Dal tugurio alla strada. Questa non si chiama accoglienza
E’ di pochi giorni fa il video reportage girato da Fabrizio Ricci e Carlo Ruggiero sull’ex ambasciata somala di Roma di via dei Villini, stabile che permanentemente ormai da un decennio era diventato rifugio per circa 130 rifugiati somali senza un tetto dove stare.
Ieri, una operazione di Polizia, ha portato gli agenti fino all’interno dell’edificio per esegure forzatamente lo sgombero.
Una situazione ormai da tempo conosciuta che nessuno ha voluto vedere per anni.
Niente luce, niente acqua, nessun tipo di sicurezza. All’interno dello stabile la situazione era veramente sotto la soglia minima della vivibilità. La soluzione? Lo sgombero.
Come se per richiedenti asilo e rifugiati vivere in quelle condizioni fosse degno, come se non fosse vero che, nonostante i beneficiari della protezione internazionale siano giuridicamente equiparati ai cittadini italiani, non vivano nella realtà una condizione ai margini della clandestinità sociale.
Così, ancora una volta, emergono tutti i limiti dell'accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati in questo paese.
Prima vittime nei teatri di guerra, poi inghiottiti nel vortice dei trafficanti di uomini, libici o turchi che siano, poi ancora respinti, clandestini ancor prima di approdare nel nostro paese. E una volta arrivati, sempre che il viaggio non si sia tramutato in tragedia, nonostante riconosciuti titolari del diritto d’asilo, ancora ricacciati, ancora in viaggio, ancora costretti a migrare anche quando restare è il loro obiettivo, oppure ingabbiati, quando invece il desiderio vorrebbe portarli in un diverso paese europeo, vittime della Convenzione di Dublino, di un’europa che mentre si fa unica nel controllo delle frontiere, non altrettanto uniformemente permette di accogliere i profughi.
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mercoledì 17 novembre 2010
L’odissea dei somali. Sgomberata l’ex ambasciata. 130 rifugiati senza un tetto
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sabato 22 maggio 2010
Bologna: immigrata si cuce le labbra contro rifiuto dell’asilo politico
Si cuce con ago e filo le labbra per protestare contro il rigetto della sua richiesta di asilo politico. E’ accaduto giovedì sera nel Centro di identificazione ed espulsione di Bologna dove l’esasperazione per il rifiuto ricevuto ha portato un’immigrata ad un gesto estremo.
La donna, ha reso noto la direzione del Cie, è stata subito soccorsa e trasportata in ospedale dove è anche stata sottoposta a valutazione psichiatrica. Ma è risultato che la donna è nelle piene capacità di intendere e di volere e quindi non è stata accettata in regime di ricovero. Così è stata ricondotta nel Cie dove è assistita da personale medico e dal servizio di sostegno psicologico interno. La donna chiede di parlare con il magistrato e la sua richiesta è stata sottoposta all’ Ufficio immigrazione di Bologna.
La donna, di origine magrebina sui 30 anni, è sempre con la bocca cucita e rifiuta ogni cura fino a quando non riuscirà a parlare con il magistrato. La cucitura consiste comunque in qualche punto e la donna è in grado di parlare e di bere. Ieri sera l’ immigrata è stata trasportata al pronto soccorso dell’ ospedale sant’Orsola ed è stata visitata dai medici e dal servizio psichiatrico.
Ma, dato che è stata dichiarata capace di intendere e di volere e ha continuato a rifiutare ogni cura, i medici non hanno potuto toglierle il filo dalle labbra, perché si sarebbe trattato di una violazione della sua volontà. Così la donna è stata ricondotta al Cie.
“Tutti sono liberi di protestare – ha detto la direttrice del Cie di Bologna, Annamaria Lombardo – ma stiamo cercando di convincerla a intraprendere altre strade, come ad esempio il ricorso rispetto al rigetto della sua domanda di asilo politico”.
fonte: Blizquotidiano
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venerdì 9 aprile 2010
In fuga da guerra e povertà il dramma dei rifugiati in Italia
Ogni pomeriggio, dal lunedì al venerdì, formano una coda di uomini e aspettano di entrare nella mensa. Si rivolgono agli sportelli dedicati all'orientamento al lavoro, chiedono assistenza legale o partecipano ai corsi di lingua per imparare l'italiano. Gli uomini provengono soprattutto da Afghanistan, Eritrea e Somalia. Le donne dall'Africa nera. Il 67% ha tra i 21 e i 30 anni, mentre sono pochissimi quelli che superano i 40.
E' questa la fotografia, aggiornata al 2009, sulle condizioni dei 19mila richiedenti asilo e rifugiati in Italia. Non immigrati ma "migranti forzati", perché scappati dalla guerra. A scattare la foto è il Centro Astalli, un'associazione di gesuiti presente a Roma, Vicenza e Palermo che opera da centro polifunzionale per l'assistenza e la protezione dei rifugiati in Italia. E grazie al monitoraggio dei loro spostamenti in ogni settore della vita quotidiana, il Centro fornisce in esclusiva il Rapporto 2010: un'interpretazione statistica delle condizioni di vita dei rifugiati "italiani" che da gennaio a dicembre 2009 sono entrati in contatto con l'Associazione.
I numeri. I numeri sono conseguenza delle misure del governo in materia di immigrazione. La flessione delle domande d'asilo seguìta alla politica dei respingimenti nel Mediterraneo si è avvertita fin dal giugno 2009: il calo registrato rispetto all'anno precedente era del 35,5%. Ma rispetto al 2008, gli utenti che hanno usufruito dei servizi dei centri Astalli sono aumentati. L'afflusso nelle mense, passaggio obbligatorio per conoscere e accedere agli altri servizi dei Centri, è cresciuto del 33%. Di pari passo si sono estesi i tempi di permanenza: il periodo medio di frequentazione delle mense per ogni utente si è allungato, superando in molti casi i sei mesi.
fonte: Repubblica
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mercoledì 24 febbraio 2010
Truffa ai danni dei richiedenti asilo. Il centro di Cassibile nella bufera
Una truffa ai danni di 430 richiedenti asilo. È quanto si ipotizza dopo che un’inchiesta coordinata dal procuratore di Siracusa Ugo Rossi ha portato all’arresto dell’avvocato Pierluigi Spadafora, presidente dell’associazione Ponte sul Mediterraneo Onlus, a cui era affidata la consulenza legale per i migranti del Centro di Accoglienza di Cassibile (Siracusa), gestito dall’Associazione Alma Mater, e di due collaboratrici.
I reati contestati sono associazione a delinquere finalizzata alla commissione di falsi per l’ottenimento di titoli di soggiorno e falsi materiali in atto pubblico solo per le collaboratrici. Secondo l’accusa, l’Alma Mater indirizzava le pratiche legali degli immigrati alla Ponte sul Mediterraneo, che avviava i ricorsi e otteneva “la liquidazione di ingenti somme di denaro attraverso il riconoscimento del gratuito patrocinio”.
“Si ipotizza una vera e propria truffa ai danni di 430 richiedenti asilo – denunciano Anna Bucca, presidente Arci Sicilia e Filippo Miraglia, responsabile immigrazione Arci - che, affidatisi all’associazione presieduta dall’avv. Spadafora, legata ad Alma Mater, hanno incaricato i legali di seguire la procedura per il riconoscimento dello status di rifugiato, salvo scoprire che i “legali” non hanno fatto niente di quanto dichiarato, incassando ingenti cifre e lasciando senza alcuna copertura giuridica i migranti”.
fonte: Affaritaliani
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giovedì 17 dicembre 2009
Per non dormire in strada
Occupano una scuola abbandonata per non dover dormire in strada. È la situazione di decine di rifugiati africani che questa notte hanno cercato riparo nell'ex liceo Socrate, a Bari. Sono centotrentotto tra eritrei ed etiopi, e hanno dormito all'aperto per mesi in attesa che le strutture comunali fossero in grado di accoglierli. L'attesa è stata vana e ieri sera i rifugiati hanno deciso di occupare la ex scuola, un edificio ora dismesso.
Accoglienza. La situazione va avanti da tempo, ma si è aggravata negli ultimi due mesi. I rifugiati politici che arrivano nel capoluogo pugliese vengono inizialmente ospitati nei Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), per un periodo che può durare da cinque a sette mesi. Quando però si tratta di garantire quella che viene definita la 'seconda accoglienza', i dormitori e le mense del Comune di Bari si rivelano insufficienti ad ospitare tutti i rifugiati che si trovano in città.
Ferrhotel. Pur ammettendo l'inadeguatezza delle attuali strutture, l'amministrazione locale non ha saputo proporre soluzioni alternative, costringendo i migranti a dormire per le strade. Così alla fine di ottobre un gruppo di rifugiati somali ha occupato uno stabile abbandonato di proprietà di Grandi Stazioni, il Ferrhotel. Dopo le resistenze iniziali, il Comune ha intavolato con la proprietà un accordo per ottenere il comodato d'uso dell'edificio, permettendo agli occupanti di restare. Ma a condizioni che rimangono precarie: ci sono volute tre settimane per l'allaccio dell'acqua e ancora non c'è la luce.
fonte: Peacereporter
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martedì 15 dicembre 2009
A Catania bloccate per mesi centinaia di domande di rifugiati
A Catania, verso settembre c'erano 600 domande di gratuito patrocinio bloccate. Non c'è una motivazione espressa. Non viene scritta. Io ho avuto i primi provvedimenti sono stati accolti solo alcuni giorni fa, ma siamo stati per oltre un anno in assenza di provvedimenti. Il Consiglio dell'Ordine di Catania, a differenza di quanto avviene in altre città d'Italia, non comunica niente. Siamo costretti a fare la fila per sentirci dire, verbalmente: la pratica è sospesa perchè manca il documento d'identità. Noi alleghiamo alla pratica l'attestato nominativo della Questura che certifica che il ricorrente ha presentato la domanda d'asilo. Ma l'attestato per legge non equivale a un documento d'identità. Per questo l'Ordine dice: la domanda non è valida, perchè la dichiarazione di non possedere reddito, requisito per la richiesta del gratuito patrocinio, deve essere corredata di documento di riconoscimento. Questo accade a voce, senza nessuna delibera del consiglio. Questo ha sospeso i provvedimenti per mesi, fino a qualche giorno fa. Ma i passaporti queste persone non possono averli, né possono chiederli. Anche per i permessi di soggiorno si crea un problema: alcune Questure li concedono, altre no. Nei giorni immediatamente successivi alla domanda la Questura dovrebbe rilasciare un attestato nominativo, in attesa del permesso di soggiorno per richiesta asilo, che dovrebbe essere rilasciato entro 30 giorni. Ma spesso questo non accade, e questa è una cosa assurda. Così come nelle Questure non c'è una direttiva, un orientamento per queste faccende, così anche al Consiglio dell'Ordine: lo stesso richiedente asilo, con due domande distinte, una per fare ricorso al Tribunale dei minori e l'altra per il ricorso all'asilo. Una l'ammettono, l'altra no.
Così, arbitrariamente...
Senza logica.
continua su Peacereporter
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Italia, il diritto negato
"C'è la guerra nella zona dalla quale proviene? Si sposti in un'altra zona". L'inaudita risposta, data dal consiglio dell'Ordine degli avvocati di Trieste a una immigrata richiedente asilo, non è un'eccezione. Ma un orientamento: a Trieste gli avvocati rifiutano il gratuito patrocinio ai migranti. Sulla base di queste - e altre, ben più grottesche - motivazioni. Esempio: un altro straniero, condotto all'Ordine dal suo legale, è incorso in un singolare qui pro quo semantico. Era lì perchè apolide, e l'Ordine ha confuso 'apolidia' con 'bulimia'. "Ci dispiace, qui non trattiamo la bulimia".
Perchè accade questo? Perchè l'istituto del gratuito patrocinio, ovvero la tutela legale gratuita a chiunque sia sprovvisto di mezzi economici per pagarsela, non è redditizio. In pratica, lo Stato liquida oltre un anno dopo l'onorario dei legali. Quindi, in alcuni Consigli dell'Ordine, le istanze vengono rigettate sistematicamente. Senza una valida motivazione. Violando l'articolo 24 della Costituzione che sancisce la garanzia di accesso alla giustizia anche ai non abbienti, garanzia che costituisce un diritto inviolabile, riconosciuto all'uomo in quanto tale a prescindere dal fatto che si tratti di una persona straniera o italiana e che sia in condizioni regolari o irregolari di soggiorno in Italia.
Per il riconoscimento dello status di rifugiato, il migrante deve rivolgersi a un'apposita commissione territoriale. Se gli elementi a sostegno della sua richiesta non vengono ritenuti sufficienti, la domanda non viene accolta. Il richiedente ha la possibilità di ricorrere alla magistratura ordinaria tramite, appunto, il sostegno legale di un avvocato dello Stato. Gratuito, perchè non saprebbe come pagarselo altrimenti.
Ebbene, dal punto di visto del diritto, il Consiglio dell'Ordine di Trieste (ma secondo alcune segnalazioni ricevute da PeaceReporter, questo accade in altre città e in intere regioni) viola la Costituzione laddove lo stesso Consiglio "si attribuisce il potere di valutare pregiudizialmente la fondatezza dell'istanza di asilo... I Consigli possono elaborare al riguardo delle linee guida ad uso esclusivamente interno, ma non possono invadere la sfera tecnica di decisione sulla richiesta di asilo, affidata esclusivamente, secondo la legge vigente, alla commissione territoriale", secondo quanto spiegato da Fulvio Vassallo Paleologo, docente di Diritto privato e Diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero presso la Facoltà di giurisprudenza di Palermo, nonchè avvocato dell'Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione).
Ove accolto, la somma finale liquidata dallo Stato è il più delle volte irrisoria. Un esempio: il ricorso comporta il lavoro di due avvocati, uno nella città del ricorrente e l’altro nella città sede del tribunale, con viaggi da una località all’altra; se la liquidazione totale per i due avvocati è di 250 euro finisce che gli avvocati non possano rendersi disponibili per nuove cause a spese dello Stato
fonte: Peacereporter
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mercoledì 9 dicembre 2009
morto "Sher Khan", leader dei clochard
E’ morto per il freddo dopo una vita fatta di grandi battaglie e di grandi difficoltà. Era di nazionalità pachistana la persona trovata senza vita questa mattina in piazza Vittorio, a Roma: Mohammad Muzaffar Alì, detto Sher Khan, 55 anni, era in Italia da molto tempo, e aveva avuto un ruolo attivo nella fondazione delle prime associazioni costituite da migranti nella capitale. Venti anni di occupazioni, manifestazioni, volantini: la sua vita erano la strada e le sue storie, soprattutto quelle degli stranieri come lui. “La sua esistenza era un vero tourbillon”, dice ora il suo avvocato, Mario Angelelli, che lo aveva incontrato per la prima volta alla Pantenella, nel 1991, e da allora ne ha sempre seguito le complicate vicende. Negli ultimi tempi, Sher Khan aveva vissuto nella struttura dell’ex Museo della Carta sulla via Salaria, stabile occupato abusivamente da gruppi di immigrati fino allo sgombero deciso dal comune di Roma il 9 settembre scorso.
Da allora viveva per lo più per strada, anche se appena qualche giorno fa era stato trattenuto al Cie di Ponte Galeria: pur avendo ottenuto lo status di rifugiato politico, infatti, ci aveva vissuto per 15 giorni. “Un evidente errore – dice l’avvocato – e infatti lo hanno fatto uscire ancora prima del nuovo incontro con la commissione che era previsto per il prossimo 14 gennaio”.
fonte: Affaritaliani
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giovedì 19 novembre 2009
Roma: Trasferiti gli afghani di Capitan Bavastro
Il video e l'intervista di Peacereporter
C'era aria di mobilitazione, ieri, nelle fondamenta. Gli afgani di Capitan Bavastro, i giovani profughi che hanno vissuto per molti mesi accampati in tende e baracche, preparavano le valigie. A mezzogiorno sarebbero arrivati i bus della Croce Rossa Italiana (Cri) per il trasferimento al Centro accoglienza richiedenti asilo (Cara) di Castelnuovo di Porto, la grande base logistica che si trova sulla provinciale Tiberina. Ognuno con la valigia o un sacco nero dove raccogliere le loro cose. Coperte, qualche abito, cibo, sapone, pettine. Molti di loro hanno perso il conto di quante volte hanno riempito il borsone delle loro cose per andare altrove, chissà dove. Ai volontari di Medu, i Medici per i diritti umani chiedevano: "Dove ci portano? Quanto è lontano?". Le rassicurazioni ai vari Mohammed, Ibrahim, Wahid: stavano andando in un posto dove ci sarà un tetto, dei letti e dei bagni che possono essere definiti tali. Sorridevano, erano felici. Ma in cuor loro preoccupati: è vero, lasciano un posto che ha strappato loro dignità, riservatezza e igiene, ma vengono allontanati anche da Roma dove tantissimi sono riusciti a infilarsi nel tessuto sociale divenuto loro familiare. Si chiedono, ora, se potranno continuare ad andare alla scuola di italiano e quelli che hanno trovato un lavoro, se riusciranno a raggiungere ogni mattina le botteghe e i cantieri.
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martedì 3 novembre 2009
Adel, “mi negano il ritorno in patria perché non ci sono i soldi”
Adel è un ragazzo tunisino di 30 anni. Cinque anni fa, si è allontanato dalla sua famiglia per raggiungere l’Italia. Dopo tanti sacrifici è riuscito a mettere da parte 8 mila euro per il viaggio sperando che un giorno sarebbe tornato più sereno e soddisfatto nel suo Paese.
Con lo sguardo verso l’Europa, insieme ad altre 80 persone è partito dalle coste tunisine. Affrontare il mar mediterraneo e raggiungere le coste della roccaforte europea è l’unica soluzione possibile per ragazzi e ragazze che non hanno altra scelta. Preferiscono rischiare la morte per raggiungere un paese, visto nei loro sogni, democratico. Un paese dove è nato il diritto dell’uomo che evidentemente non è sancito per tutti. Adel durante il viaggio ha visto la gente morire e sprofondare negli abissi del mar Mediterraneo. Quell’inferno è durato tre lunghissimi giorni. Sbarcato a Pantelleria, provato dal viaggio, è stato curato e assistito dagli operatori umanitari che operano nell’isola.
Ha imparato subito la lingua italiana. Si è svegliato dallo stordimento del sogno europeo ed ha iniziato a capire la realtà. Ha intuito subito che era uno dei tanti mostri da sbattere in prima pagina nonostante non fosse un criminale. Trova lavoro a Milano, si impegna a fare carpentiere. Lavora con dovizia e serietà nonostante non avesse nessuna protezione. Si può scordare le prestazioni di assistenza sociale come i trattamenti di invalidità, infortunio sul lavoro e assegni sociali. Non ha un lavoro regolare e non può avere il permesso di soggiorno. Però lavora, fatica e produce per le imprese Italiane. E’ uno strumento di mercato e serve per porre rimedio alle carenze del Paese, fino a quando serve.
Adel non fa altro che faticare durante tutto il giorno. Nel 2007, arriva la prima randellata: un mandato di espulsione. Ma non intende assolutamente lasciare il paese e soprattutto il suo lavoro. Seppur in nero, era un mestiere che gli permetteva di vivere e soddisfare i suoi bisogni. Poi, sperava sempre in una regolarizzazione. I suoi sogni sono stati spezzati un mese fa. Quando Adel è stato fermato dalle Forze dell’ordine e portato immediatamente in caserma per una verifica delle sue generalità. Non ha il permesso di soggiorno e questo può bastare per essere rinchiuso all’interno del centro di identificazione ed espulsione, o meglio, dentro il centro di detenzione di Corso Brunelleschi a Torino.
Ora è deluso e ingannato Adel. Soffre e non capisce come mai sia in carcere. “Questa è una vera e propria prigione. E non capisco perché sono qui dentro. Ho capito che sono clandestino ma perché tutta questa brutalità verso chi viene, da un paese non occidentale, a lavorare?” mi dice Adel contattato telefonicamente.
E’ un mese che vive in detenzione a Torino e non può far altro che raccontare come un fiume in piena la sua quotidianità. “Qui ci sono anche due bambini di 16 anni. Sono piccolissimi, ma perché fa così l’Italia?” mi dice sconsolato. All’interno del centro manca l’acqua calda ed il riscaldamento è spento nonostante la notte muoiono dal freddo, “nessuno ci aiuta. Non puoi chiedere nulla, le medicine non ci sono ed ora molti hanno l’influenza. Sono malati e non c’è un dottore. Ci sbattono qui dentro, non ci visita nessuno.” Racconta che le medicine vengono usate soltanto in un altro modo: “ci mettono qualcosa all’interno del cibo perchè dopo mangiato mi sento sempre fragile”.
Una ventina di giorni fa Adel ha provato un evasione senza successo: “Cerca di capirmi io qui mi spengo piano piano, come posso sopportare queste ingiustizie? E poi anche se ho provato l’evasione perché tutta quella cattiveria contro di me?”. Le tentate evasioni all’interno dei Cie si pagano a caro prezzo: “Sono stato picchiato e portato 4 giorni in galera. Poi, il giudice ha visto le mie pessime condizioni, ha ascoltato il mio racconto e mi ha rilasciato”. Dopo aver “assaggiato” la prigione per la prima volta, è stato portato di nuovo all’interno del Cie di Corso Brunelleschi. “Mi hanno messo in isolamento. Mi hanno picchiato. Succede a tutti così. Non puoi neanche chiedere qualcosa perché se lo fai, ti portano in isolamento, ti ammazzano di botte e poi ti riportano con gli altri.”
Adel mi racconta che ha avuto il coraggio di denunciare le violenze subite. “Io li ho denunciati, il 20 novembre dovrebbe iniziare il processo contro di loro. Sono 10 giorni che non posso camminare, sono tutto gonfio dalle botte.”
“Qui non è Italia, è Guantanamo, forse anche peggio”. E forse per questo motivo Adel ha chiesto di tornare a casa. Sono quasi 5 anni che vive in Italia ed ora non riesce più ad amare questo paese, vuole tornare in Tunisia, “mi manca mia mamma”. Martedì Adel è stato all’ufficio immigrazione ed ha dichiarato la voglia di tornare. L’ufficio immigrazione non ha accettato la richiesta, gli ha negato il ritorno in patria: “Mi hanno detto che non hanno i soldi per comprarmi il biglietto e per questo motivo non posso tornare a casa. Non so se è una bugia ma io ho due bambini a casa e non ho voglia di scherzare. Neanche in America trattano così gli immigrati. Quì i diritti dell’uomo valgono solo a parole. E’ un casino fratello mio”.
fonte: Periodico Itliano
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lunedì 2 novembre 2009
Cittadini senza diritti. Rapporto Naga 2009. Ingombranti inesistenze
I dati socio-sanitari raccolti quotidianamente dal Naga rappresentano una delle più grandi banche dati esistenti sull'immigrazione irregolare in Italia. Il rapporto, alla sua seconda edizione, analizza i dati raccolti tra il 2000 ed il 2008. Oltre 47.500 utenti per i quali sono state indagate provenienza, genere, età, stato civile e figli, permanenza, istruzione, occupazione, abitazione, e un focus dedicato al lavoro nel Paese di origine e in Italia.
"L'analisi dei dati raccolti dal Naga tra il 2000 e il 2008 permette di sfatare alcuni 'miti' dell'immaginario comune riguardo all'immigrazione irregolare e di mettere in luce alcune tendenze nell'evoluzione della popolazione straniera senza documenti che sarebbe arduo individuare attraverso altre fonti", affermano i ricercatori Carlo Devillanova (Università Bocconi), Francesco Fasani (University College London) e Tommaso Frattini (Università degli Studi di Milano) che hanno curato la ricerca in collaborazione con il Naga. "Complessivamente l'utenza Naga è giovane, istruita e occupata, ma relegata in occupazioni spesso saltuarie e sempre poco qualificate, e soffre di un notevole disagio abitativo" proseguono ricercatori. "Il livello di istruzione e il tasso di occupazione dei cittadini stranieri irregolari è comparabile - e in alcuni casi superiore - a quello degli italiani. Al contrario, le loro condizioni socio-abitative sono assolutamente critiche e lontanissime dagli standard italiani. Negli anni, inoltre, si è evidenziato un notevole allungamento dell'anzianità migratoria dell'utenza Naga, segno della difficoltà nel trovare canali di uscita dalla clandestinità" concludono i ricercatori.
In particolare i seguenti dati risultano particolarmente interessanti:
Il tempo medio di permanenza in Italia è notevolmente aumentato negli ultimi anni: nel 2003 il 53% dei cittadini stranieri incontrati dal Naga era in Italia da meno di un anno, mentre nel 2008, lo erano solo il 25% e il 30% era presente in Italia da quattro o più anni.
Guarda tutto il rapporto su Naga.it
Etichette: rifugiati politici
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sabato 31 ottobre 2009
Giorni di attesa per i 150 afgani accampati alle spalle della Stazione Ostiense
Abbiamo un problema. Quanto è credibile lo Stato Italiano? In otto anni di guerra in Afghanistan abbiamo speso oltre 2,5 miliardi di euro (più o meno due finanziarie), inviato nei diversi avvicendamenti dei contingenti almeno 10 mila soldati, con una presenza fissa adesso di 3 mila e 22 di loro sono rientrati in Italia solo in bare di legno avvolte dal Tricolore. Tutto questo perché, tra i principali obiettivi della missione c’è quello di garantire la sicurezza, una vita quotidiana tranquilla a milioni di afgani. Ma saremo realmente in grado di mettere in salvo 25 milioni di afgani dalla ferocia dei talebani, dai proiettili degli Ak-47, dagli Ied se nel cuore di Roma alle spalle della stazione Ostiense non siamo in grado di proteggere 150 profughi afgani da pioggia, pulci, topi e soprattutto a preservarne la dignità? Su di loro, lunedì, incombe l’ennesimo sgombero.
Via Capitan Bavastro, Roma. Sera. L’aria è bagnata. L’umido entra nelle ossa. Nel piazzale adiacente ai binari della ferrovia ci sono i camper di Medu, i Medici per i diritti umani, che da oltre tre anni si prendono cura e difendono i 150 afgani. Le loro tende, le loro baracche, sono sparpagliate sulla terra in uno sbancamento di terreno a una decina di metri sotto il livello della strada. Alberto, affacciato alla balaustra guarda in basso in quella buca e racconta della sua angoscia. Il 23 ottobre la polizia è arrivata per una “operazione di bonifica ambientale”. Le ruspe hanno portato via l’immondizia accumulata, ma anche i pochi preziosissimi effetti personali: le coperte in cui si rannicchiavano la notte, i medicinali, la documentazione sanitaria. E poi l’ordine di abbandonare le baracche nel termine di dieci giorni. Il termine scade lunedì 2 novembre. È per questo motivo che i volontari di Medu Alberto, Francesa, Maria Rita, Francesco, Marieaud che ha un bambino nato da poco e che dorme tranquillo nel camper, presidiano il campo. Soprattutto nelle ore notturne, quelle più sensibili, quando potrebbe arrivare lo Stato con le luci bianche e il megafono a buttare fuori gli afgani.
Il punto è questo. Medu si è rivolta alle autorità, alle amministrazioni. “Bisogna trovare un posto alternativo per queste persone”. La risposta, in stretto politichese, fa riferimento a progetti, provvedimenti quadro, ordinanze. Ma le uniche volte in cui lo Stato si fa vivo, lo fa in uniforme, lo fa per dare avvertimenti. “Dovete lasciare questo posto”. Ma dove devono andare? Questo, a quanto pare, non è un problema dello Stato. La delega al privato, al cittadino, è diventata prassi per lo Stato. Se non ci fossero “privati” come i volontari di Medu, la comunità di Sant’Egidio e qualcun altro che si preoccupi di portare generi di conforto a queste vittime di una guerra che di certo non hanno deciso loro di combattere, sarebbero abbandonati a loro stessi.
Gli afgani di Capitan Bavastro. Sono per lo più giovani, poco più che adolescenti. Sono di etnia pashtun, hazara, tagika. Hanno affrontato un lungo viaggio per sfuggire alla violenza e alla guerra. Quasi tutti sono arrivati attraverso la Grecia. Molti di loro hanno lasciato le impronte digitali alla polizia greca. Su molti di loro la polizia greca ha lasciato segni di percosse. Sono richiedenti asilo o titolari di permessi di soggiorno per motivi umanitari e come tali hanno, avrebbero, diritto a un’assistenza sociale e sanitaria parificata a quella dei cittadini italiani. Vogliono inserirsi, vogliono lavorare. Vogliono che gli italiani vadano a consumare un tè con loro. Maria Rita e Francesca, nel fine settimana insegnano loro l’italiano. Gli afgani ricambiano: lezioni di aquilone e di panificazione nel piccolo forno che si sono costruiti da soli.
I tempi in cui Sandro Pertini abbracciava il piccolo Mustafà scampato alla guerra in Libano sono molto lontani. Oggi, a Roma, Italia, la questione del decoro urbano ha più dignità del civile dovere dell’accoglienza.
fonte: Peacereporter
Etichette: afghanistan, rifugiati politici, roma
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martedì 20 ottobre 2009
Il dormitorio su una striscia d’asfalto
Milano, un sabato d’inizio ottobre, clima tiepido che spinge le persone a uscire di casa. Più che altro per fare shopping. Corso Buenos Aires è pieno di traffico: lungo il canalone che porta dal centro alla periferia scorre un flusso continuo di auto e di persone, attirate dalle vetrine con la merce in saldo.
Verso sera molti tornano a casa. Alcuni – pochi – vanno verso piazza Oberdan, più per prendere il tram o la metropolitana che per assistere alla quinta Notte bianca della solidarietà. In questa striscia di asfalto pedonale nel centro della città vivono e dormono da più di sei mesi alcuni rifugiati politici provenienti dal Corno d’Africa, in particolare dall’Eritrea.
Cercano così di attirare l’attenzione su una situazione ai limiti del tollerabile. E per questo subiscono intimidazioni e ritorsioni da parte del comune, della polizia e della questura (che ha anche cercato di fargli revocare, senza riuscirci, lo status di rifugiati). Queste persone, tra cui ci sono anche donne e bambini, sono state allontanate a fine aprile da uno stabile abbandonato a Bruzzano, alle porte di Milano. Costrette a lasciare il loro alloggio, obiettivamente fatiscente ma comunque necessario, rivendicano il loro diritto a un’esistenza dignitosa. E per farlo usano la loro presenza fisica in un luogo ben visibile della città.
Paulos, uno dei portavoce dell’iniziativa, mi dice: “Ora siamo in quaranta, ma all’inizio eravamo più di trecento”. Molti hanno trovato rifugio negli edifici vuoti e inutilizzati che costellano Milano. Altri immigrati sono riusciti a “scappare” dall’Italia. Ma i rifugiati non hanno questa possibilità: se non vogliono infrangere la legge sono costretti a rimanere qui. “E qui stiamo morendo”, afferma Paulos.
L’unica alternativa offerta dal comune di Milano è il dormitorio pubblico. “Le famiglie sono separate, i maschi vengono divisi dalle femmine”, continua, “e siamo costretti a entrare alle otto di sera e a uscire alle sette di mattina”. Questa non è una casa. È solo una toppa troppo piccola per il buco da coprire, e li costringe a passare l’intera giornata per strada.
Il comune indifferente
Così, loro in strada preferiscono starci sempre, per manifestare pacificamente contro un’amministrazione comunale cieca, insensibile, avida e avara, non molto diversa dai cittadini che l’hanno eletta. Un’amministrazione comunale che infrange le convenzioni di Ginevra e non investe i finanziamenti che ha ricevuto dall’Unione europea per affrontare il problema dei rifugiati.
Questi soldi non arrivano ai diretti destinatari, che non ricevono quello che gli spetta secondo le leggi internazionali: innanzitutto un alloggio, ma anche corsi di formazione e di lingua, oltre ai ticket per mangiare e per accedere ai trasporti pubblici. “Come dice un proverbio cinese: ‘Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita’”, conclude Paulos. Poi torna in mezzo alla piazza tra i banchetti delle informazioni. Tra poco cominciano la cena e il concerto.
Io, però, devo andare. Per spostarmi prendo la bici, non l’autobus. Il comune di Milano, poco tempo fa, ne aveva inaugurato un nuovo modello, con le sbarre ai finestrini. In questi autobus gli immigrati sprovvisti di documenti venivano caricati ed “esposti” per ore prima di essere trasportati alla centrale dei vigili urbani per gli accertamenti. Moderne galere a cielo aperto, sono stati “dismessi”, solo dopo aver provocato lo sdegno di molte persone (ma l’approvazione di altre). Per dimostrare che Milano non è una città razzista, e che i diritti – anche semplicemente i diritti umani – sono uguali per tutti. Gabriella Kuruvilla
fonte: Internazionale
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giovedì 1 ottobre 2009
Rifugiati afghani: ovunque profughi e non uomini
In via Ostiense si cerca il modo per farsi invisibili. Roma è, per molti dei rifugiati afghani presenti nella capitale, una città difficile da abbandonare. Da anni. Però, pure un posto dove è impossibile rimanere, cioè esistere. La mattina del 15 aprile 2009, per esempio, le tende blu distribuite dai volontari del Medu – Medici per i diritti umani – hanno guidato le forze dell'ordine fino a un accampamento. Lo sgombero immediato è stato intimato poco dopo.
«Sono qui in attesa che la mia richiesta d'asilo venga accolta», dice Samadali e ripetono tutti gli altri, indistintamente. Di giorno li si vede seduti all'uscita della metro, fermata Piramide, Linea B direzione Laurentina, divisi in gruppi di quattro, tra le bottiglie di birra Peroni vuote e fazzoletti usati. Parlano in pashtu (lingua parlata in Afghanistan dal popolo pashtun, ndr) prestando attenzione a qualsiasi presenza estranea. Alcuni sono molto giovani, altri, invece, vecchi, quasi tutti richiedenti asilo. «Vorrei andare in un altro posto ma sono bloccato. Sono stato costretto a chiedere asilo in Grecia, poi, però, sono andato via perché ci stavo male. Non lavoravo. Qui sbrigo qualche faccenda, aiuto un mio amico. Non posso rimanere. Non posso partire. Non voglio riprendere la strada d'Atene. E neanche si potrebbe mai, ora, tornare a Kabul, dove sono nato». La storia è pressoché identica, la testimonianza di uno è la voce di tutti; il racconto è noto: la traversata dell'Iran, la Turchia, il mare e la Grecia, infine l'Italia, dove restano ad aspettare per lungo tempo.
fonte: Cafebabel
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martedì 14 luglio 2009
Onu, accuse alla Marina "Usata forza contro migranti"
Sono stati respinti in Libia con la forza e senza le verifiche necessarie. Sono gli 89 africani, in maggioranza eritrei, tra cui donne e bambini, intercettati 30 miglia a sud di Lampedusa il primo luglio e raccolti dal pattugliatore Orione della Marina Militare per poi essere trasferiti sulle motovedette libiche.
Nei giorni scorsi 82 di quegli immigrati, quasi tutti richiedenti asilo rinchiusi nei centri di detenzione libici, sono stati sentiti dai funzionari dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr), che oggi, da Ginevra, ne rende note le testimonianze.
"Non risulta che le autorità italiane a bordo della nave abbiano cercato di stabilire la nazionalità delle persone coinvolte né tanto meno le motivazioni che le hanno spinte a fuggire dai propri paesi" sostiene l'Unhcr. Eppure si tratta di 76 eritrei, di cui 9 donne e almeno 6 bambini.
In base alle valutazioni dell'agenzia Onu sulla situazione in Eritrea e da quanto dichiarato dalle stesse persone, è chiaro che un buon numero ha bisogno di protezione internazionale. Inoltre, i militari italiani avrebbero "usato la forza" durante il trasferimento sulle motovedette libiche, tanto che sei migranti hanno avuto bisogno di cure mediche.
Anche gli effetti personali, fra i quali documenti importanti, sarebbero stati confiscati durante le operazioni e non più riconsegnati. Sempre in base alle testimonianze, dopo avere trascorso quattro giorni in mare, gli immigrati non avrebbero ricevuto cibo dai militari italiani durante l'operazione di respingimento che è durata circa 12 ore.
Vista la gravità di queste accuse, l'Unhcr ha inviato una lettera formale al governo italiano, chiedendo chiarimenti e il rispetto delle norme internazionali in materia di asilo. "Negli anni passati l'Italia ha salvato migliaia di persone in difficoltà nel Mediterraneo - ricorda l'agenzia Onu - fornendo assistenza e protezione a chi ne aveva bisogno. Dall'inizio di maggio è stata introdotta la nuova politica dei respingimenti e almeno 900 persone sono state respinte verso altri paesi, principalmente la Libia". Pertanto, da Ginevra si torna a esprimere "seria preoccupazione" per l'impatto di questa nuova politica che rischia di impedire l'accesso all'asilo e mina il principio internazionale del non-respingimento.
fonte: Repubblica
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giovedì 21 maggio 2009
I Cie sono lager
Esatto: era proprio quel che in tanti abbiamo cercato di far sapere per anni: i Cie [Centri di identificazione ed espulsione, di permanenza temporanea quando i pudichi Livia Turco e Giorgio Napoletano li crearono] sono dei lager. In quello romano di Ponte Galeria, ad esempio, come raccontano i consiglieri regionali che lo hanno visitato la scorsa settimana [tra loro la nostra Anna Pizzo, che ne scrive su Carta in uscita venerdì], la condizioni di detenzione dei «trattenuti» – è la dizione ufficiale – e l’incertezza sul loro futuro sono tali che prima un algerino vi è morto senza che per una notte, hanno detto i compagni di lager, ci si preoccupasse di dargli le cure necessarie; poi una donna tunisina, che viveva in Italia da trent’anni e che era stata espulsa verso un paese a lei ormai estraneo, si è suicidata.
Alla Asl che ha la competenza territoriale è stato impedito di entrare, perché – ha detto il nuovo direttore ai consiglieri regionali – il posto è «secretato», termine che fa correre un brivido lungo la schiena a chi abbia vissuto la stagione delle stragi, da Ustica a Bologna, ecc. Il direttore è nuovo perché il precedente è stato discretamente rimosso, dopo le due morti nel lager: oltre al resto, correva voce che costui ricoprisse nello stesso momento gli incarichi di medico della Polizia di Stato e di direttore del Centro per conto della Croce rossa, con relativi doppi emolumenti e soprattutto sguazzando in un evidente conflitto di interessi. Dettaglio tipico dello stile berlusconiano, feroce e clownesco.
Il quale appunto, come i socialisti della famosa rubrica di Cuore, ha la faccia come il culo [scusate la parola volgare: Berlusconi intendo]. I Cie dunque sono lager, spericolata affermazione che dovrebbe spingere alle dimissioni il ministro Maroni, non fosse che lo scopo del suo capo è di dire che i lager non devono più essere nel territorio patrio, bensì in Libia, dove evidentemente non saranno più lager, considerata l’umanità con cui le polizie di Gheddafi trattano migranti e rifugiati. Sarebbe abbondantemente documentato il contrario, ossia che i disgraziati subiscono violenze, sevizie, detenzioni inumane, stupri, sfruttamento selvaggio, disprezzo e razzismo [e non lo dice più solo un piccolo giornale tendenzioso e bugiardo come il nostro o il film autoprodotto «Come un uomo sulla terra», ma il Corriere della Sera, la Repubblica, ecc.], eppure c’è chi crede talmente alla «fiction» trasmessa a reti unificate da offrire a Gheddafi la laurea honoris causa in legge. Accade a Sassari, dove il rettore, Maida, si dice su discreta pressione del sardo Pisanu, ha in pratica imposto alla facoltà di legge l’insana decisione, provocando per altro repulsione e ribellione.
Siamo in attesa di ascoltare la «lectio magistralis» con cui il dittatore libico accetterà la laurea. Magari ci spiegherà in che modo il diritto internazionale consenta deportazioni in massa di gruppi di persone la metà delle quali – dice l’Onu – ha il diritto a presentare domanda di asilo. Da quel che dicono Gasparri e Cicchitto non l’abbiamo capito. Ed è per questo, per approfondire, che Carta in edicola da venerdì non si occupa solo di quel che accade in Italia, ma compie una escursione negli Stati uniti, dove i lager, il «reato di clandestinità», i «respingimenti alla frontiera», in generale la colpevolizzazione di intere categorie sociali [prima i cinesi, poi gli italiani, da ultimo i «latinos»] sono esiti di una lunga storia di razzismo differenzialista legalmente stabilito. Con almeno una differenza decisiva, fin qui: quando George W. Bush tentò di imporre un suo «pacchetto sicurezza» in cui l’essere senza documenti diventata reato, così come aiutare, in un ospedale, in una scuola o in una chiesa, gli «undocumented», milioni di «latinos», principalmente messicani, inondarono le strade e impedirono il varo della legge. Bene, nei prossimi giorni a Milano e a Roma si terranno manifestazioni di migranti: speriamo sia l’inizio di una nuova stagione.
fonte: Carta
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martedì 12 maggio 2009
Milano, avviata la procedura di revoca dello status di rifugiato per leader delle proteste
Il cittadino eritreo Paulus Yacob Gabrazat, leader dei circa duecento rifugiati e richiedenti asilo che nei giorni scorsi avevano protestato per la loro condizione in diverse vie e piazze milanesi, ha ricevuto la notifica dell'avvio del procedimento di revoca del suo status di rifugiato politico. Con lui, hanno ricevuto un simile provvedimento anche due cittadini sudanesi e un cittadino etiope.
La vicenda dei rifugiati e dei richiedenti asilo era cominciata quando erano stati fatti sgomberare dal'ex hotel di via Senigallia di Milano. In seguito erano stati ospitati nel dormitorio di via Saponaro, ma dalla fine di aprile, i rifugiati erano costretti a dormire all'aperto, in città, per mancanza di una struttura che li potesse ospitare.
i rifugiati hanno più volte incontrato i rappresentanti delle istituzioni cittadine, nazionali ed europee, ma nessuno è stato in grado di trovare loro una sistemazione.
Per questo, i circa duecento - alcuni in Italia con lo status di rifugiato politico, altri con lo status di rifugiato per motivi umanitari, altri ancora in attesa di incontrare la commissione per il riconoscimento della protezione internazionale - hanno più volte manifestato, sempre pacificamente, per le vie della città.
Oggi, Paulus e altri, hanno ricevuto la comunicazione dell'avvio del procedimento della revoca del loro status di rifugiati. Evidentemente, le loro proteste milanesi, che non hanno risolto il problema delle loro sistemazioni, hanno compiuto il miracolo di rendere la situazione dei loro paesi di origine (Etiopia, Eritrea e Sudan) finalmente tranquilla.
fonte: Peacereporter
Etichette: eritrea, etiopia, milano, rifugiati politici, sudan
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un afgano di 26 anni minaccia buttarsi da 20 metri.
Il ragazzo afghano di 26 anni che minacciava di buttarsi giù dall'Altare della Patria è stato convinto a scendere dal cornicione dove era rimasto per più di due ore dopo un colloquio con il presidente dell'associazione Italia-Afghanistan, Ismaili Corbanali. L'uomo aveva compiuto il gesto perché chiede asilo politico in Italia essendo stato respinto da diversi paesi. Lo aveva spiegato anche ai carabinieri e ai vigili del fuoco che sono accorsi nel pomeriggio e che avevano messo in sicurezza l'intera area e posto teloni in via dei Fori Imperiali.
«Shokur è un afghano di circa 25 anni che richiede asilo politico perché era l'autista di un comandante di una provincia vicino Kabul ed un ex militare ora ricercato dai talebani». È quanto afferma Esmaeli Qorbanali, il presidente dell'associazione Italia Afghanistan. «Tre giorni fa gli hanno incendiato la casa in Afghanistan e moglie e figli sono in mezzo alla strada. Shokur, da un paio di mesi in Italia, è stato trasferito dalla Germania su richiesta italiana per la convenzione di Dublino, ma l'Italia non gli offre la stessa accoglienza della Germania». «È la seconda volta - ha proseguito - che tenta il suicidio, ma le promesse fatte quando minaccia di buttarsi giù non vengono poi mantenute. In Italia divide una stanza con altre persone all'interno di un centro di accoglienza, ma avendo problemi seri dal punto di vista politico vorrebbe che gli venissero riconosciuti i diritti previsti dalla convenzione di Ginevra». Qorbanali ha infine raccontato che «oggi gli hanno promesso che verrà discussa presto la sua richiesta d'asilo; dopo ci auguriamo che il Comune di Roma faccia qualcosa per migliorare l'accoglienza». Intanto il ragazzo è stato accompagnato al centro Astalli, dove verranno effettuati tutti gli accertamenti sanitari. Il giovane ha anche chiesto un biglietto aereo per la Svezia.
fonte: Corriere della Sera
Etichette: afghanistan, rifugiati politici, roma
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giovedì 7 maggio 2009
Migranti respinti in Libia - Italia e Malta si avvitano nelle pratiche di disumanità
I telefoni cominciano a squillare al mattino. Organizzazioni umanitarie presenti a Lampedusa : Medici Senza Frontiere, Save the Children, non parliamo dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati…tutti in fortissimo allarme. Quanto è successo nella notte è gravissimo. Respingimento di 227 persone tra cui donne e minori. Persone disperate, soccorse su tre barconi a sud di Lampedusa. Italia e Malta hanno giocato al solito rimpallo. Poi l’intervento di Guardia Costiera e Guardia di Finanza, il trasferimento dei migranti su tre motovedette che hanno fatto rotta su Tripoli. Respinti. Senza essere prima identificati. Senza verificare in alcun modo se ci fossero casi di richiedenti asilo.
Mai prima d’ora un governo italiano si era macchiato di una così evidente violazione della Convenzione di Ginevra sui diritti umani e del principio di non respingimento che ne è la sua pietra miliare.
Respinti e dirottati su un Paese, la Libia, che non ha aderito alla Convenzione di Ginevra e che non da’ alcuna garanzia che i migranti non siano rimandati nei paesi di origine. Persone forse a rischio di arresto, tortura, morte. Non lo sapremo mai.
Svolta storica, giornata storica, la definisce il ministro Maroni. E rischia davvero di esserlo, di fissare un pericoloso precedente, se la gravità di quanto accaduto non trovasse adeguata denuncia.
Una cosa i giornalisti possono fare: non spegnere i riflettori su questa vicenda. Sottrarsi alla propaganda. Dare voce a tutti, non solo alla politica ma anche a chi si batte per il rispetto dei diritti dell’uomo. Diritto alla vita, alla dignità. Diritto a essere soccorsi, accolti e protetti. Cosucce forse un po’ più importanti delle tante, troppe futili notizie che riempiono giornali e telegiornali.
fonte: Articolo21, ma anche Meltingpot
Etichette: governo, rifugiati politici, stranieri
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martedì 21 aprile 2009
Sgombero a Bruzzano: i migranti ora attendono all'ex ospedale Paolo Pini
Sono circa 200 i migranti senza un tetto per la notte, dopo lo sgombero di questa mattina al residence Leonardo da Vinci del quartiere milanese di Bruzzano. I due gruppi che nel primo pomeriggio si erano incamminati per protesta lungo la Milano-Meda hanno cambiato idea e ora si sono ricongiunti nella sede dell'ex ospedale Paolo Pini.
Al momento i migranti, alcuni dei quali sono riusciti a portare con sè alcuni effetti personali, ma molti altri senza nulla, si trovano al baretto e nei dintorni dell'ex nosocomio, dove attendono di riunirsi in assemblea, per decidere dove cercare un altro rifugio, almeno provvisorio. Le possibili alternative, però, non si sa quali siano. Nessuna notizia per ora anche dalla delegazione che questa mattina si è recata in prefettura, per discutere della situazione dei migranti, molti dei quali sono rifugiati politici in attesa di conoscere l'esito delle loro domande di asilo. "Ce l'aspettavamo" dicono un po' tutti, non sono sorpresi nemmeno delle botte prese durante lo sgombero. "Ci siamo abituati, dopo lo sgombero in via Lecco, quello al Forlanini e poi allo Scalo Romana... Si continua a passare da sistemazioni indecenti e precarie alla strada, passando per le botte e l'indifferenza delle istituzioni".
fonte: Peacereporter
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