perchè questo blog?

L'Italia è diventata da anni paese di immigrazione ma da qualche tempo si registra un crescere di fenomeni di razzismo. Dopo la morte di Abdul, ucciso a Milano il 14 settembre 2008, ho deciso che oltre al mio blog personale avrei provato a tenere traccia di tutti quei fenomeni di razzismo che appaiono sulla stampa nazionale. Spero che presto questo blog diventi inutile...


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giovedì 15 aprile 2010

Padre Alex Zanotelli caricato dalla polizia a Napoli. "Li state mandando in un lager, dovete passare su di me", e così è stato. Condividi

"Sono bambini. Li state mandando in un lager. Dovete passare su di me". Ma la furia di chi obbedisce al governo e alla legge che punisce gli immigrati non risparmia neanche un uomo di chiesa, padre Alex Zanotelli. Pur di far partire in fretta in una camionetta i nove africani della "Vera D.", pur di chiudere la questione che ha agitato il porto di Napoli e le coscienze nell'ultima settimana, senza il minimo rispetto hanno buttato a terra persino il sacerdote che difende i diritti civili e si prodiga per l'umanità. Sta bene, il paladino di chi non ha voce e lotta per sopravvivere, ma è tornato a casa addolorato, come chi ha sostenuto una battaglia persa.

Intorno alle 21 la protesta era davanti ai garage della questura in via dei Fiorentini: "Siamo tutti clandestini" gridavano i manifestanti. Organizzazioni umanitarie, centri sociali, la Cgil con Jamal Quoddorack che hanno seguito dall'inizio la vicenda. L'assessore Giulio Riccio e il sindaco Iervolino vanno via aprendo le braccia: "Non c'è niente da fare". Ma Zanotelli resta, con i suoi collaboratori, tra i quali Felicetta Parisi, che è in lacrime. "Li abbiamo visti, li abbiamo visti bene, erano vicino a noi - piange - non c'è alcun dubbio che sono minorenni", riferendosi alla querelle sull'età dei cinque clandestini più giovani, tre dei quali erano stati giudicati maggiorenni dall'ospedale dove erano stati visitati. "Anche secondo il parere dei medici ospedalieri l'età scheletrica era intorno ai 18 anni - dice ancora Parisi - ma ci sono due anni di scarto in quell'analisi. Me ne assumo io la responsabilità. Sono un medico, un pediatra: erano minori. Li hanno spediti in un lager. Questa è una ignominia, una vergogna, viviamo l'epoca della disumanità".

Padre Zanotelli ha salito le scale della questura ed è tornato indietro poco dopo amareggiato: "Non c'è niente da fare, li portano via". Intanto i celerini si radunavano sotto il palazzo. "Dopo ore di trattative, di promesse, all'improvviso è arrivata la celere e abbiamo capito che li avrebbero portati a Brindisi - dice il sacerdote - Eppure c'era la richiesta di asilo politico, il Comune aveva trovato per loro una sistemazione". Zanotelli viene accompagnato dai collaboratori, a proseguire nel racconto è Felicetta Parisi: "Quando Alex è sceso noi ci siamo messi davanti al garage da dove doveva uscire la camionetta - dice - Zanotelli voleva stendersi per terra, voleva protestare contro questo sopruso. E ha detto ai poliziotti: "Nessuno ha chiesto a questa gente che cosa ha fatto nell'ultimo mese, come ha vissuto, di che cosa ha bisogno. È una vergogna. Per me potete passare sul mio corpo, prima di prenderli". Allora è scoppiato un tafferuglio, i poliziotti si sono lanciati verso di noi e Alex è stato scaraventato per terra".

I collaboratori del sacerdote, indignati, denunciano: "Per ore la questura ha portato avanti quello che sembrava un dialogo. Era falso. Per la prima volta Napoli, la città dell'accoglienza e dell'umanità, si è macchiata della strage degli innocenti. Lo sanno tutti i Cie sono dei lager".

Fonte: Repubblica

giovedì 10 dicembre 2009

Treviso, Gentilini: "No ai parroci stranieri"

«Sacerdoti stranieri? No grazie». A dire la sua sui sacerdoti non italiani alla guida delle parrocchie è il vicesindaco Gentilini, che si giustifica così: «Finirebbero per essere semplici funzionari ecclesiastici - dice Gentilini - Il parroco invece deve conoscere la sua gente».

Tutto questo viene detto mentre svela il crocifisso di ferro nel giardino di palazzo Rinaldi, opera da lui voluta dopo la polemica sul simbolo sacro nata dopo la sentenza di Strasburgo.

Dichiarazioni fatte a margine della cerimonia quelle di Gentilini. «Giudico negativa la carenza di sacerdoti - premette il vicesindaco - Quando un parroco deve gestire più parrocchie, non si radica nel territorio. Devono conoscere i loro cittadini». Cosa che, secondo Gentilini, non può fare un super-parroco né tantomeno un sacerdote di origine straniera, figure sempre più diffuse in zone come Genova e Firenze e che talvolta, con la loro presenza, «tamponano» la crisi di vocazioni dei nostri connazionali.

«Gli stranieri non conoscono le tradizioni», dice il prosindaco. Sopra di lui si erge il crocifisso in ferro battuto opera di Claudio Rottin, artista di Carbonera, voluto dal vicesindaco dopo la sentenza del Parlamento europeo che vieterebbe la presenza del simbolo cristiano nelle classi e contro cui la Lega ha combattuto un’aspra battaglia.
«Riaffermiamo così la nostra cristianità» dice Gentilini. Alla cerimonia mancano rappresentanti del clero. Il crocifisso è stato messo nel giardino di palazzo Rinaldi in tutta fretta, prima di Natale, e pare senza particolari autorizzazioni o richieste.

All’ombra della croce Gentilini si lascia andare anche a un commento sul probabile nuovo vescovo di Treviso, il francescano Gianfranco Agostino Gardin. «Sono contento - dice -. Spero introduca uno spirito innovativo, ma senza disconoscere la tradizione. E poi la chiesa deve guadagnarsi la simpatia dei giovani».

fonte: La Tribuna

martedì 8 dicembre 2009

La Padania attacca Tettamanzi "Ma è un vescovo o un imam?"

"Onorevole Tettamanzi", titolava a tutta pagina la Padania di ieri. Nell'articolo, un affondo ancora più pesante: "Cardinale o imam? Se lo chiedono in molti. Tettamanzi la città la vive poco". L'attacco del quotidiano della Lega all'arcivescovo di Milano arriva a freddo, due giorni dopo il Discorso alla città, annuale omelia in occasione della festa patronale di Sant'Ambrogio. Discorso nel quale l'arcivescovo di Milano ha bacchettato la giunta di Letizia Moratti e le istituzioni sui temi della moralità e dell'accoglienza, esortando gli amministratori a far rifiorire il tradizionale "solidarismo ambrosiano".

Alla Padania non sono piaciute le critiche del cardinale alla recente raffica di sgomberi che ha messo sulla strada 250 rom di un accampamento abusivo alla periferia della città. Tema caro al Carroccio ribadito anche ieri sera il suo leader Umberto Bossi che da Milano, dove ha incontrato il sindaco Moratti per l'inaugurazione del presepe a Palazzo Marino, ha detto: "La gente oltre alla cristianità dà peso alla tradizione e si sente sicura quando la tradizione è rispettata". Tradizione "a rischio - secondo il ministro delle Riforme - se facciamo venire troppa gente che porta le proprie di tradizioni", e da salvare e proprio con simboli della cristianità come il presepe.

fonte: Repubblica

martedì 24 novembre 2009

Rom a Milano. Due sgomberi in tre giorni.

Prima dal campo abusivo di via Rubattino, poi - all'alba - dal sottopasso dove avevano passato la notte. Ecco come un centinaio di nomadi romeni - tra loro almeno quaranta bambini - sono arrivati, ieri mattina, ad occupare una chiesa, la parrocchia di Sant´Ignazio alla periferia nord-est di Milano. Seduti sui banchi, con le loro masserizie accumulate in fondo alla chiesa, hanno aspettato che si trovasse un posto per passare questa notte e le prossime non al freddo, per strada. Un gesto non puramente simbolico, perché solo dopo dodici ore di trattative e solo grazie alla disponibilità della Curia e delle altre associazioni cattoliche della città è stata trovata una soluzione temporanea per le donne e i bambini che, fino allo sgombero, frequentavano le scuole del quartiere e stavano iniziando un percorso di integrazione.

Una giornata di tensione e di febbrili tentativi di mediazione, dopo la decisione del Comune di usare il pugno di ferro con gli irregolari che vivono a Milano. In via Rubattino, giovedì, le forze dell´ordine hanno sgomberato un campo abusivo dove si sono raccolti, dopo l´estate, nomadi già cacciati da altri insediamenti. In un continuo pellegrinaggio erano arrivati in quell´area malsana. Il Comune, sin da subito, ha fatto sapere che c´era posto in comunità solo per le donne con figli sotto i sette anni. I bambini più grandi sarebbero stati divisi dalle mamme e portati in altri alloggi. Inutile il presidio in prefettura per chiedere il tendone della Protezione civile: il Comune ha posto il veto. Un braccio di ferro - con il corollario di uno scarico di responsabilità tra istituzioni - che ha portato i nomadi a rifugiarsi vicino a un ponte della stessa zona. È qui che ieri mattina sono andati i vigili, per sgomberarli di nuovo.

Accompagnati dai volontari delle associazioni, i nomadi sono arrivati nella chiesa del quartiere Feltre. Il parroco ha rifiutato l´intervento delle forze dell´ordine. «La Chiesa accoglie tutti», è la frase che più volte, nella lunga giornata, ripeteranno anche dalla Curia, farà arrivare anche il cardinale Tettamanzi. Il Comune a fine serata riesce a trovare posto solo per sette donne con figli al seguito nel dormitorio di viale Ortles. Tutte le altre - una settantina, compresi i bimbi - vengono portate nelle case di accoglienza di parrocchie e centri cattolici, dove potranno restare almeno per qualche giorno.

Gli uomini vengono ospitati per la notte in un salone della stessa parrocchia. I nomadi hanno assistito alla messa del pomeriggio che don Mario ha concluso con un messaggio dei parroci del decanato. Chiedendo di evitare strumentalizzazioni e invitando anche i rom a cercare di integrarsi, ha sollecitato «le istituzioni pubbliche a occuparsi urgentemente e in maniera lungimirante del problema evitando di dilazionare gli interventi necessari».

Nelle stesse ore il sindaco Moratti partecipava a un convegno alla Casa delle carità diretta da don Virginio Colmegna. Lei ribadiva che il Comune «ha dato un´opportunità di accoglienza a mamme e bambini e loro l´hanno rifiutata», don Colmegna sottolineava: «È urgente cercare insieme nuove forme di convivenza per uscire da una cultura dello scontro e della paura».

fonte: Repubblica

sabato 7 novembre 2009

Roma, ordinanza lavavetri. Scontro tra Vescovo e Alemanno

L'ordinanza del sindaco di Roma Gianni Alemanno sui lavavetri (multa di 100 euro per chi viene sorpreso ai semafori) continua a destare forti perplessità negli ambienti ecclesiastici. Dubbi che hanno spinto il cardinale vicario Agostino Vallini ad invitare il sindaco, ricevuto questa mattina nel Palazzo del Laterano, a trovare misure alternative alle multe. Il cardinale si è detto infatti «preoccupato per i segnali di intolleranze verso gli immigrati e per la recente ordinanza», sottolineando «il malessere da lui raccolto nella comunità ecclesiale, in tanti cittadini, come pure da parte di alcuni rappresentanti delle istituzioni». Secca la risposta di Alemanno a chi gli chiedeva se, dopo l'incontro con il cardinale Vallini, avesse intenzione di ritirare l'ordinanza sui lavavetri: "Assolutamente no".

LE PERPLESSITA' DEL CARDINAL VALLINI "La domanda di legittima sicurezza dei cittadini che la pubblica Amministrazione ha il dovere di tutelare non può non essere coniugata con il diritto naturale di ogni uomo alla sopravvivenza e alla ricerca di condizioni per una vita dignitosa". Il Cardinale Agostino Vallini, Vicario del Papa per la diocesi di Roma ha espresso con queste parole al sindaco Gianni Alemanno - ricevuto in mattinata nel Palazzo del Laterano - la sua preoccupazione suscitata dalla recente Ordinanza contro i lavavetri, facendosi portavoce anche del "malessere" da lui raccolto nella comunità ecclesiale, in tanti cittadini, come pure da parte di alcuni rappresentanti delle istituzioni. Il Cardinale Vallini, pur consapevole della complessità del problema, ha invitato il sindaco ad "individuare iniziative e strumenti alternativi e integrativi che mostrino il volto umano della città e siano di sprone ai cittadini a non guardare soltanto ai propri interessi ma al bene di tutti, promuovendo così la pace sociale ed una credibile testimonianza educativa alle nuove generazioni".

fonte: Affaritaliani

giovedì 3 settembre 2009

Arriva il nuovo parroco nero, ma il sacrestano non gli dà le chiavi della chiesa

Quando il sacrestano non c’è la chiesa resta chiusa, almeno se il prete è di colore. Don Teofilo Netupete, originario del Congo è stato da poco nominato parroco di San Terenzo Monti, una piccola frazione del comune di Fivizzano.

Si è presentato davanti alla chiesa dove avrebbe dovuto celebrare la messa, ma l’ha trovata chiusa e tale sarebbe rimasta se una donna non gli avesse dato le chiavi.

Il sacrestano non c’era, mancava per motivi di salute, ma si è rifiutato di consegnare le chiavi al nuovo parroco. Intanto nel paese si vocifera di pregiudizi razziali, ma Don Teofilo Netupete non commenta, già lo conoscevano tutti.

fonte: BlizQuotidiano

mercoledì 20 maggio 2009

Tettamanzi, l’Expo e la solidarietà: «Milano smarrita, torni capitale morale»

Una città smarrita, frantumata, in­cattivita. Cadono i miti in questa Milano con poco orgoglio e molte paure. Era la città dell’accoglien­za. Oggi si discute di apartheid in metrò. Soffia un vento di intolleranza: e a volte il Duomo sembra un fortino assediato. Tempo fa sventolava uno stri­scione della Lega: «Vescovo di Kabul». C’è chi esa­gera, anche con le minacce. Il cardinale Dionigi Tettamanzi considera gli im­migrati una risorsa e parla a una città che ha perso un po’ della sua anima. «La diversità è sempre un problema — dice — ma noi dobbiamo avere la vi­sta lunga dei profeti, preparare il domani. L’inte­grazione è più avanti di quel che si pensi: basta im­parare dal mondo dei ragazzi, recuperare un po’ della loro saggezza». C’è una paura che nasce dal­l’egoismo, dall’assenza di visione. «Alla Milano di oggi manca la consapevolezza del suo ruolo, della sua responsabilità verso i propri abitanti e il Paese, della sua vocazione europea». Non c’è futuro senza solidarietà, gli ha scritto una giovane studentessa. La lettera è diventata il titolo del suo ultimo libro. Con la crisi bisogna ri­tessere tessuti sociali sfilacciati, riscoprire la so­brietà, lavorare per una convivenza più umana. «Dobbiamo assumerci tutti le nostre responsabili­tà — spiega — chi non lo fa non è solo inutile, è anche dannoso». La notte di Natale ha messo a di­sposizione dei nuovi poveri e di chi ha perso il po­sto qualcosa di suo e poi ha detto: ai poveri le case dei preti. Certi immobili del clero sono troppo grandi, possono essere usati da chi ha più biso­gno. È il concetto del buon samaritano. Si sono per­se queste pratiche solidali nella città di Milano? «No. La solidarietà non si è persa a Milano. Ne ho prove concrete. Il Fondo Famiglia-Lavoro ha raccolto in poco più di quattro mesi 4,3 milioni di euro tra la gente. E al tempo stesso nelle parroc­chie sono state donate ingenti quantità di denaro per i terremotati d’Abruzzo, in Quaresima dalle mille comunità della Diocesi sono scaturiti senza clamore altrettanti rivoli di solidarietà che hanno dissetato i bisogni di tanti poveri assistiti dai mis­sionari ».
...
Questa forma di soli­tudine genera in sequenza paura, chiusura, rifiuto dell’altro, specie se portatore di una diversità. Co­me purtroppo accade verso gli immigrati».
Trova una maggior difficoltà nella borghesia di oggi a donare un po’ del superfluo per chi ha bisogno?
«Da sempre l’esercizio della carità — un eserci­zio discreto, silenzioso, evangelico — è patrimo­nio per tante famiglie di ogni estrazione sociale. È un modo per essere responsabili verso la società. Piuttosto mi domando se esista ancora la borghe­sia della Milano dei decenni scorsi...».
Dov’è Milano e dove sono i milanesi è una do­manda ricorrente in questi giorni. Qual è la Mi­lano che si vede dalla stanza del cardinale?
«Milano è una città che sfugge alle semplifica­zioni immediate e chiede tempo e perspicacia per essere conosciuta e amata. Io vedo una Milano ge­nerosa nell’aiutare ma talora diffidente ad aprirsi e a intrecciare legami di conoscenza e arricchimen­to reciproco, specie se l’altro è portatore di qual­che diversità. Vedo anche una città piena di ener­gia, di creatività, di risorse, con la fatica però a fa­re sistema, a dare piena espressione alle proprie potenzialità attraverso progetti concreti e condivi­si di grande respiro e di corale coinvolgimento. L’Expo rappresenta, in questo senso, una grande chance».
Tra polemiche e ritardi, la partenza però non è stata incoraggiante. Bisognerebbe spiegare a Milano cos’è Milano, riunire le tante radici posi­tive in un disegno comune...
«Ci sono oggi tante città impenetrabili: la città della fiera, la città della moda, della finanza, di un gruppo etnico, le periferie, il centro storico... Ma solo una città che ritrova l’ambizione della pro­pria identità civica — pensata come sintesi viva delle sue tante originalità — può tornare a fare ap­passionare al bene comune e a suscitare il deside­rio di una partecipazione responsabile. Una città così ritiene dovere fondamentale garantire un’abi­tazione decorosa ai suoi abitanti, si preoccupa di tutelare tutti e in modo particolare i deboli. Se in­vece si alimentano le contrapposizioni questa identità non si realizza, l’atteggiamento della cor­responsabilità decresce e scompare, ad alcune ca­tegorie di persone non vengono riconosciuti tutti i diritti».
...
Come dovrebbe essere la politica dell’acco­glienza nella legalità?
«Occorre intervenire per regolare doverosa­mente il fenomeno migratorio, garantendo la lega­lità, attivandosi di concerto con le altre nazioni e le istituzioni sovranazionali, sempre nel rispetto dell’inviolabile dignità di ogni persona. Una digni­tà spesso umiliata nei paesi d’origine degli immi­grati: non possiamo dimenticare da quali condizio­ni fuggono coloro che bussano alle nostre porte. La politica deve muoversi — ma qui le lacune so­no evidenti — sul piano della progettazione, per immaginare e realizzare modelli di convivenza e di integrazione, aggregando tutte quelle forze so­ciali, culturali, educative, istituzionali che ne han­no competenza. Chiesa compresa».

fonte: Corriere della Sera

martedì 10 febbraio 2009

Famiglia Cristiana: leggi razziali

L'Italia si incammina «verso il baratro delle leggi razziali». Famiglia Cristiana è durissima, si scaglia contro il Carroccio come forse mai era accaduto in passato. Ma richiama anche quei cattolici della maggioranza che non provano «nessun sussulto di dignità in nome del Vangelo» e dunque «peccano di omissione ». La Lega, con il ministro dell'Interno Roberto Maroni, annuncia querele, confortata da un centrodestra che nell'ufficialità fa quadrato. Ma il malumore per le iniziative leghiste forse non è limitato ai Paolini: in Lombardia, il progetto di legge padano per la creazione di una polizia regionale viene seccamente bocciato dagli alleati.

L'editoriale di Famiglia Cristiana è di fuoco: «Il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba, che spira nelle osterie padane, è stato sdoganato nell'aula del Senato della Repubblica ». Come? Con i «medici invitati a fare la spia e denunciare i clandestini, i cittadini che si organizzano in associazioni paramilitari al pari dei bravi di don Rodrigo, i registri per i barboni, i prigionieri virtuali solo perché poveri estremi, i permessi di soggiorno a punti e costosissimi». Insomma: «La "cattiveria", invocata dal ministro Maroni, è diventata politica di governo» e si è «varcato il limite che distingue il rigore della legge dall'accanimento persecutorio».

fonte: Il Corriere della Sera

mercoledì 28 gennaio 2009

UN RAPPORTO SU RAZZISMO, DISCRIMINAZIONE E MEZZI D'INFORMAZIONE

“Di fronte al moltiplicarsi di atti di discriminazione e violenza nei confronti dei cittadini stranieri, abbiamo sentito la necessità di ascoltare e far ascoltare la voce dei cittadini stranieri, e proprio le loro testimonianze ci hanno permesso di capire quale sia la reale incidenza di questi episodi”; nasce da qui l’idea dell’inchiesta promossa dalle associazioni Naga e Cospe per monitorare il modo in cui i mezzi d’informazione hanno affrontato la questione, secondo Pietro Massarotto, presidente del Naga, che ha presentato oggi a Milano il rapporto intitolato “Razzismi quotidiani”. In un mese, dal 24 ottobre al 24 novembre 2008, sono stati intervistati 580 cittadini stranieri ed esaminati gli articoli pubblicati sui principali mezzi d’informazione nazionali e locali allo scopo di mettere a confronto l’informazione con l’esperienza quotidiana dei cittadini stranieri, confronto che ha evidenziato il verificarsi diffuso di atti di violenza e discriminazione a danno di questi ultimi. “Facevo la badante, quando non c’è stato più bisogno di me mi sono incontrata con la figlia della signora per fare il trattamento di fine rapporto. Mi ha chiesto di firmare dei fogli… io le ho chiesto se potevo prima leggerli, lei si è arrabbiata e mi ha mandato via senza pagarmi”: è la testimonianza di una donna salvadoregna, ma numerosi sono i racconti di episodi di questo genere. Ad almeno una persona su cinque è capitato di essere trattata male dalle forze dell’ordine, a una su cinque di dormire per strada, a tre su 10 di essere offese sui mezzi pubblici e di essere guardate male per strada, ad altrettante di non essere pagate per un lavoro e a più della metà del campione di perdere all’improvviso il lavoro. Per il 65% degli intervistati, la vita in Italia è cambiata negli ultimi tempi e, per la grande maggioranza, in modo negativo. Secondo il rapporto “Razzismi quotidiani”, spesso gli immigrati non sono neanche rappresentati come persone, ma sono piuttosto ridotti a una nazionalità, come se si trattasse di un gruppo omogeneo: “Non si riesce – ha detto Massarotto – a considerarli persone, con speranze, paure, aspettative e vite ciascuna differente dall’altra”.

fonte: Misna

lunedì 5 gennaio 2009

Risposta ad una lettera

Lettera

Risposta

Le migrazioni, nell’epoca contemporanea, costituiscono una delle questioni centrali e, per le proporzioni che stanno assumendo, uno dei fenomeni più urgenti e gravi dei Paesi dell’Occidente. L’attuale andamento della globalizzazione, come ormai si constata, è fattore di ulteriore disuguaglianza tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Interi gruppi umani fuggono dalle zone di guerra e di miseria, e si spostano forzatamente verso il Nord del mondo, alla ricerca di condizioni di vita sostenibili.

Le migrazioni, anche in Italia, sono entrate ormai nella seconda fase, che non riguarda soltanto persone singole, ma anche gruppi e aggregazioni. I problemi non ammettono soluzioni semplicistiche, che tanto più attraggono quanto più sono demagogiche e velleitarie. Una giusta e solidale convivenza rende necessaria una legislazione che riconosca diritti e doveri sia dei migranti sia dei cittadini delle nazioni che li accolgono. La sicurezza è da garantire, ma non deve diventare un pretesto per non fare nient’altro e per non distinguere tra l’irregolare e il delinquente.

Nel nuovo e irreversibile contesto pluriculturale e plurirazziale, fino a che punto ci si può spingere nell’accettazione delle tradizioni di vita di chi arriva da altre tradizioni? Come dev’essere la società perché sia a servizio delle persone e dei diversi gruppi umani che la compongono? La risposta, a breve e a lungo termine, va trovata nella costruzione di una società che non si limiti a tollerare (e sarebbe già tanto!), ma si impegni a includere le differenze nel riconoscimento e valorizzazione delle rispettive identità di chi ospita e di chi è ospitato.

La Chiesa cattolica è stata ed è presente al migrante con il suo ricco insegnamento, con le varie istituzioni: la fondazione Migrantes, la Caritas a livello internazionale, nazionale, diocesano, parrocchiale; ha avviato cattedre universitarie e, tra queste, la Scalabrini International Migration Institute.

Rispetto a un passato anche recente, il migrante non è considerato dalla Chiesa semplicemente come il povero e il bisognoso e, quindi, in termini di assistenza e beneficenza, ma come soggetto di diritti e portatore di valori. Non è visto unicamente come prestatore di lavoro, ma come soggetto di una libera storia. C’è da domandarsi, però, fino a che punto il qualificato insegnamento della Chiesa ha raggiunto le coscienze dei fedeli, modificandone il pensiero e il comportamento nel privato e nel pubblico, e ha condizionato la politica del nostro Paese.

La Chiesa pratica una pastorale per i migranti (singoli e associati) che comporta importanti scelte politiche. Le comunità ecclesiali svolgono una funzione di facilitazione dell’insediamento nel territorio: sul piano culturale, contrastando gli atteggiamenti xenofobi; sul piano politico, favorendo politiche di inclusione e integrazione; sul piano sociale, offrendo servizi alle persone, in particolare agli strati più deboli, compresi gli immigrati irregolari.

La missione di annunciare e praticare l’ospitalità verso lo straniero è una caratteristica della cattolicità (universalità) della Chiesa, che è segno e strumento dell’unità della famiglia umana.

fonte: Famiglia Cristiana