perchè questo blog?

L'Italia è diventata da anni paese di immigrazione ma da qualche tempo si registra un crescere di fenomeni di razzismo. Dopo la morte di Abdul, ucciso a Milano il 14 settembre 2008, ho deciso che oltre al mio blog personale avrei provato a tenere traccia di tutti quei fenomeni di razzismo che appaiono sulla stampa nazionale. Spero che presto questo blog diventi inutile...


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lunedì 26 aprile 2010

Stravicenza, insulti razzisti a un immigrato

Insulti a sfondo razziale durante la Stravicenza. Vittima un ragazzo di colore; responsabili un gruppetto di giovani e meno giovani vicentini. L'accusa: lo avrebbero insultato in maniera molto pesante, soprattutto per il colore della sua pelle, dopo che era intervenuto in difesa di un amico (italiano) che stava discutendo con un altro concorrente.
Il giovane F. O., non ancora 18 anni, ha formalizzato una articolata denuncia in procura (che ha aperto un'inchiesta) sostenendo di essere stato vittima di ingiurie e minacce a sfondo razziale; non ha voluto fare querela per le lesioni perchè, pur essendo caduto, non si era rivolto al pronto soccorso per lievi traumi e soprattutto perché la sua, dice, «è una questione di principio».
I fatti contestati sono avvenuti durante l'ultima edizione della Stravicenza, la manifestazione podistica giunta alla decima edizione e che si ispira ai valori più alti dello sport, non certo a quelli del razzismo.
Il ghanese, figlio di immigrati ma residente da anni nel Vicentino, dove si è ben integrato (frequenta le superiori ed è iscritto ad una società sportiva), aveva in animo di partecipare alla gara, perchè avrebbe qualità nella corsa. Nelle settimane precedenti, però, era stato vittima di un infortunio e per questo aveva deciso di essere presente alla passeggiata di qualche chilometro in centro città.
In base a quanto è stato ricostruito, l'episodio è avvenuto lungo viale Mazzini, fra il teatro e la questura. L'africano ha spiegato che stava camminando con alcuni amici, in mezzo alla gente, e di fianco a lui due persone sono entrate in contatto. Uno ha subito un pestone, o una ginocchiata, e l'altro gli ha risposto per le rime dando vita ad una breve discussione. Uno dei contendenti era amico dell'africano, che è corso in sua difesa. A quel punto gli amici dell'altro, una mezza dozzina di persone, lo hanno allontanato a spintoni, facendolo cadere a terra, e offendendolo in maniera assai pesante. Come? Le solite frasi idiote: «Negro di m... senti quanto puzza, sai di m..., tornatene a casa fra i tuoi negri... rimetti piede qui quando sarai bianco... Quelli come te bisognerebbe bruciarli da piccoli», e via discorrendo.
Il giovane è rimasto molto turbato. A suo dire, in tanti anni che vive in Italia, non gli era mai successa una cosa del genere.

fonte: Il Giornale di Vicenza

venerdì 30 ottobre 2009

Vittoria, ghanese pestato da due giovani incensurati sotto gli occhi di una scolaresca

C'è molto di razzismo nella selvaggia aggressione a un cittadino ghanese avvenuta il 19 ottobre scorso presso largo Melodia a Vittoria. «Noi italiani e tu no», con questa ignobile giustificazione due giovinastri vittoriesi, G.F.G e D.F., 20 anni entrambi, incensurati, avrebbero trovato il pretesto per picchiare con una tavola in legno con dei chiodi un giovane di colore, giudicato guaribile in 3 giorni per trauma cranico minore e contusione all’emitorace destro.

Il giovane è stato trasportato in ospedale con l’autoambulanza. Il fatto s’è verificato il 19 ottobre, ma la notizia è stata divulgata dal Commissariato solo ora. I due sono stati denunciati a piede libero per lesioni personali aggravate da motivi di discriminazione razziale.

I particolari rivelati dagli inquirenti del Commissariato in qualche modo sono agghiaccianti. C’è il pericolo che una bravata compiuta da due balordi possa scatenare altri problemi seri alla difficile integrazione fra immigrati e locali.

Secondo la versione fornita dalla vittima, tutto sarebbe partito dagli sguardi fra ghanese e vittoriesi. I due vittoriesi si sarebbero sentiti «molestati» dallo sguardo del ghanese. Per tale motivo il giovane di colore sarebbe stato aggredito a calci e pugni. Tutto davanti a una scolaresca di passaggio, perché la vittima nel tentativo di fuggire ha cercato di ripararsi dietro la maestra che assisteva una classe di bambini di terza elementare, che ha assistito terrorizzata all’episodio di violenza ha vomitato per lo spavento.

fonte: Corriere di Ragusa

giovedì 1 ottobre 2009

Insulti razzisti tra baby calciatori

È accaduto nella gara disputata in via della Roggia con il Fiume Veneto-Bannia Multa alla squadra pordenonese e squalifica di un suo giocatore per 5 giornate. «Un avversario gli ha ripetuto "sporco negro torna a casa" Altre offese da un genitore»

Calcio e razzismo. Dalla serie A fino ai campionati giovanili. Una piaga che si sta allargando pericolosamente a macchia d'olio, visto anche l'allarmante episodio che ha rovinato due domeniche fa una giornata di sport giovanile sul campo udinese nella zona di San Rocco. Di fronte le formazioni giovanissimi regionali dei padroni di casa dei Rangers e del Fiume Veneto-Bannia. Preso di mira durante la partita e al termine della gara un giocatore ghanese in forza ai Rangers, insultato e offeso con frasi di stampo razzista dagli avversari e da alcuni tifosi della squadra pordenonese. Fatto censurabile e reso ancora più grave perché stiamo parlando di ragazzini di 13 anni e di genitori che dovrebbero dare il buon esempio e, in questo caso, invece sono i primi a manifestare preoccupanti atteggiamenti razzisti. Perché è questo quanto è successo sul campo dei Rangers.
Nel racconto del presidente della società udinese Mauro Marrandino, che ha anche inoltrato una testimonianza scritta alla Federcalcio regionale per segnalare l'accaduto, c'è tutta l'amarezza per una giornata di sport macchiata dall'atteggiamento ignorante di alcune persone.
«Per tutta la durata della partita il nostro giovanissimo attaccante è stato fatto bersaglio da un avversario di insulti che avevano come argomento il colore della sua pelle - spiega Marrandino -. "Sporco negro torna a casa", tra gli epiteti che il tredicenne ghanese ci ha riferito di aver subito. Qualcosa di inconcepibile che alla fine della partita ha rischiato di far nascere una mini-rissa in campo, scongiurata soltanto dal pronto intervento dei dirigenti delle due squadre».
La tensione si è spostata fuori del terreno di gioco, sulla tribunetta dove erano presenti i genitori dei baby-calciatori. «Il papà del ragazzo del Fiume Veneto ha cominciato a inveire contro il nostro giocatore - aggiunge il presidente dei Rangers - con frasi irripetibili. E quando io ho cercato di farlo ragionare, di fargli capire che cosa stava dicendo, è sbottato con ulteriori offese razziste arrivando al punto di affermare di essere orgoglioso di sentirsi razzista. "I negri e i terroni dovrebbero tornarsene a casa loro", ha urlato abbandonando il campo, trovando ancora da dire con qualche nostro dirigente. A quel punto gli altri genitori del Fiume Veneto si sono dissociati e un paio di mamme ha chiesto personalmente scusa agli amici del nostro ragazzo africano presenti a vedere la partita».
Un comportamento sia nel rettangolo di gioco, sia al di là della rete di recinzione che non è sfuggito all'arbitro della partita che nel suo referto ha riportato tutto per filo e per segno: e ieri il giudice sportivo regionale è intervenuto con il pugno pesante, squalificando il giovane giocatore del Fiume Veneto per cinque giornate e irrogando un'ammenda di 500 euro nei confronti del club della Destra Tagliamento per responsabilità oggettiva nella «condotta gravemente ingiuriosa posta in essere da alcuni propri sostenitori, dopo la fine della gara, nei confronti di un giocatore della squadra avversaria; tale condotta, comportante grave offesa per motivi di razza, assume carattere di particolare gravità in quanto le espressioni di discriminazione sono state proferite al termine di un incontro fra squadre della categoria Giovanissimi (nati negli anni 1995 e 1996), nei confronti di un giovane calciatore di appena 13 anni della squadra dell'Asd Rangers».
«Mi dispiace per il Fiume Veneto - conclude Marrandino -, si trova a pagare per causa di un paio di persone ignoranti che poi non sono neppure dirigenti. Tra noi e loro non c'è alcuna acredine, anzi abbiamo già parlato della partita di ritorno: pranzeremo tutti assieme, dirigenti, giocatori e genitori per dimostrare che il nostro calcio è comunque pulito. E pulito vogliamo che rimanga».

fonte: Messaggero Veneto

sabato 13 dicembre 2008

Nel rifugio-lager di Rosarno "Viviamo tra i topi e la paura"

I sopravvissuti alle odissee che hanno dovuto affrontare per arrivare fin qui, in fuga da paesi in guerra o stremati da ingiustizie e povertà, derubati e minacciati dalla teppa internazionale che governa il traffico dell'emigrazione africana, ora sono qui. Alloggiano alla "Rognetta", dentro baracche di cartone e bambù, nell'ex deposito alimentare diroccato, senza neache il tetto, in pieno centro di Rosarno - paese commissariato per infiltrazioni mafiose - a poche decine di metri dalla scuola elementare, in mezzo al fango, ai topi e a una carcassa di montone, sgozzato qualche giorno fa da un macellaio magrebino.

Sono qui a centinaia, tutti giovani dell'Africa sud sahariana e magrebini solo perché, in questo periodo dell'anno, sono la mano d'opera più ambita nella zona, dove è tempo di raccolta di agrumi. Ogni mattina i pullmini dei caporali si presentano davanti alla "Rognetta", o nell'ex cartiera abbandonata di S. Ferdinando (paese vicino, anche questo commissariato) dove vivono assiepati come maiali da macello più di settecento persone, in condizioni igieniche spaventose dentro baracche puzzolenti, due metri per tre, con quattro, cinque o sei letti.

Ognuno di loro, a parte le revolverate di qualche cittadino locale, ha finora imparato a conoscere il nostro Paese senza mai incontrare neanche un rappresentante delle pubbliche istituzioni. Gli unici presenti sul posto sono quelli di Medici Senza Frontiere (MSF), qui da settembre con un presidio sanitario d'emergenza, identico a quelli che sono abituati ad allestire in tutto il mondo nelle zone più difficili, impervie e pericolose, come lo Zimbawe, il Mianmar, il Nord Kivu, il Darfur. Distribuiscono sacchi a pelo e garantiscono l'assistenza sanitaria a gente che letteralmente non ha più nulla, se non le braccia per lavorare fino a 12 ore al giorno per 20 euro, in mezzo ai campi di arance, dove per arrivarci devono anche pagare il trasporto: due euro e mezzo all'andata e altrettanto per il ritorno.

"Le patologie più frequenti - dice Saverio Bellizzi, un giovane medico di MSF, ematologo, ma già con lunga esperienza sul campo in Vietnam - sono le difficoltà di respirazione, dovute al freddo, ma soprattutto al fumo prodotto dal fuoco che accendono nel capannone, tra le baracche di cartone, per cucinare e riscaldarsi". Diffusi anche problemi di depressione: "Molti di loro - dice Cristina Falconi, responsabile del progetto MSF nella zona - vicono questo degrado come una sconfitta dalla quale non si riprenderanno più. quando telefonano a casa dicono che va tutto bene e sono proprio queste bugie che dicono anche a se stessi, a renderli ancor più tristi".

"Se venite in Ghana, nel mio paese, siate certi che non vi tratteremmo così" dice con orgoglio Edward, 27 anni, di Accra, che si elegge a portavoce. "Se ci devono far vivere come animali in gabbia, tra i topi e la paura della gente che fuori di qui ci spara pure addosso, perché ci chiamano per raccogliere le arance? Si decidano: o serviamo, e allora vorremmo essere trattati un po' meglio e lavorare dignitosamente, oppure ce ne torniamo nei nostri paesi. Qui non ha più senso stare".

fonte: Repubblica

mercoledì 19 novembre 2008

Sporco negro

Pestaggi e umiliazioni. Vittime: rumeni, marocchini, ma soprattutto neri. Mentre c’è chi minimizza («solo episodi»), in un paese armato di rabbia e di paura si moltiplicano le aggressioni agli immigrati

Non crederai mica di poter entrare dappertutto solo perché adesso ha vinto Obama». Comincia così, davanti a una discoteca padovana, il viaggio al termine dell’intolleranza italiana, in questa notte della convivenza che si lascia dietro insulti, rabbia, botte e sprangate come non se n’erano mai viste: il catalogo è deprimente, ma è questo. Si chiama Pietro, ha 24 anni, studia Economia a Ca’ Foscari, l’università di Venezia, e ha deciso di passare la serata al Victory di Vicenza, una discoteca. Gli amici entrano, lui si attarda a parlare con uno di loro, poi, alla porta d’ingresso, quelle parole: «Non crederai mica di poter entrare dappertutto solo perché adesso ha vinto Obama». Pietro è un cittadino italiano di colore: aveva 4 anni quando i suoi genitori lo hanno adottato, strappandolo al mattatoio del Burundi. Lui e altri due piccoli ai quali avevano sterminato la famiglia, tutti e tre figli della coppia: operatori penitenziari ai quali non resta che presentare un esposto in Procura perché a Pietro è stato impedito di entrare in un pubblico locale per motivi razziali, per il colore della sua pelle. Alla faccia dell’articolo 3 della costituzione, che troppi sembrano aver dimenticato, mentre un ripasso farebbe proprio bene: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Quelli della discoteca si sono difesi dicendo che il ragazzo non è stato fatto entrare perché ubriaco, anche se l’uscita su Obama dimostra tutt’altro, ma Pietro li smentisce. E suo padre aggiunge: «Non vogliamo avere ragione a tutti i costi, ma vogliamo la verità». La stessa frase pronunciata, un mese fa, dal padre di Emmanuel Bonsu, il 22enne ghanese che dichiarò di essere stato pestato, a Parma, dai vigili urbani. Pestato, ingiuriato, obbligato a spogliarsi e a fare piegamenti con una bottiglia di acqua in testa. Quindi rispedito a casa con una busta, con sopra vergate le sue generalità: «Emanuel Negro». Anche quelli si difesero, accusando il ragazzo di essere il palo degli spacciatori e di aver fatto resistenza a pubblico ufficiale, ma la scorsa settimana il pm che segue il caso ha squarciato il velo su quelle false accuse e sui reati di cui dovranno rispondere gli agenti, dieci in tutto: percosse aggravate, calunnia, ingiuria, falso ideologico e materiale, violazione dei doveri d’ufficio, con l’aggravante dell’abuso di potere. Emmanuel è stato operato all’occhio tumefatto ma ha ancora paura di uscire da casa, perché ha ricevuto cinque lettere di minaccia, come non fosse bastato sentirsi dire, dentro il comando: «Confessa, scimmia. Sei solo un negro». Chi siano quei dieci, lo decida il lettore.

«Episodi isolati», ha fatto sapere il sindaco di Parma. Certo quei vigili non devono aver dato il buon esempio se, dieci giorni dopo la notizia del pestaggio, Boakye Danquah, 35 anni, anche lui ghanese, è stato aggredito su un bus da due albanesi che si sono sentiti molto bianchi e molto autorizzati a farlo sloggiare dal sedile che occupava nel bus, mandandolo all’ospedale. Razzismi di seconda mano, matrioske dell’intolleranza, come quello dei due romeni che, a Ragusa, lo scorso 24 ottobre, hanno aggredito un somalo, al grido di «sei un nero» regalandogli una prognosi riservata e regalandosi un’accusa di tentato omicidio, aggravato dall’istigazione razziale.

Una sorta di reazione a catena, il più debole – oggi, il nero – a soggiacere: una rivalsa-parificata per l’intolleranza e le aggressioni che anche a romeni e albanesi tocca subire. Pure da morti. «Bruciate ancora rumeni di merda», hanno scritto il 2 ottobre su un muro di Sesto San Giovanni, accanto al luogo dove, pochi giorni prima, un ragazzino romeno era morto a causa di un incendio.

Romeni e albanesi sono, nel sondaggio Ispos-Magazine, i meno sopportati tra gli immigrati. I reati odiosi di cui alcuni connazionali si sono macchiati hanno fatto spesso terra bruciata nei giudizi sulle due comunità, specie quella romena (la più numerosa oggi in Italia, con quasi 500mila presenze), che ha ereditato anche il ruolo di capro espiatorio: se ai tempi del delitto di Erika&Omar a Novi Ligure all’inizio fu caccia all’albanese, oggi la parte tocca al romeno, come accaduto il 2 novembre a Bolzano, quando un ragazzo di 16 anni, che aveva rotto una porta-finestra, non ha trovato di meglio, per giustificarsi, che simulare una rapina ad opera di due romeni, rimediando una denuncia alla procura dei minori. Ed è romena Ana Demian, 21 anni, studentessa di economia che, a Cagliari per il progetto Erasmus, s’è vista rifiutare una camera per via della sua carta d’identità, nonostante lo spot «Piacere di conoscerti» che il governo romeno manda in onda sulle reti televisive italiane. Ed è albanese Stefano M, 19 anni, in coma, a Genova, per le sprangate ricevute da un tizio di Cogoleto che frequentava il suo stesso oratorio e che da tempo lo minacciava: «Sporco albanese, prima o poi ti ammazzo ». Fino a quando non ci ha provato, sfondandogli il cranio, nonostante i carabinieri fossero già stati messi sull’avviso, per via delle continue provocazioni razziste. È accaduto a metà ottobre, a un mese di distanza dall’omicidio, a Milano, di Abdul Guibre detto Abba, cittadino italiano originario del Burkina Fasu, sospettato dai gestori di un bar, padre e figlio, di aver preso dei biscotti dal banco e sprangato a morte. E dalla strage di Castelvolturno, sei neri ammazzati dalla camorra, per dare un segnale, subito raccolto dalle scritte razziste apparse sui muri di Roma: «Minime in Italia: Milano -1, Castelvolturno -6». La temperatura dell’odio.

Ma poi, episodio davvero isolato, quello degli agenti municipali di Parma? Mica vero se lo scorso 25 settembre, quattro vigili urbani di Milano sono stati condannati (pene tra i 3 anni e gli 8 mesi) per aver fermato senza motivo una donna ucraina, averla denunciata come ambulante, insultata e presa a schiaffi, fabbricando persino prove a suo carico e falsificando i verbali. E il senegalese Diop Moussa ammanettato e scaraventato a terra il 9 ottobre davanti agli occhi del figlio (e dei suoi compagni) che aveva appena accompagnato a scuola per un diverbio con i vigili sul parcheggio dell’auto? Sì, sempre a Milano, dove un lavavetri romeno, il giorno seguente, ha accusato un agente municipale di averlo picchiato, davanti a 4 testimoni. Reazioni? «Andiamoci cauti, niente caccia alle streghe».

Allora lasciamo le strade e saliamo su un bus. Per esempio su quello che va da Bergamo a Seriate, dove due studentesse raccontano a L’Eco di Bergamo ciò a cui hanno assistito: quando una donna ha dichiarato di non trovare più il cellulare, il controllore si è avvicinato a un romeno, decidendo che fosse lui il ladro, facendogli togliere il giubbino, poi il resto fino a intimargli di levarsi le mutande. Niente, del telefonino nessuna traccia, ma il controllore non s’è fermato: ha tolto 70 euro dal portafoglio dell’uomo e li ha dati alla donna come indennizzo, gridando dietro al romeno, durante il prelievo: «Metti le mani qui che ti spacco le dita e ti mando all’ospedale».

Certo, c’è anche il bus di Ozzano dell’Emilia, nel Bolognese, dove è stato denunciato un autista che ha fatto inginocchiare sullo scuola-bus un bambino marocchino di 11 anni «perché non stava buono». E poi c’è la storia di Varese, sempre in ottobre, che fa tornare alla mente Rosa Parks e quell’autobus di 50 anni fa, a Montgomery, Alabama, visto che ad Anna, 15enne di origini maghrebine, i compagni di viaggio, studenti lombardi, prima hanno detto «marocchina di merda» e poi l’hanno obbligata a cedere il posto «non suo, perché non italiana». A suon di botte: per Anna occhi pesti, collare cervicale e naso rotto.

E la politica? Non resta a guardare: ribolle di indignazione o soffia sul fuoco. Specie se in campagna elettorale. Finendo, a volte, per scottarsi. Come a Trento, dove la Lega ha coperto la città di manifesti con lo slogan: «Dellai ha rovinato le piazze, noi le ripuliamo». Nell’immagine immigrati e poliziotti nei giardini di piazza Dante. Senonché i due tizi ritratti sul manifesto, cittadini polacchi incensurati, non hanno gradito la scelta di passare per delinquenti e nonostante l’onorevole leghista Fugatti abbia spiegato che era solo un messaggio «perché i giardini devono essere trentini », i due hanno denunciato per diffamazione il suo partito. Anche se, proprio in Trentino, ci sono nuovi esempi di integrazione come racconta l’ingresso dei bambini marocchini nella Sat, lo storico sodalizio dell’alpinismo. Eppure di questi tempi è come se i mille esempi di convivenza, che hanno fatto l’Italia degli ultimi anni, fossero messi in mora da quest’aria che tira e che libera folate di rabbia pure sulla storia, a suo modo esemplare, di Gabriel Bogdan Ionescu, il giovane pirata informatico romeno, condannato in primavera a 3 anni e un mese dal Tribunale di Milano per i suoi traffici di hacker bancario e ora primo classificato al test di ingresso alla facoltà di Ingegneria Informatica del Politecnico di Milano. Come se il genio (matematico, nel caso) dovesse fare la fila e chiedere permesso (magari di soggiorno) per trovare lavoro.

Pregiudizio. Ostilità. E violenza. Il catalogo dell’ultimo mese non è finito ed è davvero impressionante: a Figline, in Toscana, sono stati condannati, con l’aggravante del razzismo, due giovani italiani che hanno sprangato due operai kosovari; poi ci sono stati i raid di Roma: uno contro un ragazzo cinese, uno contro tre immigrati di origine egiziana; e quello di Castronno, in provincia di Varese, dove un naziskin ha picchiato dei dominicani. «Sporco marocchino vai a cucinare a casa tua», pronunciato da standisti del Salone del Gusto, ha innescato una rissa a Torino, dove venti giorni prima, il 9 ottobre, è stata rinviata a giudizio la donna che ha insultato una donna, sempre di origini marocchine, a colpi di «Hitler aveva ragione». E «sporco negro» per Assuncao Benvindo Muteba, 24 anni studente angolano, massacrato di botte a Genova, mentre più fantasia ha mostrato quella maestra elementare di Milano che alla mamma di un bambino di colore, da lei adottato, ha urlato: «Signora, riporti suo figlio nella giungla».

Variante infantile dell’invito «torna in Africa a mangiare le banane» pronunciato l’11 ottobre da un giocatore del Novendrate, campionato provinciale comasco, all’avversario Cheikh Cissé e, il 19 ottobre, da un arbitro di basket pavese nei confronti di un giocatore della Bopers Casteggio, durante un incontro di serie D. Perché lo sport non resta mai indietro e anzi, su certi temi - le curve insegnano - detta persino la linea. E accade così che il cerchio, sui razzismi di casa nostra, si chiuda in un campo da calcio, molti chilometri più a sud, due domeniche fa. E nel nome del nuovo presidente Usa - che ha fatto pure da incipit a questo viaggio - citato dalla rabbia di chi, e sono tanti, a casa nostra è rimasto spiazzato dall’esito dell’elezione americana, visto che a Mahamadou Sakho, portiere senegalese del Sogliano, campionato d’Eccellenza pugliese, hanno gridato dietro, sì , «sporco negro», ma aggiungendo all’insulto «fratello di Obama». A imperitura difesa della pura razza italiana.

fonte: Il Corriere della Sera

martedì 14 ottobre 2008

Parma, giovane ghanese preso a pugni: non voleva cedere il suo posto sul bus

Ancora un espisodio di violenza a Parma nei confronti di un extracomunitario. Gli hanno intimato di spostarsi, di alzarsi dal sedile dell'autobus su cui si trovava, per cedere loro il posto: ma lui ha detto di no. Per tutta risposta lo hanno preso a pugni e insultato. È successo a Parma, sulla linea numero 6, nella zona della stazione: vittima del brutto episodio, un giovane ghanese che si stava recando al lavoro, a Sala Baganza, ad una quindicina di chilometri dalla città emiliana. Due stranieri, presumibilmente albanesi, da quanto raccontato dal giovane alla polizia intervenuta sul posto, lo hanno minacciato, costringendolo a suon di botte a lasciare loro il posto a sedere. Il giovane ha così chiamato le forze dell'ordine per denunciare l'episodio.

fonte: Corriere della Sera

venerdì 3 ottobre 2008

Parma, polizia municipale sotto accusa

Emmanuel è negro. Non aveva bisogno che glielo scrivessero - stando a quanto racconta - sulla busta che la polizia municipale di Parma gli ha riconsegnato con i suoi effetti personali. Dopo averlo fermato, ammanettato, picchiato, minacciato, insultato, trattenuto al Comando per ore. Lo sa che è negro, che glielo scrivono a fare, si domanda. Stando al suo racconto, Emmanuel Foster Bonsu, che da 6 anni vive a Parma e frequenta le serali all'Itis per diventare progettista meccanico, è certo che la sua versione dei fatti sia quella ufficiale: "Mi hanno fermato al parco Falcone e Borsellino, di fronte alla scuola. Non sapevo chi fossero. Mi hanno preso da dietro e ho cercato di fuggire. Poi mi hanno ammanettato, messo con la faccia a terra, puntato la pistola, picchiato".

Emmanuel vive in via Euclide, zona orientale della città. La sua famiglia è arrivata a Parma 13 anni fa, con il ricongiungimento ottenuto dal padre Alex. Emmanuel ha quattro fratelli, due ragazzi e due ragazze. Studiano tutti. La più piccola, Priscilla, ha 10 anni. "Mai nessun fatto di intolleranza, di razzismo", tiene a precisare il papà. "Quando ci ha chiamato, dopo tre ore al Comando della polizia municipale, non potevamo crederci. Siamo arrivati, l'abbiamo visto con l'occhio gonfio e abbiamo deciso di sporgere denuncia. Mio figlio non ha mai spacciato. Si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato". Al parco Falcone i vigili urbani in borghese hanno arrestato un maghrebino per possesso di stupefacenti. Emmanuel è stato fermato perchè gli agenti pensavano fosse il 'palo'. "Prima di entrare a scuola sono andato al parco per fare un giro in bici - ha spiegato il giovane -. Ho sentito una voce dietro di me: 'Fermati, fermati', mi hanno preso le mani. Io ho avuto paura e ho provato a fuggire, perchè erano in borghese e non sapevo che erano vigili urbani. Poi sono arrivate altre persone, mi hanno picchiato, mi hanno messo a terra, con un piede sulla testa e una pistola puntata. Dopo che mi hanno perquisito, mi hanno portato in macchina. In tasca hanno trovato un lucidalabbra, sei euro e l'abbonamento dell'autobus". Cercavano la droga. "Sì, ma io non sono uno spacciatore. Nella sede del Comando mi hanno fatto spogliare, mi hanno obbligato a firmare dei documenti. Io volevo chiamare i miei, ma non me l'hanno permesso. Alla fine ho ceduto, e ho firmato. E' lì che, dopo quattro ore, mi hanno riconsegnato i documenti".

fonte: Peacereporter