La Corte di Cassazione ha sancito un nuovo diritto per la popolazione straniera disabile disoccupata presente in Italia: con la sentenza 4110, lo scorso 14 marzo 2012, ha deliberato il riconoscimento all’assegno di invalidità civile.
La Corte ha recepito quanto già definito dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, ovvero che, qualsiasi discrimine tra cittadini e stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato, finirebbe per risultare in contrasto con il principio di non discriminazione sancito dall’art. 14 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.
Fino alla sentenza gli stranieri disoccupati presenti regolarmente in Italia, in possesso di permesso di soggiorno, poteva chiedere il riconoscimento di invalidità civile ed essere quindi ammessi ai benefici della legge 68/99 che regola l’assunzione in aziende delle categorie protette, ma non potevano richiedere l’assegno di invalidità che invece spetta ai cittadini italiani disabili con percentuali superiori al 74% per un importo di 267,57 euro e si perde in caso di reddito superiore a 4.479,54 euro annui.
Non si sa con esattezza quanti siano gli immigrati disabili presenti in Italia: ci sono i bambini e i ragazzi che vanno a scuola, chi ha subito un infortunio sul lavoro, chi si rivolge ai centri di salute mentale. Secondo l’Inail, al 31 dicembre 2008 i lavoratori stranieri con disabilità fisica avente diritto a una rendita per invalidità permanente sono 16.537.
Questa sentenza segue quella del 16 dicembre scorso con la quale, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 80 c. 19 della legge n. 388/2000 (legge finanziaria 2001), nella parte in cui subordina al requisito della titolarità della carta di soggiorno la concessione ai minori stranieri di Paesi terzi non membri dell’UE dell’indennità di frequenza di cui all’art. 1 della legge n. 289/1990. L’indennità risponde alle esigenze di assicurare la cura, la riabilitazione e l’istruzione per i minori invalidi civili con difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie dell’età.
Fonte: Tutto sul Lavoro via Kuda
venerdì 23 marzo 2012
Cassazione cancella ingiustizia sull'assegno di invalidità agli stranieri
mercoledì 8 febbraio 2012
Razzismo nel calcio, l’osservatorio denuncia 28 episodi in questa stagione
Quale è la situazione del razzismo negli stadi e nelle tifoserie italiane? Mi è capitato, anche di recente, sentire dirigenti della FIGC dichiarare che nel calcio italiano non c’è razzismo. Con il mio libro, dove ho utilizzato prevalentemente i dati della giustizia sportiva, ho voluto dimostrare che il razzismo in Italia c’è. D’altra parte, la media è di circa 50 episodi per ogni stagione calcistica, che è una cifra molto più alta di quella registrata in altri campionati. Quest’anno ne abbiamo registrati già 28, un numero alto, anche perché riguardano quasi esclusivamente cori e non più anche gli striscioni. Ma non mi sembra che qualcuno ha sollevato il problema. Anzi. Le ammende per gli episodi razzisti vengono ormai relegati nelle “notizie brevi”. L’altro dato importante è che, il totale delle ammende che le Società sportive hanno dovuto pagare per la “responsabilità oggettiva” (cioè per i cori dei suoi tifosi) è di circa 100mila euro. Da anni chiediamo che questi soldi vengano utilizzate per iniziative apertamente antirazziste. Un altro dato che contraddistingue negativamente l’Italia è che nessun giocatore ci mette la faccia contro il razzismo. Molti di loro fanno cose molto importanti per il sociale, ma, caso strano, nessuno se la sente di dichiararsi apertamente e fortemente contro il razzismo. Mi è capitato di partecipare ad un incontro europeo indetto dalla UEFA contro il razzismo. C’erano calciatori testimonial di ogni paese. Non c’era però nessun calciatore italiano! Quali sono le tifoserie più intolleranti d’Italia e nella fomentazione dell’odio quanto conta il legame tra la politica e le curve? Alla fine del libro “Che razza di tifo” ho allegato un riassunto statistico degli ultimi 10 anni, riportando tutte le 99 tifoserie coinvolte. Le più “punite” sono state Verona (60 episodi), Lazio (58), Ascoli (28), Padova (23), Juventus (21), Roma (20). Guarda caso, quasi tutte tifoserie in cui la componente di estrema destra era la più rilevante. Il legame politico c’è stato soprattutto a partire dalla fine degli anni Ottanta/primi anni novanta, quando c’è stata una volontà esplicita di “occupare” le curve. Ma poco o nulla è stato fatto. Spesso le tifoserie di estrema destra hanno utilizzato la violenza per dominare in curva, mischiando poi il proprio potere sulla gestione del business della curva. Nell’attuale stagione 2011/12, almeno fino ad oggi, abbiamo registrato 28 episodi, messi in atto da ben 20 tifoserie. Quindi una diffusione piuttosto ampia. Con l’eccezione della Fiorentina (che è stata inserita per i cori degli stessi tifosi viola contro il suo allenatore Mihajlovic, “colpevole” di essere uno “zingaro”), ritroviamo le “solite” tifoserie: Lazio, Verona, Padova. Una new entry è il Prato, e andrebbe capito come mai. Tra le vittime più prese di mira, i giocatori di Bari, Inter, Catania e Como. Ma in Italia non è mai stata attuata la norma che prevede di risarcire le squadre che subiscono più episodi di razzismo. fonte: Panorama
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martedì 19 aprile 2011
Immigrati, disoccupazione all'11,4%. E chi lavora guadagna 319 euro meno degli italiani
Ha superato quota 265mila l’esercito dei disoccupati stranieri che quando trovano un posto di lavoro in busta paga posso contare su stipendi di 319 euro al mese inferiori a quelli dei colleghi italiani. Nel dettaglio, il tasso di disoccupazione dei cittadini immigrati presenti in Italia è al 11,4 per cento, esattamente tre punti superiore all’8,4 della media nazionale.
La Cgia di Mestre, dopo le dichiarazioni rilasciate dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti, che nei giorni scorsi ha sostenuto che "non ci sia disoccupazione giovanile tra i 4 milioni di immigrati accolti in Italia", ha analizzato il livello retributivo ed occupazionale degli stranieri regolarmente presenti nel nostro Paese. Da questa analisi emerge che gli immigrati percepiscono mediamente 965 euro netti al mese; 319 euro in meno rispetto agli italiani.
"Questo differenziale – spiega il segretario della CGIA di Mestre Giuseppe Bortolussi – è dovuto al fatto che l’esperienza lavorativa tra gli immigrati è mediamente molto inferiore di quella maturata dagli italiani. Pertanto, i primi hanno scatti di anzianità più contenuti dei secondi".
Il tasso di disoccupazione degli stranieri regolarmente presenti in Italia, invece, ha raggiunto l’11,4 per cento (contro una media della disoccupazione nazionale pari all’8,4 per cento).
A livello territoriale è la Basilicata la regione che presenta la percentuale di stranieri disoccupati più elevata (18,9 per cento). Seguono il Piemonte/Valle d’Aosta (15,4 per cento), la Liguria (13,8 per cento), l’Abruzzo (13,6 per cento) e il Friuli Venezia Giulia. (13,2 per cento).
Dall’inizio della crisi ad oggi, sono quasi 110mila gli stranieri che hanno perso il posto di lavoro. Il numero complessivo degli immigrati alla ricerca di un posto di lavoro si attesta attorno alle 265mila 800 unità.
fonte: AffarItaliani
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lunedì 11 aprile 2011
"Italia, disabili? No, grazie" Una campagna virale per smascherare il pregiudizio
Per qualche giorno un gruppo di "imprenditori meritocratici" ha portato avanti una campagna fortemente discriminatori su internet, nei social network e con manifesti in provincia di Milano. Chiedevano di escludere i lavoratori disabili dalle loro aziende, in fondo, affermavano, "le aziende sono fatte per produrre, per garantire lavoro ai propri dipendenti, per dare stipendio a chi se lo merita. Con la scusa degli obblighi di legge hanno riempito le aziende di persone che non rendono come le altre.". Insomma: fuori i disabili dalle aziende!.
Si trattava però di una sapiente e attenta campagna di guerrilla marketing sociale commissionata dal Consorzio Sociale CS&L e finanziata dal Piano EMERGO della Provincia di Milano. L'iniziativa degli "imprenditori", infatti, non ha mancato di far parlare su blog e forum portando anche alla reazione dell'ex Ministro Antonio Guidi che ha commentato proponendo un parallelo fra il gruppo di opinione che un anno fa attaccava le persone con sindrome di Down e l'attività della sedicente "Tavola della meritocrazia".
Gli estensori della campagna hanno monitorato il diffondersi delle discussioni on-line su varie piattaforme riscontrando come la posizione degli "imprenditori meritocratici" non fosse così lontana dal pensiero di alcuni. Questo un esempio dei commenti apparsi: "Penso che sia diritto di ognuno di poter assumere (e quindi pagare) chi ne ha voglia; questo cari ragazzi fa parte della cosidetta "libertà di impresa" senza che nessuno debba essere costretto ad assumere chicchessia non per merito delle sue capacità ma solo in base di assurde "affirmative action". E' per questa motivazione che solidarizzo al 100% con questi imprenditori".
Un'osservazione accurata è stata fatto anche prendendo in considerazione i commenti di persone che, giustamente, condannavano gli "imprenditori". Il termine disabile porta con se un'accezione negativa, anche nelle persone più aperte e sensibili. Uno degli insulti che più è stato rivolto agli Imprenditori Meritocratici è stato: "i disabili siete voi". È paradossale come in un discorso nel quale si vuole illustrare il fatto che le persone disabili hanno tutte le capacità, oltre che il diritto, per lavorare in modo proficuo in un'azienda contribuendo così alla creazione di ricchezza, si utilizzi la parola disabile come un insulto per indicare una persona, o un gruppo di persone, in questo caso i nostri imprenditori, per il quale non si nutre alcuna stima e, anzi, si ritiene incapaci di formulare un pensiero civile.
Ma l'azione non è stata solo di denuncia ed analisi del fenomeno, è stato infatti presentato un sito www.situabile.org che raccoglie le storie di inserimenti di successo raccontate dalla viva voce degli imprenditori che hanno accettato di confrontarsi con la disabilità e dai loro dipendenti, disabili e non.
"Non abbiamo voluto offendere la sensibilità di nessuno", dichiarano i responsabili della campagna, "ma abbiamo fatto emergere le situazioni di discriminazione con cui bisogna fare i conti. Vedere scritto, nero su bianco, le affermazioni che spesso sentiamo rivolgerci dalle aziende urta la nostra sensibilità e scatena anche della giusta rabbia, ma adesso che abbiamo catturato un po' di attenzione vogliamo raccontarvi che ci sono anche storie positive e, soprattutto, che se vogliamo fare giustizia alle persone disabili dobbiamo smettere di considerarle come persone sfortunate che vanno aiutate, ma come come lavoratori che, al pari di tutti gli altri lavoratori, contribuiscono al successo di un'impresa e alla creazione della sua ricchezza."
Fonte: Peacereporter via www.kuda.tk
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lunedì 21 febbraio 2011
L’idea degli svizzeri: un muro per separare Chiasso da Como
Un muro di cemento armato alto quattro metri per separare Chiasso da Como, l’Italia dalla Svizzera. Come tra Palestina e Israele, oppure come avveniva ai tempi del muro di Berlino. Solo che il valico di Brogeda non è la Porta di Brandeburgo e Ponte Chiasso non è la Cisgiordania. Per Giuliano Bignasca, leader e presidente a vita (autonominatosi) della Lega dei Ticinesi, il Carroccio duro e puro svizzero, cambia poco. L’idea, originale come molte altre in passato e nel presente del movimento - l’organo del partito scriveva ieri che Garibaldi era un ladro di cavalli e i frontalieri italiani sono paragonati allo smog di Milano che varca il confine - è semplice.
«A Chiasso tra una settimana sarà emergenza - ha spiegato Bignasca - i tunisini adesso sono a Lampedusa e tra una settimana saranno a Chiasso e penso che sia tempo e ora che i valichi di frontiera vengano presidiati, sempre. E poi al posto di quella rete metallica che c’è bisogna fare un muro altro quattro metri. Bisogna fare un muro con l’Italia, perché l’Italia non è una nazione controllabile. Adesso sono arrivati in quattro mila e ne arriveranno altri 15 mila, ma di quei 15 mila almeno la metà arriverano o passeranno dalla Svizzera». Un timore, quello dei leghisti ticinesi, contagioso, tanto che il sindaco di Chiasso, Moreno Colombo, peraltro con nonni comaschi, eletto nelle file del Partito liberale radicale, ieri sul tema ha diffuso dal Municipio una nota dai toni allarmati (tanto più che Chiasso confina con Como).
fonte: il Giorno
martedì 7 dicembre 2010
Immigrati accusati ingiustamente
Leggendo la storia del marocchino di Bergamo sostanzialmente arrestato per un’intercettazione maltradotta mi sono venuti in mente stamattina moltissimi casi di cronaca giudiziaria in cui negli ultimi anni sono stati malamente coinvolti alcuni extracomunitari – sbattuti per giorni e giorni in galera – che solo prestando un pochino più d’attenzione al caso sarebbe stato chiaro a tutti che con le indagini non c’entravano nulla. A Erba, c’era Azouz. A Perugia, c’era Lumumba. E a Rignano Flaminio c’era il benzinaio cingalese Kelum Da Silva.
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lunedì 2 agosto 2010
Non si affitta agli immigrati
Appartamento affittasi: “astenersi perditempo e immigrati”. Luminosa casa con balcone e terrazza, in affitto: “No animali, no stranieri, no bambini”. Annunci come questi si susseguono a decine, sulla Rete. Riempiono siti di annunci, pagine di riviste specializzate, bacheche di tutta Italia. E mostrano il volto di un Paese che ha paura degli immigrati: anche se (o forse proprio perché) il loro numero non è più trascurabile. Secondo L’Istat i residenti sono almeno 3,9 milioni è il loro contrbuto al Pil (i dati sono del 2007) è del 9,1%. Un dato percentualmente più alto di quello degli italiani. La paura dello straniero degli italiani non trova riscontri neanche nei dati del ministero dell’Interno e della Banca d’Italia. Lo studio “Mandiamoli a casa – razzismo e pregiudizi, istruzioni per l’uso”, mostra che non esiste nessun parallelismo tra aumento dell’immigrazione con quello del tasso di criminalità.
Ciò nonostante molti italiani continuano ad avere paura degli immigrati, o quantomeno a non volerli quando cercano qualcuno a cui affittare una casa. A fornire una prospettiva scientifica all’esperienza quotidiana di centinaia di stranieri che tentano – tra umilianti “no, mi scusi” o “abbiamo già trovato”– di trovare un appartamento in affitto, sono per ora gli studiosi del Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche dell’Università di Modena e Reggio. In una ricerca appena pubblicata, dal titolo Ethnic discrimination in the Italian rental housing market, Massimo Baldini e Marta Federici mostrano come gli atteggiamenti discrimnatori nel mercato delle case non siano affatto finiti negli anni ’60, quando i cartelli “non si affitta ai meridionali” affollavano le strade delle città del Nord. Al posto del “terrone” oggi c’è l’immigrato. Una forma di razzismo che, secondo lo studio, è più presente nell’Italia settentrionale, colpisce soprattutto gli uomini, maggiormente gli arabi rispetto a chi proviene dall’Europa dell’Est. Un atteggiamento che non viene scalfito nemmeno dalla crisi economica: “piuttosto che affittare casa a un immigrato, la lascio sfitta”.
Per compiere la ricerca, gli studiosi hanno creato 12 identità fittizie: sei maschi e sei femmine, 4 con nomi italiani, quattro arabi, quattro con nomi che suonavano come tipici dell’Europa dell’Est. In tutto sono state spedite circa tremila email in risposta ad annunci di case in affitto: e nel 50% delle lettere veniva dettagliata anche la vita lavorativa e familiare dello scrivente. Per tutta risposta i ricercatori si sono trovati di fronte a “un muro di gomma” anti immigrati: se alle email con nomi italiani si rispondeva positivamente nel 62% dei casi, a quelle provenienti dagli aspiranti inquilini dell’Est europeo, la percentuale scendeva al 49,5% che per gli arabi era il 44%. In altre parole: un proprietario di casa su 5 ha risposto in maniera opposta se la proposta di affitto arrivava da un italiano o da un arabo.
Nelle regioni settentrionali poi, solo uno su quattro rispondeva positivamente a un nome maschile arabo, mentre il 70% con un nome maschile italiano. Questa differenza di trattamento (il 25% di rifiuti per migranti nord africani) cala al 12% al Centro e al 14% al Sud dello Stivale. Forse perchè, scrivono i ricercatori, al Nord i migranti sono di più producendo nei residenti fenomeni di rigetto più forti. O forse dipende dalla vitalità economica di queste regioni rispetto al Mezzogiorno: un padrone di casa del Nord sa che riceverà altre offerte, se dice no a uno straniero.
Quel che è certo è che la discriminazione avviene in due diversi modi. Il più delle volte è implicita: basta chiamare e rivelare poi che a voler affittare non è un italiano, ma uno straniero, per vedere molte agenzie immobiliari e molti privati ritrarsi immediatamente (come testimonia anche un video postato su YouTube dall’attore Saverio Tommasi). Altre volte è esplicita, come nei casi degli annunci “no stranieri” apparsi in Rete. In quest’ultimo caso ad essere responsabile della discriminazione è non solo chi scrive l’annuncio (che comunque non rischia conseguenze penali), ma anche chi lo pubblica (e rischia sanzioni in base al decreto legislativo 215 del 2003). A tale riguardo esiste l’Ufficio nazionale Antidiscriminazioni razziali (Unar), che ha creato un numero verde (800.90.10.10). Finora la gran parte delle segnalazioni riguardano le difficoltà nella ricerca di una casa. Ma a farle sono soprattutto italiani. Segno che quei cartelli – “affittasi – non a persone di colore” – seminano non solo rabbia, ma anche paura.
fonte: Il fatto quotidiano
Etichette: casa, immigrati, italia
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venerdì 7 maggio 2010
"Viaggiatori rom schedati sui treni" I controllori si ribellano: è razzismo
Segnalare e contare "eventuali passeggeri di etnia rom" che salgono e scendono dal treno alla fermata di Salone, tra Roma Tiburtina e Avezzano. La "selezione" è affidata a controllori e capotreni alle prese con un modulo prestampato di Trenitalia, secondo l'azienda però mai in pratica utilizzato, che non menziona passeggeri senza biglietto o molesti, ma semplicemente gli appartenenti all'etnia rom.
Un asterisco tra voci burocratiche, proprio sopra la casella "annotazioni", che ha scatenato la denuncia dei ferrovieri del sindacato autonomo Fast Ferrovie, che conta 3mila iscritti soprattutto tra i macchinisti. Con un piccolo giallo: Ferrovie dello Stato sostiene che il modulo non è mai stato impiegato, ma evidentemente ha circolato abbastanza per provocare la reazione di capotreni e addetti, scandalizzati dalla prospettiva di dover compilare quelle caselle.
Con una lettera indirizzata al ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna chiedono di correggere il modulo "dall'evidente intento discriminatorio". "La richiesta ai capotreni di indicare viaggiatori di etnia rom, meramente in quanto tali e senza alcun'altra motivazione, non può avere altra lettura che la discriminazione - scrive al ministro il segretario di Fast, Piero Serbassi - Noi crediamo che tutto ciò non possa essere tollerato. Per questo siamo a chiederle un intervento". Intervento che però, secondo Ferrovie dello Stato non è necessario, perché il modulo non è stato poi "attivato". "E comunque tutto quello che facciamo è per la sicurezza dei viaggiatori - spiegano dall'azienda - la fermata di Salone è nei pressi di un enorme campo nomadi, è stata chiusa nel 2002 per ragioni di sicurezza e riaperta solo dal primo aprile. La questione è molto seria, in passato ci sono state minacce ai viaggiatori, nessuno voleva più prendere il treno in quella stazione. La riapertura è stata concessa solo a patto di controlli molto rigidi sulla sicurezza, con tanto di telecamere. La questione di quell'area è nota a tutte le amministrazioni".
Gli addetti si pongono però anche problemi pratici. "Come fa il personale a stabilire che il cliente in questione sia inequivocabilmente di etnia rom? - chiede Serbassi nella lettera - il viaggiatore di etnia rom va segnalato anche se regolarmente in possesso di biglietto?". La questione finisce su un blog di ferrovieri che citano Bertolt Brecht: "Vennero a prendere gli zingari, e fui contento perché rubacchiavano. Quando presero me non c'era rimasto nessuno a protestare".
fonte: Repubblica
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mercoledì 14 aprile 2010
Questionario Gelmini per dare la «caccia» agli immigrati
E’ una valutazione ambigua ma, il questionario distribuito dal ministero alle scuole e finito nel diario dei bambini per essere compilato dai genitori, nasconde una convinzione: gli insegnanti sono una truppa. Parola antica, che serve ad indicare quei militari che devono solo obbedire agli ordini.
Scuola e prova Invalsi, rilevazione degli apprendimenti per l’anno scolastico in corso. L’Istituto è sotto stretto controllo dall’Istruzione della Gelmini e serve ad accertare le conoscenze degli studenti italiani.
Due prove scritte obbligatorie da svolgersi nel mese di maggio di Italiano e matematica per gli studenti della seconda e quinta elementare e anche per i più grandicelli della prima media, tutti seduti rigorosamente uno per banco per evitare suggerimenti. I bambini frequentanti la seconda elementare verranno anche sottoposti ad una prova di lettura, non davanti alle proprie maestre ma ad osservatori esterni, esponendoli così ad un possibile insuccesso.
Ma non è tutto. Proprio in questi giorni e con largo anticipo rispetto alle prove Invalsi, le scuole su “ordine” del ministero stanno consegnando un questionario da compilare a cura dei genitori le cui domande non hanno nulla a che vedere con la didattica né con la valutazione delle conoscenze e dei saperi. La scheda in realtà serve per individuare la provenienza “socio-economico-culturale” dei singoli studenti. Indagine statistica che spetterebbe all’Istat e non all’Ivalsi. Pertanto, è una schedatura delle famiglie e, ancora più inquietante, si insiste con la “persecuzione” dello studente immigrato. Di lui si vuole conoscere tutto: se è nato in Italia e l’arrivo in Italia; se ha frequentato l’asilo nido e la materna. Ma l’obiettivo finale di tutto questo è anche un altro: attraverso il solo risultato degli alunni, il ministero intende valutare in modo indiretto ogni singola scuola pubblica e i loro docenti.
Il questionario e la protesta. Le domande sugli studenti sono per lo più dirette a raccogliere informazioni sugli stranieri. Per quanto riguarda i genitori italiani e non, si “spulcia” indirettamente sul reddito di mamme e papà. Con strafalcioni sui titoli di studio e “dimenticanze” clamorose nell’elenco delle professioni. Il ministero accorpa arbitrariamente categorie di lavoratori secondo un’idea piramidale della società ancora ferma all’era Gentile. La classifica si apre con il “disoccupato” ma non c’è traccia del precario o dell’informatico e co.co.pro. L’insegnante è equiparato alla truppa. Il docente universitario all’ufficiale militare. E così via. Fino alla “chicca” sui titoli di studio superiore al diploma: si cita l’Isef, che non esiste più. La nuova terminologia è superata in Scienze motorie.
Le “ira” dei genitori si scaricano sui presidi. Le prove Invalsi a tutela della privacy sono rigorosamente anonime, sui singoli fascicoli compare solo un codice numerico identificativo del plesso, del livello di classe frequentata e della sezione dello studente. Ma in un circolo didattico di Roma, il dirigente ha consegnato alle famiglie la scheda con lo spazio per il nome e il cognome dell’alunno, oltre la classe e la sezione. Da qui la protesta delle famiglie: “Consegneremo la scheda in bianco o incompleta”.
«Mio figlio Matteo all’uscita di scuola mi ha detto: 'Guarda mamma la scuola vuole sapere se il papà di Gerry è italiano. Che gli importa?'», racconta Paola Angelucci consigliera del municipio XI. E le proteste si annunciano anche altrove. La battagliera Simonetta Salacone, dirigente della scuola Iqbal Mashid e capofila nella protesta anti-Gelmini, fa sapere: “Pretendo la garanzia dell’anonimato sulle prove Invalsi e sulla scheda studenti-famiglie. Ho già attivato i sindacati”.
fonte: Unità
venerdì 9 aprile 2010
In fuga da guerra e povertà il dramma dei rifugiati in Italia
Ogni pomeriggio, dal lunedì al venerdì, formano una coda di uomini e aspettano di entrare nella mensa. Si rivolgono agli sportelli dedicati all'orientamento al lavoro, chiedono assistenza legale o partecipano ai corsi di lingua per imparare l'italiano. Gli uomini provengono soprattutto da Afghanistan, Eritrea e Somalia. Le donne dall'Africa nera. Il 67% ha tra i 21 e i 30 anni, mentre sono pochissimi quelli che superano i 40.
E' questa la fotografia, aggiornata al 2009, sulle condizioni dei 19mila richiedenti asilo e rifugiati in Italia. Non immigrati ma "migranti forzati", perché scappati dalla guerra. A scattare la foto è il Centro Astalli, un'associazione di gesuiti presente a Roma, Vicenza e Palermo che opera da centro polifunzionale per l'assistenza e la protezione dei rifugiati in Italia. E grazie al monitoraggio dei loro spostamenti in ogni settore della vita quotidiana, il Centro fornisce in esclusiva il Rapporto 2010: un'interpretazione statistica delle condizioni di vita dei rifugiati "italiani" che da gennaio a dicembre 2009 sono entrati in contatto con l'Associazione.
I numeri. I numeri sono conseguenza delle misure del governo in materia di immigrazione. La flessione delle domande d'asilo seguìta alla politica dei respingimenti nel Mediterraneo si è avvertita fin dal giugno 2009: il calo registrato rispetto all'anno precedente era del 35,5%. Ma rispetto al 2008, gli utenti che hanno usufruito dei servizi dei centri Astalli sono aumentati. L'afflusso nelle mense, passaggio obbligatorio per conoscere e accedere agli altri servizi dei Centri, è cresciuto del 33%. Di pari passo si sono estesi i tempi di permanenza: il periodo medio di frequentazione delle mense per ogni utente si è allungato, superando in molti casi i sei mesi.
fonte: Repubblica
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giovedì 11 marzo 2010
Italia, espulsi anche gli irregolari con figli minori a scuola
Gli stranieri irregolari con figli minori che studiano in Italia non possono chiedere di restare nel nostro paese. Secondo una sentenza della Corte di Cassazione, che così smentisce una recente sentenza della stessa suprema corte, la tutela della legalità alle frontiere prevale sul diritto allo studio dei minori.
Con la sentenza n. 5856, la Cassazione ha respinto il ricorso di un immigrato albanese residente a Busto Arsizio, con moglie in attesa della cittadinanza italiana e due figli minori. Il cittadino albanese aveva richiesto di non essere espulso per non arrecare danni al "sano sviluppo psicofisico" dei figli. La suprema corte ha risposto che la permanenza ai clandestini in Italia è permessa solo in nome di "gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico del minore se determinati da una situazione d'emergenza", mentre la frequenza scolastica configurerebbe una "tendenziale stabilità" ed "essenziale normalità". Al contrario sarebbe legittimata la permanenza dei clandestini strumentalizzando l'infanzia. Secondo la sentenza, la salvaguardia delle esigenze del minore non può prescindere dall'impianto normativo della legge sull'immigrazione.
Nelle scorse settimane, la Suprema Corte ha depositato una sentenza di segno opposto a quella di oggi, con la quale era stata ritenuta "ipotizzabile la grave compromissione del diritto del minore ad un percorso di crescita armonico e compiuto derivante dall'allontanamento di un genitore".
L'Alto commissario Onu per i diritti umani in Italia, Navi Pillay, ha espresso "grave e seria preoccupazione" per l'aberrante sentenza. Contattato da PeaceReporter, Marco Rovelli, scrittore da sempre impegnato nella difesa dei migranti, ha detto che "il contenuto di questa sentenza non solo viola gli accordi internazionali, ma oltraggia i più elementari principi dei diritti che appartengono all'umano in quanto tale. Un bambino nasce in una terra, parla quella lingua, la sua identità si forma entro quello spazio sociale - ha concluso Rovelli - e poi, per un malefico dispositivo giuridico, deve essere strappato a sé stesso. Non c'è altra parola se non inumanità".
fonte: Peacereporter
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giovedì 4 marzo 2010
Italia, niente sanatoria per chi è stato espulso in passato
Gli immigrati che hanno presentato richiesta di sanatoria, ma non hanno rispettato in passato un decreto di espulsione, saranno rimpatriati. E' quanto sta accadendo in alcune province d'Italia, le cui prefetture applicano in maniera inflessibile l'obbligo di espulsione per chi ha violato la legge. L'unico reato contestato è però la mancata ottemperanza del decreto di espulsione, come previsto dalla legge Bossi-Fini. Nei primi mesi della sanatoria, non sono emersi problemi e anzi sono state presentate e accolte molte domande. Solo in un secondo momento, dopo i controlli delle questure sulla fedina penale degli stranieri, si sono registrati i respingimenti delle domande e contestualmente i decreti d'espulsione. L'attuale interpretazione di alcune prefetture, però, contraddice in parte il decreto ministeriale di settembre. Dal Viminale non giungono ancora chiarimenti univoci alle prefetture e alle questure, che invece ricevono in risposta appunti non firmati dal ministro.
fonte: Peacereporter
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giovedì 18 febbraio 2010
Razzismo, sei giovani su 10 sono xenofobi
Con la globalizzazione cresce anche il razzismo? Sembrerebbe di sì, almeno secondo l'opinione degli giovani italiani. Nel nostro Paese oltre sei 18-29enni su 10 affermano che, negli ultimi anni, il livello di razzismo è aumentato. E sono, soprattutto i più giovani e gli uomini a dimostrare maggior chiusura e durezza rispetto alle diverse appartenenze.
E' la fotografia scattata dall'inchiesta "Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti", uno studio che ha coinvolto oltre 2.000 ragazzi tra i 18 e i 29 anni, effettuato dall'istituto di ricerche SWG per la Conferenza dei Presidenti delle Assemblee Legislative delle Regioni e delle Province Autonome, che è stata presentata questa mattina a Montecitorio nell'ambito delle iniziative del nuovo osservatorio della Camera sui fenomeni di xenofobia e razzismo.
I giovani percepiscono un'Italia poco incline all'integrazione, poco pronta ad accogliere altre culture. E' addirittura il 63% dei 18-29enni a sostenere che l'intolleranza siano in crescita. E se per il 29% dei ragazzi e delle ragazze il livello di razzismo sembra essersi bloccato, preoccupa che solo un esiguo 8% percepisca, invece, una fase migliorativa e, quindi, una diminuzione di atteggiamenti ostili nei confronti del diverso.
Ma quali i maggiori autori in fatto di discriminazione? Gli unici a salvarsi, in termini di integrazione, sono gli anziani. Per gli under 29, solo l'8% degli italiani più 'maturi' dimostra, infatti, una maggior tolleranza. Gli atteggiamenti razzisti sono, invece, molto diffusi tra i ragazzi. La maggioranza degli interpellati (60%), attribuisce, infatti, ai giovani le forme di rifiuto più dure nei confronti delle altre appartenenze. Un po' piu' tolleranti appaiono le persone di mezza eta', tra cui è il 28%, secondo i giovani intervistati, a dimostrare comportamenti razzisti. Quando si parla di atteggiamenti discriminatori, il gentil sesso non appare così gentile agli occhi di tutti: il 44% dei 18-29enni sostiene, infatti, che i comportamenti razzisti siano trasversalmente diffusi tra donne e uomini.
E se solo una quota minoritaria (4%) riconosce nell'universo femminile la maggior diffusione di discriminazione, l'intolleranza piu' radicata e convinta emerge dal mondo maschile: ad esserne convinta la gran parte dei giovani del Bel Paese (52%)- L'osservatorio sul razzismo si è spinto a fondo per cercare di individuare anche le motivazioni che spingono ad avere atteggiamenti xenofobi. Secondo le ragazze e i ragazzi italiani, i fattori determinanti, quelli che maggiormente contribuiscono a generare discriminazioni verso gli immigrati, sono in primis il numero di extra-comunitari che delinque e l'esistenza di stereotipi negativi sul alcune etnie o popoli.
"ODIANO" ROM, ROMENI E ALBANESI - Se rom e sinti, romeni e albanesi sono i popoli più “antipatici” e “odiati” dagli under 30 otaliani, in fondo alla classifica di quelli più amati con un 40% di voti, europei, statunitensi e sudamericani sono quelli più “simpatici” (90%). Male anche tossicodipendenti, turchi e musulmani, mentre pochi pregiudizi nei confronti di omosessuali, poveri ed ebrei. Nel mezzo ci sono, in ordine di preferenza, sudafricani, filippini, indiani e bengalesi (considerate etnie meno “aggressive”), mentre non se la passano troppo bene né i mediorientali né chi proviene dalla ex-Yugoslavia. Destano invece apprensione e allarme cinesi, maghrebini e russi. Ecco come i ragazzi vedono la diversità nella ricerca “Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti” realizzata dagli istituti Swg di Trieste e Iard Rps di Milano e voluta dall’Osservatorio della Camera dei deputati sui fenomeni di xenofobia e razzismo in collaborazione con la Conferenza dei presidenti delle assemblee legislative delle regioni e delle province autonome.
fonte: AffarItaliani
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mercoledì 3 febbraio 2010
Se tra i disservizi trovi i nomadi
L'ho sentito oggi alla Banda e non ci volevo credere. Allora sono andato sul sito della catena di grandi magazzini e ho provato a segnalare un disservizio. Ed era vero. Tra i problemi da segnalare, insieme ai prezzi sbagliati e ai parcheggiatori abusivi, c'è anche la presenza di nomadi. Guardate per credere.
Suggerisco allora di aggiungere presenza di ebrei, di omosessuali, di cinesi, di marocchini, giusto per non lasciare fuori nessuna categoria da discriminare.
Molto interessante, e in parte anche molto correlata, il grafico che Tito Boeri propone su lavoce.info, incrocia il numero di reati denunciati con quello dei numeri dei permessi di soggiorno rilasciati.
Appare immediatamente evidente che il numero di reati non ha alcuna correlazione con la presenza o meno di stranieri in Italia.
fonte: ilKuda e lavoce.info
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domenica 13 dicembre 2009
Pap Khouma: nero, italiano e discriminato, la lettera a Repubblica
La lettera che Pap Khouma ha inviato a Repubblica ha destato parecchio scalpore. L'uomo (nella foto) è uno scrittore italiano, nero di carnagione. Khouma ha raccontato a Repubblica gli abusi e le discrimazioni nei quali si è imbattuto, essendo per giunta a tutti gli effetti un cittadino del nostro Stato.
Oggi è arrivata la reazione del ministro per le Pari Oppportunità Mara Carfagna. L'esponente del Popolo delle LIbertà ha stigmatizzato i comportamenti elencati da Khouma, invitando le persone che subiscono simili soprusi a denunciare ciò che accade alle forze dell'ordine.
Ecco uno stralcio della lettera di Khouma a Repubblica:
Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così.
"Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?".
"Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere.
Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza.
Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...".
L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".
Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto. D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene.
fonte: Ciao People
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giovedì 10 dicembre 2009
Cie, le nuove 'carceri' per gli immigrati
Entrando si ha la netta e sgradevole sensazione di essere in un carcere vero e proprio, Il centro si trova nell'area urbana, all'interno non c'è nemmeno un piccolo cespuglio di verde, il muro di cinta è altissimo, grigio, e numerose telecamere sono collegate alla sala di "controllo" centrale. All'interno la struttura è dotata di "cessi" alla turca, docce con il basamento in acciaio, e i lavandini oltre che per lavarsi, sono utilizzati anche per il bucato. Ci sono dodici angusti monolocali da utilizzare per i "casi particolari": coppie, famiglie e transessuali.
Il tutto si affaccia su un cortile. Molte sono le barriere e le sbarre ai finestroni e all'ingresso, i letti sono tutti fissati al pavimento con dei bulloni, perché, spiegano i guardiani, così non si possono sradicare e trasformare in armi improprie. La corrente elettrica viene rigorosamente tolta alle due di notte. Le persone rinchiuse all'interno del centro, al passaggio della delegazione, urlano che "stare lì, è peggio che essere in carcere, ci trattano come animali". Il riscaldamento è bassissimo e fa un freddo cane, c'è la corda con i panni stesi, il barbiere è a disposizione solo una volta alla settimana. I posti letto che ora sono 90, entro la fine di gennaio raddoppieranno, e l'appalto per la gestione per i prossimi tre anni, sarà affidato alla Croce rossa militare, con operatori in tuta mimetica, proprio come a Guantanamo.
Si pensi che il contratto è di 3,6 milioni l'anno, e il periodo massimo di permanenza dei trattenuti, ieri 50 uomini per lo più magrebini, e 15 donne di provenienza varia, è stato portato a 180 giorni. Un tempo inconcepibilmente lungo, anche a causa delle condizioni di detenzione, una vera violazione dei più elementari diritti umani. Il fatto che non siano più alloggiati nei container, e che il muro sia altissimo, serve solo a non infastidire la visione dei cittadini dal di fuori della struttura carceraria. Un cittadino francese dice di non riuscire a comprendere perché, giorni dopo la scarcerazione, ritenuto pericoloso e sgradito, non sia ancora stato riaccompagnato alla frontiera. Una signora senegalese è detenuta nel centro perché non le è stato consentito il ricongiungimento con il marito che ha regolare contratto di lavoro in Italia.
La domanda che mi pongo di fronte a tale visione terrificante, è se questo è il sistema più consono e razionale per gestire la richiesta di sicurezza, peraltro creata strumentalmente dal governo. Il senatore Mauro Marino, parla di "limbi" che possono diventare pericolosi, dove accanto a chi ha commesso un reato, è rinchiusa gente inerme che dovrebbe avere la possibilità di altri percorsi di integrazione. La senatrice Magda Negri mette in evidenza il problema delle pessime condizioni psico-fisiche in cui gli ospiti (che definisce "straniti") si trovano, e che sarebbe necessario perseguire la via dei rimpatri volontari assistiti, cercando soluzioni per chi torna a casa. La senatrice Anna Rossomando evidenzia i limiti e gli effetti perversi del pacchetto sicurezza,che viola i principi fondamentali dello stato di diritto, dove non vengono valutate le situazioni relative alle singole persone, della responsabilità individuale, e non generalizzato come ora avviene all'interno dei Cie. Sostiene inoltre che la durata della permanenza (sei mesi) è troppo lunga. Bruno Mellano dei Radicali, al quale pongo la domanda relativamente alla situazione di quello che è il trattamento e la tutela dei diritti, nonché le norme sull'immigrazione, e del "reato di clandestinità" nel resto dell'Europa, risponde sostenendo che loro quando erano al Parlamento europeo, hanno posto la questione alla Commissione Diritti Umani, facendo una battaglia specifica.
L'elemento specifico dell' Europa e la cittadinanza, e purtroppo l' Italia su questo ha aperto la strada ad una degenerazione, però in effetti è vero che (come dice Emma Bonino), rispetto al fenomeno dell'immigrazione, o dei flussi globali fra il sud e l'est del mondo, non ci sono dei paesi che hanno avuto delle risposte adeguate, ma le risposte dell'Italia sono le peggiori, anche rispetto al fatto che si tratta di un Paese con molta costa. Inoltre manca la consapevolezza che queste persone sono una risorsa per il nostro paese, in agricoltura come nei mestieri più umili, loro sono indispensabili, si pensi al lavoro di cura svolto dalle badanti. Dobbiamo interrogarci come sia possibile essere più all'altezza dei nostri principi costituzionali, e delle dichiarazioni universali dell'uomo, per fronteggiare il problema della sicurezza all'interno però di un regime che sia europeo, e rispettoso dei diritti umani.
fonte: Affaritaliani
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venerdì 23 ottobre 2009
Traffico di umani: un italiano truffa 68 dominicani, cerco un giornale che riporti la notizia
La legge italiana di fatto impedisce l'immigrazione regolare in Italia, infatti è possibile chiedere il permesso per motivi di lavoro un solo giorno ogni due anni circa. In quell'occasione un datore di lavoro italiano deve invitare un cittadino extracomunitario che si trova all'estero a lavorare presso di lui (come l'ha conosciuto?) poi si attende circa un anno e mezzo per avere la risposta (ne avrà ancora bisogno?). Questo meccanismo spinge molte persone a credere a chi promette vie più facili per accedere al nostro paese.
Questa è la storia di Adriana che come altre 67 persone ha creduto a un italiano molto attivo a Santo Domingo. Adriana ha 24 anni, studia all'università più antica delle americhe farmacologia, ha un figlio e lavora in una ricevitoria del lotto. Viene avvicinata dal nostro connazionale che le offre, in cambio di 2.000 euro un posto di lavoro in Italia, regolare e ben retribuito (oltre 2.500 euro al mese). Adriana ci pensa un po', poi inizia a chiedere prestiti a banche e usurai per raccimolare i soldi necessari al viaggio. Qualche mese in Italia le permetterebbero di cambiare vita e tornare in Repubblica Dominicana con una cifra sufficiente per garantire un futuro a suo figlio. Non ha soldi per pagare l'università che lascia, viene lasciata a casa dal lavoro perchè, con una partenza in vista, non conviene al suo datore di lavoro.
Il nostro onesto lucratore aveva un giro di 68 persone a cui arrivava a chiedere anche 7.000 euro per organizzare il viaggio, aveva messo insieme un gruzzolo di oltre 130.000 euro rubandoli a persone disperate e in cerca di un'illusione. Poi è sparito lasciando che la polizia arrestasse la sua complice e dandosi latitante, magari ricongiungendosi con qualche camorrista italiano che sull'isola abbondano.
Queste sono le storie che gli onesti italiani costruiscono lontano dalla loro patria giocando sporco, speculando sulla disperazione delle persone e sulla rigidità della legge italiana. Cerco un giornale disposto a raccontare questa storia, così sapremo perchè all'estero non siamo sempre amati.
fonte: www.kuda.tk
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giovedì 15 ottobre 2009
CDA PROIBITO PER DONNE E STRANIERI
Nell’autunno del 2007 nessuna italiana compariva nella classifica Top 25 businesswomen in Europe del Financial Times . Nella FT Top 50 women in world business del 25 settembre 2009 appaiono invece Emma Marcegaglia e Diana Bracco: un fatto che sembrerebbe suggerire enormi passi in avanti in un intervallo assai breve. (1)
IL PROFILO DEI CONSIGLIERI
Sfortunatamente, la composizione dei consigli d’amministrazione delle società del Mib30 mostra che la situazione rimane critica. Su 466 cariche consiliari, soltanto undici sono ricoperte da donne. (2) In ben ventidue società non siede nessuna donna, mentre soltanto in due – Fininvest e Saipem – il peso femminile supera, di poco, il 10 per cento del consiglio. Marina Berlusconi, occupa due incarichi (Fininvest e Mediobanca), dunque le amministratrici sono solo dieci. Hanno però un profilo demografico ed educativo interessante: sono più giovani (meno di 52 anni di media per le otto amministratrici di cui disponiamo dell’età) e qualificate (otto laureate sulle nove per cui abbiamo il dato) rispetto alle élite italiane in generale. Altrettanto interessante notare come in questo piccolo campione ci sia una donna straniera, Ana Maria Botìn, che siede nel consiglio di Generali.
L'altra caratteristica della governance delle grandi società italiane è infatti la presenza ancora modesta di amministratori stranieri, in particolare tra gli indipendenti. Il dato grezzo di 67,5 posizioni sempre su 466 cariche appare significativo, ma è fuorviante: in alcuni casi, soprattutto nelle banche (Carige, Mps, Mediobanca), gli amministratori non-italiani rappresentano gli interessi di azionisti esteri e si può sostenere che pertanto non apportano un contributo addizionale di esperienza e di contatti rispetto a quello che già consegue all’internazionalizzazione della proprietà. In altri, invece, la presenza di qualche manager straniero in posizioni apicali è il riconoscimento dell’elevato grado di internazionalizzazione produttiva, vuoi per la natura sui generis della proprietà (una famiglia italo-argentina per Tenaris, Goldman Sachs per Prysmian), vuoi per il ruolo delle acquisizioni all’estero nel permettere la crescita dimensionale (Lottomatica, Saipem e UniCredit, ma anche Generali). Amministratori indipendenti stranieri sono presenti in maniera significativa soltanto in Fiat – Roland Berger, René Carron e Ratan Tata – e Telecom – sempre Roland Berger e Jean Paul Fitoussi. (3) Oltre a Berger, tedesco, sono tre gli amministratori stranieri che siedono in più di un consiglio: il francese Antoine Bernheim (Generali e Intesa Sanpaolo), il tedesco Dieter Rampl (Mediobanca e UniCredit) e il tunisino Tarak Ben Ammar (Mediobanca e Telecom). In compenso, nei trenta principali consigli d’amministrazione italiani non si corre il rischio di incontrare un cinese, un brasiliano, un sudafricano, un giapponese e, con l’eccezione di Tata, un indiano. Fortunatamente, Franco Bernabè siede nel board di PetroChina, la maggiore società al mondo per capitalizzazione.
Perché questa situazione dovrebbe essere fonte di preoccupazione? Perché numerosi studi empirici trovano una relazione positiva significativa tra diversità del board, con presenza di donne, di stranieri e di determinate minoranze, e performance societaria. (4) Ma anche perché questi dati confermano che la scarsa mobilità delle élite italiane è un problema non solo generazionale, ma anche di background: tutti uomini, se possibile italiani.
fonte e articolo completo su LaVoce.info, che si invita a sostenere
Etichette: italia, lavoro, stranieri
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martedì 13 ottobre 2009
Picchia due ragazze che si baciano «Al nostro paese c’è la lapidazione»
Infastidito dalle effusioni amorose tra due ragazze, un gruppo di magrebini l’altra sera in zona Portello a Padova ha usato le maniere forti: ne ha scaraventata una a terra e ricoperta di improperi. Tutto perché aveva palesato il più naturale dei sentimenti, l’amore, nei confronti di una sua coetanea. Un amore insano agli occhi di chi viene da un paese di stretta osservanza musulmana, dove l’omosessualità maschile è diffusa anche se è un tabù di cui non parlare mai e quella femminile quasi un crimine. Che può costare anche il linciaggio: «Al nostro paese queste cose vengono punite con la lapidazione », ha sibilato uno dei tre nordafricani in faccia alla ragazza lesbica dopo averla spinta a terra. Poi il giovane magrebino, evidentemente alticcio a giudicare dall’alito, ha riferito la giovane aggredita, se ne è andato via, sputando a terra in segno di disprezzo.
Il brutto episodio di intolleranza è successo l’altra notte in quartiere Portello. In un bar noto per essere «gay friendly», una ragazza di origini brasiliane stava ballando in compagnia della fidanzata. Tra un ballo e l’altro, un po’ per sfida nei confronti della compagna dello stesso sesso ed un po’ perché forse aveva bevuto uno spritz di troppo, la giovane si è intrattenuta in ammiccamenti sempre più espliciti con un’altra giovane del gruppo. La cosa non è andata giù alla fidanzata ufficiale che è andata su tutte le furie trascinando fuori dal locale l’innamorata per chiarire il suo comportamento. Ma più della baruffa tra compagne a scaldare gli animi è stato l’intervento non richiesto di un gruppo di magrebini che aveva assistito alla scena. Spintoni ed insulti hanno convinto una terza donna che ha assistito alla scena a chiamare la polizia.
fonte: Corriere della sera
lunedì 21 settembre 2009
Rassegna stampa estera: immigrazione, ronde, razzismo e Lega Nord
La Reuters è andata ad interpellare James Walston, professore di Politica Italiana all’Università Americana di Roma ed esperto di fiducia di molte testate straniere, il quale ha espresso la sua preoccupazione:
“Non c’è dubbio che il razzismo stia diventando più visibile… ed è destinato a diventare ancora peggio: in parte a causa dell’economia (..) E’ pericoloso perché l’estrema destra è marginale in molti paesi, ma non qui”
Nel seguito dell’articolo, l’agenzia di stampa ha criticato l’iniziativa del governo italiano di creare delle ronde dei cittadini per la sicurezza:
L’Italia ha uno dei più nutriti contingenti di forze dell’ordine d’Europa – con 324.000 agenti nel 2006, circa il doppio di quelli britannici, rispetto ad una popolazione nazionale di entità simile. Questo mostra, secondo alcuni, che l’Italia non ha bisogno di arruolare dei dilettanti e che dovrebbe piuttosto concentrarsi sul vero nemico: i circoli di crimine organizzato come la siciliana Cosa Nostra. “Lo stato sta esternalizzando le sue responsabilità sulla sicurezza. E’ uno sviluppo profondamente allarmante che potrebbe incoraggiare atti di ostilità”, ha affermato James Goldston, capo della Open Society Justice Initiative. “L’Italia ha un profondo problema con i diritti umani, forse più di qualsiasi altra nazione in Europa occidentale”
Il Times ha dedicato un lunghissimo reportage - dal titolo enfatico “Little Hitlers“, al fenomeno delle ronde, che non sembra vedere di buon occhio:
Con così tanta attenzione concentrata sulle buffonerie a sfondo sessuale dell’estroverso premier, è stato permesso a questo brutto sottofondo di razzismo di diffondersi in maniera quieta ed insidiosa. La decisione di Berlusconi di legalizzare le ronde sta suscitando particolare allarme
fonte: Polisblog
Etichette: italia, lega nord, stampa
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