitenziario. Un concitato dialogo tra un superiore e un agente che svelerebbe un gravissimo retroscena all'interno di un carcere già alle prese con carenze di organico e difficoltà strutturali.
ASCOLTA L'AUDIO
Il nastro è stato recapitato al giornale locale La Città di Teramo, ed è scoppiata la bufera. Il plico era accompagnato da una lettera anonima.
fonte: Repubblica
Etichette: carcere, neri, teramo
Pubblicato da AdminK alle 18:00 0 commenti
martedì 20 ottobre 2009
Genova, sesso in cambio di favori Sospeso direttore carcere femminile
Avrebbe abusato sessualmente di una detenuta marocchina concedendole in cambio vari favori, tra cui anche il permesso di rientrare in ritardo in carcere dopo le uscite previste dal regime di semilibertà. Per questo il direttore del carcere femminile di Genova Pontedecimo, Giuseppe Comparone, è stato sospeso dall'incarico, per decisione del gip del tribunale genovese Adriana Petri, su richiesta dei pm Alessandro Bogliolo e Vittorio Ranieri Miniati. I magistrati ipotizzano a carico di Comparone i reati di violenza sessuale continuata e aggravata dal fatto che la vittima era detenuta, concussione «sessuale», induzione alla calunnia, falso ideologico e materiale.
LA RICATTAVA - Gli inquirenti si erano accorti che la detenuta aveva a disposizione un cellulare nel quale custodiva vari numeri di agenti di polizia penitenziaria che non avrebbe dovuto avere. Nella rubrica aveva anche il numero di cellulare del direttore del carcere. Il caso emerse un giorno che la donna non si presentò al lavoro. In quell'occasione il direttore Comparone fu accusato di avere svolto accertamenti per appurare dove fosse stata la donna, senza poi presentare rapporto all'Amministrazione carceraria. Fu la donna stessa, interrogata dagli inquirenti, a parlare delle violenze sessuali che sarebbero state perpetrate non come violenza fisica, ma come ricatto. La donna, dopo l'apertura dell'inchiesta, fu immediatamente trasferita nel carcere di Monza. Comparone, difeso dall'avvocato Mario Iavicoli, sostenne un interrogatorio di fronte al gup durato sette ore. Le sue spiegazioni non sono state giudicate convincenti dal giudice Petri. L'interdizione avrà durata di due mesi e sarà passibile di reiterazione dietro richiesta della procura.
fonte: Corriere della Sera
Etichette: carcere, genova, marocco, violenza sessuale
Pubblicato da AdminK alle 20:56 0 commenti
venerdì 11 settembre 2009
Lasciarsi morire in carcere
Al netto di ogni possibile e ovvia speculazione sulle guarentigie della certezza della pena, la morte di Sami M.S. avvenuta due giorni fa in seguito ad uno sciopero della fame prolungato da oltre un mese e mezzo, non fa che riaprire l’annoso dilemma fra diritto alla vita e diritto all’autodeterminazione dell’individuo.
Può una persona, ed in questo caso la legge non fa differenza fra liberi cittadini e detenuti, lasciarsi volontariamente morire per vedere rispettato il proprio diritto di scegliere?
Sami, cittadino quarantaduenne di nazionalità tunisina stava scontando, nel carcere Torre del Gallo di Pavia, l’ultimo dei sette anni e quattro mesi di reclusione in seguito ad una condanna per spaccio di sostanze stupefacenti. Una riduzione della pena a tre anni e mezzo, ottenuta grazie all’indulto e ad altri benefici per la liberazione anticipata, avrebbe permesso al nordafricano di lasciare la sua cella già dagli inizi del dicembre prossimo. Questa è, in breve, la storia di Sami fino allo scorso luglio quando una misura cautelare ordinata dalla magistratura lo ha condannato ad altri otto anni e mezzo per violenza sessuale. Un capo d’accusa nei confronti del quale l’uomo si è sempre dichiarato innocente fino al punto di iniziare a rifiutare acqua e cibo per ben cinquantuno giorni. “Non ha sofferto il pensiero di dover stare ancora altri otto anni e mezzo in carcere. – ha dichiarato al telefono Aldo Egidi, legale di Sami - Mi ha detto che rifiutava l’idea di smettere di fare lo sciopero della fame e di non voler più parlare con nessuno, né con me, né con i familiari, né con la convivente”.
Nella notte tra venerdì e sabato scorso l’ultima crisi causata delle gravi condizioni di salute in cui ormai versava Sami, ha costretto le autorità carcerarie a ordinare il trasferimento nella clinica di Chiurgia toracica di Pavia. Qui, l’uomo è arrivato dopo numerosi spostamenti susseguitisi dopo la sua uscita dal penitenziario dove era detenuto. Dopo il primo attacco sopraggiunto lo scorso 2 settembre mentre l’uomo si trovava all’interno della sua cella i dirigenti della prigione hanno richiesto l’immediato trasferimento nel Pronto Soccorso del policlinico San Matteo dove i dottori hanno constatato che l’unica possibilità per salvare la vita dell’uomo sarebbe stata quella di sottoporlo ad un trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Per attivare la procedura i sanitari avrebbero dovuto precedentemente diagnosticare una patologia mentale. Dalle corsie d’emergenza il paziente era stato dunque successivamente spostato nel reparto di Psichiatria per il parere degli esperti.
La legge 833/1978, che regola fra l’altro il TSO in casi di malattia mentale, prescrive – art. 34 - che tale misura possa essere adottata in condizioni di ricovero ospedaliero ma solo ove venga rilevata la contemporanea presenza di tre condizioni. “Il trattamento sanitario obbligatorio per malattia mentale – recita la legge – può prevedere che le cure vengano prestate in condizione di degenza ospedaliera solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere”.
Il che vuol dire che dopo il ricovero in ospedale Sami, che da un mese e mezzo non accettava cibo e acqua né cure di alcun genere, prima condizione, e per la salvezza del quale non erano più sufficienti cure extraospedaliere, seconda condizione, avrebbe potuto essere curato forzatamente solo dopo una prognosi che avrebbe accertato “alterazioni psichiche”. Era quello l’ultimo passaggio per salvare la vita di un detenuto che non voleva essere salvato se non da quella che lui diceva essere la verità.
Dalla Psichiatria non verrà emesso nessun referto. L’uomo, ormai in condizioni disperate, sarebbe deceduto dopo poche ore nella clinica di chirurgia toracica in seguito a gravi complicazioni che hanno coinvolto il funzionamento degli organi interni, ormai troppo deboli a causa del prolungato digiuno.
Se la pronuncia degli psichiatri fosse arrivata prima della morte di Sami probabilmente l’Italia in questo momento parlerebbe del detenuto a cui non è stato permesso di decidere. Probabilmente si affronterebbero nuovi sterili dibattiti sulle limitazioni alla libertà di compiere qualsiasi gesto che attenga esclusivamente alla sfera dell’arbitrio personale. L’impressione è che la vacatio legis su casi come quello del tunisino sia stata ancora una volta oscurata da una morte che non lascerà codazzi di polemiche. Una morte non poi così importante da convincere il Legislatore a trovare una soluzione normativa tra il diritto alla vita, che le autorità devono rispettare e far rispettare, e quello alla libera manifestazione del pensiero che un individuo, del tutto sano di mente, decide di esercitare.
E se il nodo gordiano è davvero ancora difficile da sciogliere, la strada da percorrere dovrebbe essere quella di una riabilitazione del condannato che passi attraverso un attento e scrupoloso dialogo per caire i suoi problemi e curare i suoi drammi quotidiani.
“In ogni caso come questo, che non è il primo – ha dichiarato Patrizio Gonnella dell’associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti – la questione che si pone è del tutto etica e non si risolve solo cercando di capire se bisognava curare il detenuto con la forza. La vera domanda è se c’e stata una reale presa in considerazione del problema personale del detenuto. La violenza sessuale è punita non solo dalle autorità col carcere ma anche dagli stessi detenuti per mezzo di minacce e maltrattamenti verso colui che è accusato di tale reato. Mi chiedo, mantenendomi del tutto cauto sul caso in esame, se siano stati fatti ragionamenti del genere. Se le autorità siano state vicine all’uomo”.
fonte: Peacereporter
Etichette: carcere, pavia, tunisia
Pubblicato da AdminK alle 01:53 0 commenti
mercoledì 2 settembre 2009
«Voglio tornare in Romania ma nessuno mi risponde»
Chi vi scrive è un detenuto della Casa Circondariale “Lo Russo e Cutugno” di Torino. Sono di nazionalità romena, con una pena definitiva di 8 anni e 11 mesi, arrestato nel 2003, e con fine pena al 30 dicembre 2010. In riferimento alla Convenzione di Strasburgo ho provveduto a fare richiesta al Ministero di Giustizia (più volte da me sollecitato nell’anno 2003 davanti alla Corte d’appello di Torino, nel 12 settembre 2008 e nel 27 marzo 2009 direttamente al ministero della Giustizia e con due lettere direttamente inviate al ministro Alfano), di poter scontare la pena in Romania, così da avere vicino la mia famiglia. Inoltre a fine pena sarebbe più facile l’inserimento del detenuto nel proprio Paese. A tutt’oggi non ho avuto la benché minima risposta né dal ministero, né dal ministro di Giustizia.
Mi sento in dovere di riferirvi anche la mia esperienza, credendo di non essere il solo straniero che vuole scontare la sua pena al proprio Paese, ed è per questo che voglio denunciare lo stato di negligenza e di assoluto assenteismo delle autorità competenti. Mi sento preso in giro e torturato mentalmente. Tutto questo a maggior ragione, è ancora vissuto da parte mia e da tanti altri detenuti in modo più crudele, considerato anche il sovraffollamento delle carceri italiane. Mi chiedo allora, cosa aspetta il governo a trovare una soluzione? Gli strumenti ci sono. Forse è la volontà politica che manca? Non sarebbe il caso, dato l’urgenza di risolvere il problema delle carceri, incominciare ad estradare subito coloro che ne fanno richiesta, compreso il sottoscritto? Nonostante tutti gli accordi presi dai vari ministri per destinare i detenuti stranieri nel proprio Paese, io sono ancora qua!
fonte: Avvenire
Pubblicato da AdminK alle 18:18 0 commenti