Il video e l'intervista di Peacereporter
C'era aria di mobilitazione, ieri, nelle fondamenta. Gli afgani di Capitan Bavastro, i giovani profughi che hanno vissuto per molti mesi accampati in tende e baracche, preparavano le valigie. A mezzogiorno sarebbero arrivati i bus della Croce Rossa Italiana (Cri) per il trasferimento al Centro accoglienza richiedenti asilo (Cara) di Castelnuovo di Porto, la grande base logistica che si trova sulla provinciale Tiberina. Ognuno con la valigia o un sacco nero dove raccogliere le loro cose. Coperte, qualche abito, cibo, sapone, pettine. Molti di loro hanno perso il conto di quante volte hanno riempito il borsone delle loro cose per andare altrove, chissà dove. Ai volontari di Medu, i Medici per i diritti umani chiedevano: "Dove ci portano? Quanto è lontano?". Le rassicurazioni ai vari Mohammed, Ibrahim, Wahid: stavano andando in un posto dove ci sarà un tetto, dei letti e dei bagni che possono essere definiti tali. Sorridevano, erano felici. Ma in cuor loro preoccupati: è vero, lasciano un posto che ha strappato loro dignità, riservatezza e igiene, ma vengono allontanati anche da Roma dove tantissimi sono riusciti a infilarsi nel tessuto sociale divenuto loro familiare. Si chiedono, ora, se potranno continuare ad andare alla scuola di italiano e quelli che hanno trovato un lavoro, se riusciranno a raggiungere ogni mattina le botteghe e i cantieri.
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giovedì 19 novembre 2009
Roma: Trasferiti gli afghani di Capitan Bavastro
Etichette: afghanistan, rifugiati politici, roma, sgombero
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lunedì 2 novembre 2009
69 clandestini afghani e iracheni stipati in un tir turco
Sessantanove clandestini di varie etnie, tra cui afghani, iracheni, iraniani, indiani e birmani, sono stati scoperti dalla polizia di frontiera del porto di Bari nascosti all'interno di un camion con targa turca. Gli immigrati sono stati scoperti durante un servizio di controllo scattato dopo alcune segnalazioni anonime riguardanti il possibile arrivo in massa di clandestini. Nel corso dei controlli a scansione radiogena, uno dei camion in attesa delle verifiche è stato abbandonato dal suo autista in una zona buia retrostante il muro paraonde del molo Foraneo. Approfittando dell'oscurità, l'autista si è dileguato. Contestualmente, gli operatori hanno notato che dal camion sono scesi diversi individui, immediatamente bloccati mentre tentavano di fuggire. I clandestini sono stati affidati tutti al comandante della motonave, per la riammissione nello Stato di provenienza; il camion e la documentazione sono stati sequestrati.
Centinaia di clandestini approdano ogni me se al porto di Bari e da qui sperano di trovare un ponte sicuro verso al tre mete. Gruppi di immigrati, per la maggior parte uomini, rischia no la vita, nascondendosi sotto i tir o tra le merci che trasportano i camion in partenza da Bari pur di inseguire il sogno di una vita mi gliore. Ma scelgono mezzi diversi dal passato. Da quando cioè si am massavano a bordo dei gommoni provenienti dall’Albania - è ancora viva l’immagine dell’invasione nel ’91 - e sbarcavano sulla costa bare se. Sono cambiate le modalità de gli ingressi, ma la storia rimane la stessa. Gli arrivi non si arrestano. Basti pensare che da fine giugno a settembre sono stati re spinti dal porto di Bari quasi 500 clandestini. Questo è il numero di quelli identificati. Molti immigrati provenienti da Afgha nistan, Sudan e Iran, vengono respinti dalla Puglia verso la Gre cia e di qui rimandati in patria.
Molti di loro per nascondersi perdono anche la vita. L’ultimo episodio di cronaca, il 20 agosto scorso, ha visto morire a Fasano un giovane immigrato salito a bordo di un camion all'insaputa del conducente. Il giovane che si era arrampicato sotto il mezzo è caduto sull’asfalto perdendo la vita, mentre il camionista probabilmente all’oscuro dell’accaduto ha proseguito la corsa. L’incidente mortale ha consentito poi alle forze dell’ordine di scovare altri 17 clandestini stipati in un altro tir che viaggiava sulla statale 16 in direzione Fasano.
fonte: Corriere del Mezzogiorno
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sabato 31 ottobre 2009
Giorni di attesa per i 150 afgani accampati alle spalle della Stazione Ostiense
Abbiamo un problema. Quanto è credibile lo Stato Italiano? In otto anni di guerra in Afghanistan abbiamo speso oltre 2,5 miliardi di euro (più o meno due finanziarie), inviato nei diversi avvicendamenti dei contingenti almeno 10 mila soldati, con una presenza fissa adesso di 3 mila e 22 di loro sono rientrati in Italia solo in bare di legno avvolte dal Tricolore. Tutto questo perché, tra i principali obiettivi della missione c’è quello di garantire la sicurezza, una vita quotidiana tranquilla a milioni di afgani. Ma saremo realmente in grado di mettere in salvo 25 milioni di afgani dalla ferocia dei talebani, dai proiettili degli Ak-47, dagli Ied se nel cuore di Roma alle spalle della stazione Ostiense non siamo in grado di proteggere 150 profughi afgani da pioggia, pulci, topi e soprattutto a preservarne la dignità? Su di loro, lunedì, incombe l’ennesimo sgombero.
Via Capitan Bavastro, Roma. Sera. L’aria è bagnata. L’umido entra nelle ossa. Nel piazzale adiacente ai binari della ferrovia ci sono i camper di Medu, i Medici per i diritti umani, che da oltre tre anni si prendono cura e difendono i 150 afgani. Le loro tende, le loro baracche, sono sparpagliate sulla terra in uno sbancamento di terreno a una decina di metri sotto il livello della strada. Alberto, affacciato alla balaustra guarda in basso in quella buca e racconta della sua angoscia. Il 23 ottobre la polizia è arrivata per una “operazione di bonifica ambientale”. Le ruspe hanno portato via l’immondizia accumulata, ma anche i pochi preziosissimi effetti personali: le coperte in cui si rannicchiavano la notte, i medicinali, la documentazione sanitaria. E poi l’ordine di abbandonare le baracche nel termine di dieci giorni. Il termine scade lunedì 2 novembre. È per questo motivo che i volontari di Medu Alberto, Francesa, Maria Rita, Francesco, Marieaud che ha un bambino nato da poco e che dorme tranquillo nel camper, presidiano il campo. Soprattutto nelle ore notturne, quelle più sensibili, quando potrebbe arrivare lo Stato con le luci bianche e il megafono a buttare fuori gli afgani.
Il punto è questo. Medu si è rivolta alle autorità, alle amministrazioni. “Bisogna trovare un posto alternativo per queste persone”. La risposta, in stretto politichese, fa riferimento a progetti, provvedimenti quadro, ordinanze. Ma le uniche volte in cui lo Stato si fa vivo, lo fa in uniforme, lo fa per dare avvertimenti. “Dovete lasciare questo posto”. Ma dove devono andare? Questo, a quanto pare, non è un problema dello Stato. La delega al privato, al cittadino, è diventata prassi per lo Stato. Se non ci fossero “privati” come i volontari di Medu, la comunità di Sant’Egidio e qualcun altro che si preoccupi di portare generi di conforto a queste vittime di una guerra che di certo non hanno deciso loro di combattere, sarebbero abbandonati a loro stessi.
Gli afgani di Capitan Bavastro. Sono per lo più giovani, poco più che adolescenti. Sono di etnia pashtun, hazara, tagika. Hanno affrontato un lungo viaggio per sfuggire alla violenza e alla guerra. Quasi tutti sono arrivati attraverso la Grecia. Molti di loro hanno lasciato le impronte digitali alla polizia greca. Su molti di loro la polizia greca ha lasciato segni di percosse. Sono richiedenti asilo o titolari di permessi di soggiorno per motivi umanitari e come tali hanno, avrebbero, diritto a un’assistenza sociale e sanitaria parificata a quella dei cittadini italiani. Vogliono inserirsi, vogliono lavorare. Vogliono che gli italiani vadano a consumare un tè con loro. Maria Rita e Francesca, nel fine settimana insegnano loro l’italiano. Gli afgani ricambiano: lezioni di aquilone e di panificazione nel piccolo forno che si sono costruiti da soli.
I tempi in cui Sandro Pertini abbracciava il piccolo Mustafà scampato alla guerra in Libano sono molto lontani. Oggi, a Roma, Italia, la questione del decoro urbano ha più dignità del civile dovere dell’accoglienza.
fonte: Peacereporter
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giovedì 1 ottobre 2009
Rifugiati afghani: ovunque profughi e non uomini
In via Ostiense si cerca il modo per farsi invisibili. Roma è, per molti dei rifugiati afghani presenti nella capitale, una città difficile da abbandonare. Da anni. Però, pure un posto dove è impossibile rimanere, cioè esistere. La mattina del 15 aprile 2009, per esempio, le tende blu distribuite dai volontari del Medu – Medici per i diritti umani – hanno guidato le forze dell'ordine fino a un accampamento. Lo sgombero immediato è stato intimato poco dopo.
«Sono qui in attesa che la mia richiesta d'asilo venga accolta», dice Samadali e ripetono tutti gli altri, indistintamente. Di giorno li si vede seduti all'uscita della metro, fermata Piramide, Linea B direzione Laurentina, divisi in gruppi di quattro, tra le bottiglie di birra Peroni vuote e fazzoletti usati. Parlano in pashtu (lingua parlata in Afghanistan dal popolo pashtun, ndr) prestando attenzione a qualsiasi presenza estranea. Alcuni sono molto giovani, altri, invece, vecchi, quasi tutti richiedenti asilo. «Vorrei andare in un altro posto ma sono bloccato. Sono stato costretto a chiedere asilo in Grecia, poi, però, sono andato via perché ci stavo male. Non lavoravo. Qui sbrigo qualche faccenda, aiuto un mio amico. Non posso rimanere. Non posso partire. Non voglio riprendere la strada d'Atene. E neanche si potrebbe mai, ora, tornare a Kabul, dove sono nato». La storia è pressoché identica, la testimonianza di uno è la voce di tutti; il racconto è noto: la traversata dell'Iran, la Turchia, il mare e la Grecia, infine l'Italia, dove restano ad aspettare per lungo tempo.
fonte: Cafebabel
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martedì 12 maggio 2009
un afgano di 26 anni minaccia buttarsi da 20 metri.
Il ragazzo afghano di 26 anni che minacciava di buttarsi giù dall'Altare della Patria è stato convinto a scendere dal cornicione dove era rimasto per più di due ore dopo un colloquio con il presidente dell'associazione Italia-Afghanistan, Ismaili Corbanali. L'uomo aveva compiuto il gesto perché chiede asilo politico in Italia essendo stato respinto da diversi paesi. Lo aveva spiegato anche ai carabinieri e ai vigili del fuoco che sono accorsi nel pomeriggio e che avevano messo in sicurezza l'intera area e posto teloni in via dei Fori Imperiali.
«Shokur è un afghano di circa 25 anni che richiede asilo politico perché era l'autista di un comandante di una provincia vicino Kabul ed un ex militare ora ricercato dai talebani». È quanto afferma Esmaeli Qorbanali, il presidente dell'associazione Italia Afghanistan. «Tre giorni fa gli hanno incendiato la casa in Afghanistan e moglie e figli sono in mezzo alla strada. Shokur, da un paio di mesi in Italia, è stato trasferito dalla Germania su richiesta italiana per la convenzione di Dublino, ma l'Italia non gli offre la stessa accoglienza della Germania». «È la seconda volta - ha proseguito - che tenta il suicidio, ma le promesse fatte quando minaccia di buttarsi giù non vengono poi mantenute. In Italia divide una stanza con altre persone all'interno di un centro di accoglienza, ma avendo problemi seri dal punto di vista politico vorrebbe che gli venissero riconosciuti i diritti previsti dalla convenzione di Ginevra». Qorbanali ha infine raccontato che «oggi gli hanno promesso che verrà discussa presto la sua richiesta d'asilo; dopo ci auguriamo che il Comune di Roma faccia qualcosa per migliorare l'accoglienza». Intanto il ragazzo è stato accompagnato al centro Astalli, dove verranno effettuati tutti gli accertamenti sanitari. Il giovane ha anche chiesto un biglietto aereo per la Svezia.
fonte: Corriere della Sera
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domenica 5 aprile 2009
Bimbi afgani dormivano nei tombini
«Un gruppo di ragazzi dormiva nei tombini presso la stazione Ostiense: l´ho letto sui giornali. È un fatto molto grave. Molto impressionante». Se n´è accorto sfogliando i quotidiani, il sindaco Alemanno, guardando le immagini di degrado assoluto registrate dalle telecamere di Sat2000.
E ha subito annunciato: «Ho dato incarico all´assessore alle Politiche sociali, Sveva Belviso, e al comandante della Polizia municipale, Angelo Giuliani, di svolgere un´approfondita indagine: soprattutto per scongiurare il rischio che simili episodi possano ripetersi. Anche se», ha proseguito il sindaco, «l´assessorato ai Servizi sociali aveva denunciato da tempo al ministero dell´Interno grandi difficoltà nella gestione dei flussi migratori con arrivi incontrollati direttamente nel cuore della nostra città».
Immediate le reazioni, mentre la Polfer precisa: «Nessun bambino dormiva nei tombini. Al massimo venivamo utilizzati come ripostigli». Dopo un viaggio infernale. Al costo di diecimila euro.
«La situazione di degrado di piazzale dei Partigiani era da tempo nota al Campidoglio, anche perché ampiamente documentata dai giornali e denunciata dagli abitanti», ha detto il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo, segretario della Commissione Affari Europei. Sull´argomento è intervenuto anche il consigliere comunale Pd Paolo Masini: «Ma dove vive il sindaco?» ha detto. «Verrebbe da dire buongiorno Alemanno: ma vorremmo ricordargli che il sindaco è lui. Questo è il risultato della scarsa attenzione alla rete di servizi di assistenza sociale di Roma». Una città dove i disperati affollano il terminal Ostiense stipati tra i marciapiedi e le grate dei tombini. Così tanti da dividersi questi spazi in base a una gerarchia. Indiani e pachistani dietro la cancellata. Iraniani e afgani nei tombini.
L´assessore Belviso è andata a trovare i ragazzini afgani ospitati al centro di accoglienza di via Placido Zurla, nel quartiere Casilino. «Sono a Roma da cinque giorni e hanno dormito sulle panchine, non nei tombini» ha detto dopo averli incontrati. «Sono stati proprio loro a raccontarlo. Anzi, non riuscivano nemmeno a capire cosa stessimo chiedendo». E tra l´altro «non avrebbero potuto neppure entrare lì dentro. Fisicamente sono grandi». E spiega che chi ha organizzato il viaggio dei bambini, ha indicato loro, come un luogo in cui trovare riparo e anche cibo grazie alla Caritas, proprio la stazione Ostiense.
fonte: Repubblica
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mercoledì 1 aprile 2009
Il viaggio di un 16enne afghano dalla Grecia all'Italia sotto un pullman
E' rimasto per 24 ore nascosto all'interno del vano della ruota di scorta
TORINO - Un 16enne afghano è arrivato dalla Grecia all'Italia, per la precisione fino in provincia di Torino, nascosto nel vano della ruota di scorta di un pullman. È il viaggio della disperazione di un giovane profugo, giunto a Chieri sull'autobus che riportava a casa una scolaresca in gita scolastica. «È saltato fuori mentre scaricavamo le valigie - racconta Luigi Menini, il titolare della ditta di trasporti a cui appartiene il pullman - e ho subito chiamato carabinieri e Croce Rossa». Indolenzito e privo di forze, il giovane è stato portato al pronto soccorso, dove gli sono state somministrate due flebo.
24 ORE SOTTO IL PULLMAN - «Quando l'ho visto - riprende Menini - non riuscivo a credere ai miei occhi. Quel giovane è rimasto nascosto in quel vano angusto per più di 24 ore». E non era solo: un altro ragazzo, probabilmente connazionale, è saltato fuori da un altro pullman (in totale erano tre) che riportava a casa la scolaresca dalla Grecia. «Il mio autista ha subito avvisato la polizia stradale - dice Menini - mai avremmo immaginato che ci fosse un altro clandestino».
fonte: Il Corriere della Sera
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martedì 31 marzo 2009
Alidad, a 12 anni in fuga dai talebani Ma l'Italia l'ha respinto: «Fuori!»
Il padre è stato assassinato, lui ha viaggiato per tre anni In Italia era arrivato a bordo di un Tir
Alidad Rahimi, 12 anni, afghano, respinto poche ore dopo essere sbarcato ad Ancona
Non l'hanno mica chiesto al piccolo Alidad, perché fosse scappato dal Paese degli aquiloni e dell'orrore. Avrebbero saputo che suo papà era stato assassinato dai talebani, che a 9 anni era scappato con la mamma e i fratellini in Iran, che aveva impiegato mesi e mesi per arrivare clandestinamente lì al porto di Ancona e insomma aveva diritto a essere accolto. Come rifugiato politico e come bambino. Ma non gliel'hanno chiesto. Come non lo chiedono ogni giorno a decine e decine di altri. L'hanno caricato su una nave e spedito via: fuori! A dodici anni.
Eppure le leggi italiane e quelle europee, come sarà ribadito oggi in un convegno a Venezia con Massimo Cacciari, Gino Strada, i rappresentanti di Amnesty International e altre organizzazioni umanitarie, sarebbero chiarissime: non si possono respingere alla frontiera tutti quelli che arrivano così, all'ingrosso. Certo, il questore (anche senza il via libera del magistrato, secondo l'interpretazione più dura) può decidere il «respingimento con accompagnamento alla frontiera nei confronti degli stranieri che sottraendosi ai controlli di frontiera, sono fermati all'ingresso o subito dopo», ma con eccezioni. Le regole «non si applicano nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l'asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l'adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari». Ovvio: non si possono ributtare le vittime in pasto ai carnefici. Così come la Francia, per fare un solo esempio tratto dalla storia nostra, non riconsegnò il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, agli assassini fascisti di Giacomo Matteotti.
Sui minori, poi, l'articolo 19 del Decreto legislativo 28 gennaio 2008, che neppure la destra al governo ha toccato (anche per rispettare la convenzione di New York sui diritti del fanciullo) è netto. Punto primo: «Al minore non accompagnato che ha espresso la volontà di chiedere la protezione internazionale è fornita la necessaria assistenza per la presentazione della domanda. Allo stesso è garantita l'assistenza del tutore in ogni fase della procedura per l'esame della domanda...». Punto secondo: «Se sussistono dubbi in ordine all'età, il minore non accompagnato può, in ogni fase della procedura, essere sottoposto, previo consenso del minore stesso o del suo rappresentante legale, ad accertamenti medico-sanitari non invasivi al fine di accertarne l'età». Punto terzo: «Il minore deve essere informato della possibilità che la sua età può essere determinata attraverso visita medica, sul tipo di visita e sulle conseguenze della visita ai fini dell'esame della domanda. Il rifiuto, da parte del minore, di sottoporsi alla visita medica, non costituisce motivo di impedimento all'accoglimento della domanda, né all'adozione della decisione».
E allora, chiede l'avvocato Alessandra Ballerini che con un gruppo di altri legali ha preparato un esposto alla Corte Europea dei diritti dell'uomo, come può l'Italia ignorare nei fatti, nei porti di Ancona, Bari, Brindisi o Venezia, quanto riconosce sulla carta? Come si possono respingere le persone caricandole sbrigativamente sulle navi, dalle quali sono sbarcati appesi sotto i Tir o assiderati nelle celle frigorifere, senza controllare neppure se sono in fuga da dittatori sanguinari? Come si possono buttar fuori uomini, donne, bambini senza neppure farli parlare con un interprete o un avvocato, così come dicono ad esempio decine e decine di testimonianze raccolte da giornalisti e operatori sociali quali Alessandra Sciurba, tra i disperati accampati nella baraccopoli di Patrasso? Risposta standard: mica li rimandiamo in Afghanistan o in Iraq, li rimandiamo in Grecia da dove erano venuti. Vero, in astratto. In realtà, spiega la denuncia, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati consiglia ufficialmente «i governi dei Paesi che hanno sottoscritto il Regolamento di Dublino di non rinviare i richiedenti asilo in Grecia» perché lì «nell'assegnazione dello status di rifugiato non sono garantite al momento le più basilari tutele procedurali». I numeri, accusa il Consiglio Italiano per i Rifugiati, dicono tutto: «La percentuale di riconoscimenti dello status di rifugiato in Grecia è prossima allo zero: nel 2007 è stata dello 0,4%, nel 2006 dello 0,5...». Le obiezioni di quanti sbuffano sono note: «Troppo comodo, spacciarsi tutti per rifugiati politici!». Sarà... Ma anche ammesso che qualcuno faccia il furbo facendosi passare per un perseguitato, le regole internazionali vanno rispettate.
E queste regole dicono che ogni singola persona ha diritto a essere «pesata». Succede? Prendiamo Venezia. Partendo dalle parole della Responsabile del Consiglio Italiano Rifugiati, Francesca Cucchi, a un convegno di qualche mese fa. Come mai le autorità portuali avevano denunciato dal gennaio 2008 ad allora 850 clandestini se il Cir era stato informato solo di 110? E gli altri 740? Tutti caricati sulle navi e ributtati indietro senza controllare se avessero o meno diritto allo status di rifugiati? Una cosa è certa: ammesso (e non concesso) che alcuni si spaccino per rifugiati, certo è che nessun adulto può spacciarsi per un bambino. Ed era un bambino quell'Alidad Rahimi scacciato a 12 anni dopo che ne aveva passati tre a sfuggire attraverso l'Iran e la Turchia e la Grecia ai talebani che gli avevano ammazzato il padre ed era sbarcato solo per poche ore ad Ancona dentro la pancia di un camion. Era un ragazzino Alisina Sharifi che a 14 anni era scappato ai guardiani della fede afghani ed era arrivato in Italia semiassiderato per essere buttato fuori appena ripresi i sensi. Era un ragazzino Salahuddin Chauqar, scappato dall'Afghanistan quando aveva sette anni e arrivato dopo mille odissee, nascosto in un Tir, a Venezia: «Il ricorrente continuava a ripetere di avere 15 anni e di voler chiedere asilo ma i poliziotti lo costringevano a firmare due fogli a lui incomprensibili (...) Il ricorrente veniva poi condotto a forza in una cabina di ferro all'interno di una nave diversa da quella con la quale era arrivata e rinchiuso con altri 3 minorenni, fino all'arrivo a Patrasso». Certo era più comodo commuoversi per il piccolo Marco in viaggio «dagli Appennini alle Ande»...
fonte: Corriere della Sera
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