perchè questo blog?

L'Italia è diventata da anni paese di immigrazione ma da qualche tempo si registra un crescere di fenomeni di razzismo. Dopo la morte di Abdul, ucciso a Milano il 14 settembre 2008, ho deciso che oltre al mio blog personale avrei provato a tenere traccia di tutti quei fenomeni di razzismo che appaiono sulla stampa nazionale. Spero che presto questo blog diventi inutile...


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mercoledì 8 febbraio 2012

Non gli dà una sigaretta: insulti razzisti e botte. Condannato „Non gli dà una sigaretta: insulti razzisti e botte. Condannato

Non gli dà una sigaretta: insulti razzisti e botte. Condannato „ L'8 marzo 2009 con un amico aggredì e insultò con ingiurie razziste un eritreo di 24 anni, al quale sottrasse anche il cellulare: la colpa dell'eritreo era quella di aver rifiutato una sigaretta ai due. Il tribunale di Bologna ha condannato per ingiurie aggravate da motivazioni razziste l'aggressore - un ragazzo di 26 anni di origine bosniache, incensurato - a 20 giorni di permanenza domiciliare. Previsto dal Tribunale anche un risarcimento del danno morale, fissato nella somma di 5.000 euro, provvisoriamente esecutiva, e la rifusione delle spese di costituzione e difesa della parte civile. Il fatto avvenne attorno alle quattro del mattino in via Fioravanti, nella prima periferia. L' eritreo stava camminando per strada insieme alla moglie, venne avvicinato dai due giovani, l'altro era un italiano di 22 anni con precedenti per lesioni, che è poi stato condannato separatamente con rito abbreviato dal Gup per l'aggressione. Gli chiesero la sigaretta. Davanti al rifiuto, i due aggredirono il giovane che, nella colluttazione, oltre ad essere insultato con frasi razziste, venne 'alleggerito' del cellulare e colpito da un calcio al basso ventre. Intervenne una volante e i due furono arrestati. L'eritreo si fece medicare all'ospedale. L'arresto fu per rapina, lesioni e ingiurie aggravate da motivazioni razziste. „Il tribunale ha deciso per l'assoluzione dalla rapina perché il fatto non sussiste. Secondo i giudici non emerge una prova adeguata di un atto di impossessamento del telefono, perché la violenza era connotata "da semplici intenti provocatori e di spregio razziale". I giudici comunque ammettono che il cellulare almeno per breve tempo è stato nelle mani degli aggressori. Riguardo alle lesioni, il Tribunale ha dichiarato il reato non procedibile per difetto di querela. In realtà il ragazzo, con il suo avvocato Andrea Ronchi, aveva presentato querela. A quanto pare però nel fascicolo non è finita. E l'altro italiano, quello che ha fatto l'abbreviato, è stato condannato anche per lesioni. D'altronde nel processo c'era già un altro 'buco': relativo a trascrizioni che non c'erano nel fascicolo, quelle dell'agente di polizia che intervenne in via Fioravanti e che è dovuto tornate due volte a deporre.“ Fonte: Bologna Today

giovedì 11 novembre 2010

UCCISE UNA 22ENNE ROMENA: 10 ANNI A GIOVANE ITALIANO

Condanna mite, a soli dieci anni e otto mesi (più altri quattro mesi per il porto di coltello), per Francesco Stagnitto, 25 anni, operatore socioassistenziale originario della provincia di Caltanissetta ma residente a Pianoro (Bologna), che un anno fa, il 15 novembre 2009, uccise massacrandola con una decina di coltellate Christina Ionela Tepuru, prostituta romena di 22 e madre di una bambina di due anni, in via delle Serre, zona Borgo Panigale, alla periferia di Bologna. «Una condanna eccessivamente mite» l'ha definita l'avvocato Antonio Bove, che ha assistito i familiari della giovane romena a cui la sentenza ha destinato una provvisionale di 45.000 euro, che - ha spiegato il legale - però rimarrà sulla carta, perchè l'assassino, reo confesso, ha dichiarato di non possedere nulla. «Aspettiamo le motivazioni per capire il perchè di questa condanna eccessivamente mite - ha detto Bove - viste anche le modalità con cui è stata uccisa e visto che aveva un bambina piccola». I familiari della vittima hanno interpellato anche l'ambasciata del loro paese. Il processo davanti al Gup di Bologna Marinella De Simone era con il rito abbreviato, che prevede una riduzione della pena di un terzo.

fonte: Leggo

giovedì 14 ottobre 2010

Indicazioni ospedaliere in arabo, "abuso contro identità"?

Fabio Garagnani del Pdl in un'interrogazione se la prende con l'iniziativa del Policlinico S.Orsola Malpighi di Bologna: “Un vero e proprio abuso ai danni non solo della identità culturale italiana, ma anche di altre etnie che potrebbero sentirsi escluse, costituendo di fatto un precedente pericoloso”.

fonte: Redattore Sociale

sabato 22 maggio 2010

Bologna: immigrata si cuce le labbra contro rifiuto dell’asilo politico

Si cuce con ago e filo le labbra per protestare contro il rigetto della sua richiesta di asilo politico. E’ accaduto giovedì sera nel Centro di identificazione ed espulsione di Bologna dove l’esasperazione per il rifiuto ricevuto ha portato un’immigrata ad un gesto estremo.

La donna, ha reso noto la direzione del Cie, è stata subito soccorsa e trasportata in ospedale dove è anche stata sottoposta a valutazione psichiatrica. Ma è risultato che la donna è nelle piene capacità di intendere e di volere e quindi non è stata accettata in regime di ricovero. Così è stata ricondotta nel Cie dove è assistita da personale medico e dal servizio di sostegno psicologico interno. La donna chiede di parlare con il magistrato e la sua richiesta è stata sottoposta all’ Ufficio immigrazione di Bologna.

La donna, di origine magrebina sui 30 anni, è sempre con la bocca cucita e rifiuta ogni cura fino a quando non riuscirà a parlare con il magistrato. La cucitura consiste comunque in qualche punto e la donna è in grado di parlare e di bere. Ieri sera l’ immigrata è stata trasportata al pronto soccorso dell’ ospedale sant’Orsola ed è stata visitata dai medici e dal servizio psichiatrico.

Ma, dato che è stata dichiarata capace di intendere e di volere e ha continuato a rifiutare ogni cura, i medici non hanno potuto toglierle il filo dalle labbra, perché si sarebbe trattato di una violazione della sua volontà. Così la donna è stata ricondotta al Cie.

“Tutti sono liberi di protestare – ha detto la direttrice del Cie di Bologna, Annamaria Lombardo – ma stiamo cercando di convincerla a intraprendere altre strade, come ad esempio il ricorso rispetto al rigetto della sua domanda di asilo politico”.

fonte: Blizquotidiano

venerdì 16 aprile 2010

Bologna respinge il razzismo e costringe il Comune al dietro-front!

Non serve il permesso di soggiorno per iscriversi ai nidi.
Finalmente si conclude in maniera positiva la vergognosa vicenda della richiesta del permesso di soggiorno per l’iscrizione agli asili nido per i genitori migranti.

Questa vittoria è merito della campagna di dissenso e di pressione che in breve tempo si è sviluppata in città. La reazione di movimenti, cittadini, partiti, sindacati ed istituzioni ha saputo bloccare un provvedimento discriminatorio la cui gravità non era stata colta da chi l’aveva approvato.

E’ la dimostrazione che nessuna legge può essere imposta ed applicata automaticamente quando c’è una collettività che mette in atto una resistenza attiva, che manifesta la propria indignazione producendo dibattito, discussione, mobilitazione.

Da parte nostra abbiamo creduto fino in fondo che questa battaglia per la cancellazione di un requisito stigmatizzante fosse una questione di civiltà contro le leggi che costringono i migranti alla clandestinità forzata, contro il discorso pubblico che troppe volte cerca negli stranieri il capro espiatorio di fronte ad una politica di riduzione dei servizi di welfare.

Abbiamo investito le nostre forze senza riserve per raggiungere questo risultato affinché fosse chiaro che le disposizioni razziste ed i discorsi leghisti non devono avere cittadinanza.

Bologna oggi ha saputo dare un segnale chiaro: le leggi razziste non vanno applicate!

fonte: Meltingpot

martedì 6 aprile 2010

UNA STORIA DI RAZZISMO, MA ANCHE DI SOLIDARIETÀ E SPERANZA

Tarik Ouarif ha 39 anni ed è maghrebino, nato a Casablanca, la più grande e popolosa città del Marocco. Dieci anni fa è venuto in Italia, a Bologna, dove si è sempre impegnato per vivere onestamente, lavorando sodo e inviando i risparmi alla famiglia rimasta in patria. "Me ne sono andato via dal Marocco," ha spiegato allo scrittore-attivista Roberto Malini, "perché non avevo alcuna opportunità di lavoro. A Casablanca vi sono tante industrie e un grande porto, ma a volte il problema dell'occupazione è insormontabile. Nell'area urbana, che comprende una parte consistente del Maghreb, vivono 6 milioni di persone, la maggior parte delle quali sopravvive in povertà fin dagli anni 1990. Così un giorno ho deciso di tentare la via dell'Europa e ho scelto l'Italia, quando non si respirava ancora un'atmosfera così ostile agli stranieri". A causa delle leggi anti-immigrazione che in Italia diventavano sempre più rigide e meno attente ai diritti di chi fugge da paesi in crisi umanitaria, Tarik non è sempre riuscito ad avere una residenza e un lavoro regolare. Senza residenza, senza un lavoro "a libri" e senza permesso di soggiorno (le tre condizioni sono purtroppo interdipendenti), Tarik ha vissuto la difficile condizione del "clandestino", divenuta insopportabile dopo l'approvazione del "pacchetto sicurezza": il razzismo, la necessità di vivere nascosto per evitare le retate della polizia, la terribile ipotesi di finire rinchiuso in un Centro di identificazione ed espulsione, la deportazione. Nonostante questo, si è sempre dato da fare per aiutare i fratelli in difficoltà e per provvedere alla famiglia nel suo paese di origine. Un giorno, in preda alla disperazione, Tarik si è messo in contatto con il Gruppo EveryOne. "Aiutatemi. Vivo in una condizione terribile," ha detto a Roberto Malini. "So cosa accade a chi finisce nei Cie italiani, perché i miei connazionali che hanno vissuto quella spaventosa esperienza me l'hanno descritta tante volte. Il terrore, le botte, gli insulti, l'obbligo ad assumere psicofarmaci che ti trasformano in uno zombie, il cibo immangiabile, l'acqua marrone, le malattie, le umiliazioni. Non posso restare il Italia perché intorno a noi c'è ormai solo odio, ma non posso neanche tornare in Marocco, perché l'italia non ha previsto i rimpatri volontari e se desideriamo tornare a casa, dobbiamo passare per l'inferno dei Cie, anche per sei mesi di detenzione. Chiedete a chi ci è rimasto così a lungo, se non ha pensato al suicidio o se non ha tentato di togliersi la vita. Da voi non se ne parla, ma se le associazioni per i Diritti Umani decidessero di intervistare chi è stato nei Cie italiani, sentirebbe cosa incredibili, allucinanti e forse finalmente si farebbe qualcosa per mettere fine a tutto quell'orrore, che colpisce gente che non ha nessuna colpa, se non quella di essere povera. Tarik, che oggi è al sicuro, era uno dei tanti stranieri che vorrebbero abbandonare l'Italia," afferma Roberto Malini, "ma che non possono farlo perché il nostro paese non ha approntato alcun programma di rimpatrio volontario né di rimpatrio umanitario. Abbiamo incontrato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il sottosegretario al ministro dell'Interno, Alfredo Mantovano, e li abbiamo letteralmente supplicati affinché, come avviene in altri paesi dell'Unione europea, si agevolassero le persone che intendono tornare in patria, consentendo loro il rinnovo dei documenti scaduti e fornendo loro i biglietti per il viaggio. Fini e Mantovano erano perfettamente d'accordo con noi e ritenevano urgente mettere in atto piani di rimpatrio umanitario. Alle parole e alle promesse, tuttavia, non ha fatto seguito nulla di concreto (lo stesso Fini ci fece rilevare come sia oggi difficile ottenere provvedimenti umanitari da parte del governo, se riguardano gli stranieri). I Cie, con il loro orrore xenofobo, fanno comodo alle istituzioni, che mostrano ai cittadini un volto 'cattivo' e, nel clima attuale di odio razziale che imperversa ovunque, consentono ai politici intolleranti di ottenere, mantenere o amplificare i consensi elettorali. Siamo come nel Terzo Reich, dove le folle acclamavano i persecutori e le loro deliranti ideologie razziste. Tormentare un cittadino marocchino in un Cie per sei mesi costa allo stato italiano una media di 18 mila euro, mentre rimpatriarlo in Marocco - con accordi presso il consolato marocchino per i documenti e le compagnie aeree per il volo - non avrebbe alcun costo. La differenza economica e logistica fra le due linee operative è un investimento a favore della propaganda anti-stranieri, che le istituzioni ritengono, politicamente, un buon affare". Il Gruppo EveryOne - come in molti altri casi - si è fatto carico del rimpatrio umanitario di Tarik, rivolgendosi prima al consolato del Marocco, dove - dietro pagamento di una somma che Tarik non avrebbe potuto sostenere - otteneva il rilascio di un foglio di rimpatrio volontario, quindi assumendosi l'onere del viaggio fino a Casablanca, organizzando un percorso studiato per evitare che Tarik potesse cadere nelle mani delle forze dell'ordine e, nonostante il foglio consolare, finire in un Cie. "Le norme sono contraddittorie," spiega Malini. "Per avere il passaporto avremmo dovuto attendere troppo tempo e i rischi di arresto sarebbero aumentati. Molti stranieri sono finiti nei centri-lager nonostante avessero fogli consolari di riimpatrio. Inoltre, abbiamo dovuto spostare Tarik da Bologna, dove la caccia allo straniero è capillare e spietata, ad altra località, più sicura. Senza passaporto, però, era impossibile rimpatriare Tarik con un volo, perché è un documento essenziale per ottenere il biglietto aereo. Così abbiamo dovuto seguire metodologie di viaggio alternative, via terra". Giunto a Casablanca, però, Tarik aveva un'altra amara sorpresa. "Una volta in patria," prosegue Malini, "Tarik è stato convocato in questura. Le leggi marocchine prevedono che chi emigri per vie irregolari - ovvero 'clandestinamente' - sia soggetto una volta tornato in patria a una pena detentiva senza possibile sospensione pari a due mesi. Tarik ci ha chiamati immediatamente, anche perché le carceri del Marocco, pur non raggiungendo le condizioni inumane dei Cie, non sono certo luoghi di villeggiatura e in esse si verificano innumerevoli abusi. Per fortuna, con il pagamento di una sanzione amministrativa, si può estinguere la pena. Il mio gruppo ha immediatamente pagato la multa, consentendo all'uomo di ricominciare un'esistenza a casa sua, partendo da zero ma evitando la persecuzione che colpisce in misura sempre più diffusa e grave i poveri nel mondo, con leggi e provvedimenti che si pongono in antitesi con le costituzioni, gli accordi internazionali e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che - almeno a parole - tutelano l'essere umano che si sposti dal proprio paese in cerca di condizioni di vita più tollerabili".

fonte: IMG PRESS

lunedì 16 novembre 2009

Cliente uccide prostituta a Bologna

Una prostituta rumena di 22 anni è stata uccisa a coltellate a Bologna durante la notte ed è già scattato l'arresto di un cliente italiano, che ha confessato l'omicidio. A raccogliere la donna in via delle Serre, alla periferia ovest della città, una ambulanza del 118. La donna aveva numerose coltellate all'addome e alla schiena ed è morta durante il trasporto all'ospedale Maggiore. Ad avvertire il 118, per mandare un'ambulanza sul posto, ma anche la polizia, è stato un amico della vittima, un bolognese di 60 anni che stava dormendo. Era stato chiamato al telefono dalla donna attorno alle 5. La prostituta gli aveva gridato «aiuto, aiuto, sto male». La ragazza al momento dell'aggressione era vestita ed aveva con sè i documenti, gli oggetti personali ed il portafoglio.

ARRESTATO IL CLIENTE OMICIDA - Non contento della prestazione sessuale ha chiesto i soldi indietro e al rifiuto della ragazza l'ha uccisa. È maturato così l'omicidio di una prostituta romena di 22 anni uccisa a coltellate nella notte tra sabato e domenica in zona Borgo Panigale, alla periferia di Bologna. È stato un cliente occasionale ad ammazzare la donna sposata e madre di un bambino di 2 anni che vive con il resto della famiglia in Romania. Verso le 4 di stamattina, incalzato dalle domande degli inquirenti, Francesco Stagnitto, 24enne incensurato di Mussomeli, in provincia di Caltanissetta, ha confessato. Ha ammesso di avere ucciso la donna al culmine di una lite. L'omicida verso la mezzanotte di sabato ha riaccompagnato la fidanzata nella sua abitazione di Loiano, sull'appennino bolognese.

fonte: Corriere della Sera

martedì 27 ottobre 2009

Giovani bolognesi fanno un incidente ma accusano i filippini

Questa è la storia di una bravata nascosta da una bugia intinta nel pregiudizio. Giovedì sera un gruppo di adolescenti, con la leggerezza dell´età, decidono di divertirsi con quello che il codice della strada definisce burocraticamente un «quadriciclo a motore» volgarmente chiamato «macchinino», vale a dire un motorino con la carrozzeria che si può guidare a 14 anni. In sette salgono e scorrazzano in direzione della Capannina, ma il gioco finisce male. Il «macchinino» si capotta e tre si fanno male. I feriti, più un altro compagno d´avventura, scendono verso lo Chalet dei Margherita e si lavano il sangue che cola dai tagli, ma l´acqua non basta. Così decidono di recarsi al pronto soccorso del Sant´Orsola. Cos´è successo? «Ci hanno aggrediti i filippini» è la risposta che copre la ragazzata. E qui sta la parte veramente antipatica di una storia che, di per sé, sarebbe archiviabile tra le intemperanze giovanili. I filippini diventano il facile bersaglio delle loro accuse in quanto stranieri, con la pelle scura e pertanto già sub judice.

Stranieri e pertanto già con addosso l´aura dei mezzi criminali. Copione tristemente noto nel campionario dei pregiudizi, che tuttavia ha retto solo per un paio di giorni. La ricostruzione dei tre feriti è stata contraddetta dagli altri compagni di bravata coi quali non era stata concordata. A partire dalla proprietaria del "macchinino" che a papà e mamma ha raccontato la verità, e cioè di aver avuto un incidente. Del resto, come avrebbe potuto nascondere le ammaccature alla carrozzeria? Incidente? Ma quindi quei tagli ve li siete fatti in quel momento? Alla fine è arrivata l´ammissione.

fonte: Repubblica

sabato 3 ottobre 2009

Cori razzisti contro Gueye: i tifosi della Fortitudo solidarizzano con il giocatore della Tezenis

"Solidarizziamo quindi con Gueye - dicono i tifosi della Fossa - nel caso si sia sentito apostrofare realmente con epiteti razzisti, stigmatizziamo però anche il comunicato della Fip perché fa passare tutto il pubblico Fortitudo come razzista".

"Indicando come motivazione della multa dei cori - specifica la Fossa - è ovvio che la mente di chi viene a sapere la notizia vada direttamente ad individuare i responsabili nei componenti del Gruppo Ultras della squadra di casa. Questo è assolutamente errato e fuorviante, come Fossa dei Leoni abbiamo sempre combattuto il razzismo e chi praticava simili versi o frasi in mezzo a noi.

Dalla curva gli ululati razzisti non sono certo partiti; di sicuro al PalaDozza qualcuno che ritiene giusto offendere un uomo per il colore della sua pelle ci sarà, ma riteniamo la cosa assolutamente minoritaria e sporadica, e comunque, come abbiamo sempre fatto nella pratica, condanniamo senza mezzi termini chi pratica il razzismo anche solo come sfogo contro un giocatore perché sta facendo vedere i sorci verdi alla nostra squadra"

fonte: TgVerona

giovedì 24 settembre 2009

aggredi' studente messicano, condannato autista bus

Autista Atc condannato dal Gup di Bologna dopo che era stato accusato da uno studente messicano, di averlo picchiato e insultato, anche con epiteti razzisti. Il fatto avvenne nel 2007 a bordo della linea 96 che da Pianoro, in provincia, arriva nel centro storico del capoluogo emiliano. Il Giudice ha condannato con l'abbreviato l'autista a sei mesi per lesioni, ingiurie e minacce con l'aggravante della discriminazione razziale prevista dalla legge Mancino, ma lo ha assolto dall'accusa di abuso di ufficio.

fonte: ANSA

mercoledì 25 febbraio 2009

Avances sessuali e minacce a romena Condannato imprenditore edile

Un uomo e una donna sfruttati per due anni da un imprenditore edile senza scrupoli, che li teneva in scacco con la minaccia di rimandarli in Romania. A lui faceva fare il muratore, a lei la donna delle pulizie, senza risparmiarle ripetute avances sessuali. E’ la storia di una coppia di cittadini rumeni, entrambi 49enni, arrivati a Bologna nel 2004, quando ancora la Romania non aveva aderito all’Unione europea: ieri, il loro sfruttatore e’ stato condannato, in rito abbreviato, a cinque anni e quattro mesi di carcere per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, violenza sessuale e violenza privata.

Si tratta di un piccolo imprenditore edile di Bologna, F.T., di 50 anni. Ai due rumeni sfruttati arrivera’ una provvisionale di 35.000 euro. Nell’ambito della stessa vicenda, una donna, che lo aiuto’ a ricattare il rumeno quando si era fatto male cadendo da un’impalcatura e lo ha convinto a mentire ai medici, e’ stata rinviata a giudizio con l’accusa di violenza privata.

Quando l’uomo non era in casa, F.T. si presentava nello scantinato, oppure la raggiungeva sul posto di lavoro per tentare con lei un approccio. Piu’ volte allungo’ le mani, cerco’ di spogliarla e in un’occasione la spinse anche sul letto; col passare del tempo, le offri’ anche del denaro in cambio di un rapporto sessuale proponedole pure di andare in albergo. Ma la donna rifiuto’ sempre categoricamente qualunque offerta e resistette alle sue minacce. F.T. infatti le diceva: “Siete clandestini, se non stai con me perdete il lavoro e vi faccio cacciare”. Nella primavera del 2004, il compagno della donna ebbe un infortunio: si fece una profonda ferita alla testa cadendo da un’impalcatura di due metri. E’ qui che entra in gioco l’altra donna rinviata a giudizio dal gup De Simone: contabile dell’impresa edile ma all’epoca anche infermiera all’ospedale Sant’Orsola (si licenzio’ due mesi dopo), raggiunse il rumeno al Pronto soccorso e lo convinse a non raccontare a mentire ai medici.

La donna disse cosi’ al rumeno: “Se dici che sei caduto dall’impalcatura perdi il lavoro, il denaro e vieni espulso. Se dici che e’ stato una caduta casuale, F.T. ti paga cure e medicine”. Il rumeno si convinse e disse al medico di essere caduto in bicicletta, insistendo con questa versione anche di fronte ai dubbi dei camici bianchi. Una volta uscito dall’ospedale torno’ a lavorare praticamente il giorno dopo e di soldi per le medicine non ne vide mai. La donna, nel frattempo, era stata costretta ad abbandonare la cantina perche’ F.T. non voleva piu’ che ci abitasse. Per diverse notti dovette dormire in un parco pubblico.

fonte: Il Resto del Carlino

giovedì 5 febbraio 2009

Bologna: molotov contro un negozio gestito da un egiziano

Due settimane fa svastiche e frasi razziste sulla serranda, la scorsa notte una molotov lanciata da una finestra dentro il bagno. E' finito di nuovo nel mirino il bar 'Toni' di via Baldini, alla periferia di Bologna, gestito da poco piu' di un mese da un egiziano di 52 anni. Una bottiglia in plastica da un litro, riempita probabilmente di benzina o gasolio, e' stata lanciata nel bagno attraverso una finestra lasciata semiaperta: ha preso fuoco e annerito le pareti interne del locale e il muro esterno dell'edificio. Indaga la polizia.

fonte: Ansa

domenica 18 gennaio 2009

Svastiche e la scritta "Vai Via" su negozi musulmani alla Barca

Non li vogliono. E che sono "ospiti sgraditi", che devono andarsene dall´Italia, sono andati a scriverlo sulle serrande dei loro negozi. Nei giorni delle polemiche per la preghiera islamica davanti a San Petronio, e mentre il centrodestra esulta per decisione della Questura di vietare il centro storico alla preghiera ad Allah e alla manifestazione del 24 gennaio per la pace a Gaza, una mano di vernice armata dall´intolleranza e dal razzismo colpisce due negozi gestiti da egiziani al quartiere Barca: croci celtiche, svastiche e le scritte «Vai via» sono state tracciate tre notti fa con la vernice azzurra sulle saracinesche di una macelleria islamica in via Tommaseo e di un bar in via Baldini, sotto il portico del "Treno". Un gesto di intolleranza che il procuratore reggente, Silverio Piro, certamente non sottovaluta. «Sono molto preoccupato per questa insofferenza».

Non sono poche le botteghe gestite da immigrati in questo spicchio di città, quartierone popolare dove quarant´anni fa approdava chi veniva a cercar lavoro dal meridione. Ma chi ha tracciato svastiche e scritte minacciose ha voluto colpire proprio quelle gestite da islamici, per giunta aperte di recente: la macelleria è stata inaugurata sei mesi fa, il bar ha cambiato gestione il 24 dicembre. Un segnale. Un avvertimento. I titolari hanno subito chiamato la polizia. E la Digos ha consegnato un´informativa alla Procura: il fascicolo che ipotizza il deturpamento con l´aggravante delle finalità di discriminazione o odio etnico, razziale o religioso è stato affidato al pm Valter Giovannini, del pool antiterrorismo. Scritte razziste, insomma. E i negozianti temono per la loro sicurezza. Dice Attia, titolare della macelleria, dove campeggiano i quadretti dorati che raffigurano la Mecca coi versetti del Corano: «Certo che ho paura. Adesso mi hanno fatto questo, ma temo che qualcuno di notte possa venire a bruciarmi il negozio e possa fare del male ai miei quattro figli. Mai successo niente del genere: sono in Italia da 17 anni e nessuno mi ha mai fatto sentire "straniero".

fonte: La Repubblica

martedì 28 ottobre 2008

Controllore razzista a Bologna

Bologna, 24 ottobre: sospeso un controllore razzista dell’Atc. Mentre stava verificando i biglietti, il controllore (numero di matricola 09043) ha iniziato col dire «adesso vi liberiamo di un po’ di puzza»; poi rivolto ad una coppia rom con un bambino ha detto: «tu sacco di pulci o cacci il biglietto oppure vieni in questura» e alla donna «ma stai zitta tu e vai a farti una doccia» e ancora «vieni adesso ti dico anche dove abito così quando vieni a casa ti punto la doppietta che ho nel cassetto, vieni con i tuoi amici che ho i cani che hanno fame...». Un uomo si è ribellato e una signora è intervenuta e ha preso le difese delle persone insultate denunciando l’episodio razzista.

fonte: assembleaatifascistabologna e prodigit

giovedì 23 ottobre 2008

Ancora razzismo: prima le minacce poi gli attentati

Solidarietà ai migranti i cui negozi sono stati bruciati ieri a Bologna. Dopo i volantini di minaccia, i razzisti bolognesi mostrano di voler aprire un’infame guerra allo “straniero”. Crediamo che ciò non riguardi solo gli immigrati, ma tutti noi. È compito di noi tutti respingere ogni giorno la violenza crescente contro i “diversi”, gli “indisciplinati”, gli “indecorosi”, una violenza promossa dalle retoriche sulla “sicurezza” e praticata sia dalle istituzioni che da privati “cittadini”, con atti sempre più vergognosi. Fuori i razzisti dalla storia!

fonte: assemblea antifascita bologna

e fonte: zic