Quando ha chiamato i carabinieri per denunciare di essere stata derubata, stuprata e ferita alla gola dal suo ex compagno le hanno controllato i documenti. E poiché non aveva le carte in regola, l'hanno rinchiusa al Cie, il centro di identificazione ed espulsione, di Bologna. È la storia di Adama, donna migrante arrivata in Italia nel 2006, lasciando quattro figli in Senegal da mantenere. La storia che nella Giornata contro la violenza alle donne le associazioni Migranda e Trame di Terra denunciano a gran voce: "Una doppia violenza come donna e come migrante". Con un appello, che corre in rete (www. migranda. org), a tutte le donne e alle istituzioni cittadine: "Liberate subito Adama dal Cie, concedetele un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la propria vita".
Adama è finita al Cie di via Mattei il 26 agosto scorso. Prima ha vissuto a Forlì, lavorando come operaia nell'attesa di ottenere il permesso di soggiorno. Un suo connazionale le ha trovato casa, è diventato il suo compagno, ma ben presto l'uomo, nel racconto drammatico della donna che parla la lingua wolof, si trasforma nel suo aguzzino. Che usa la legge Bossi-Fini come ricatto. "Mi picchiava con schiaffi, pugni e percosse quotidiane, e mi ripeteva fino all'ossessione che il mio essere clandestina mi avrebbe impedito
di cercare aiuto", le parole della donna raccolte nella denuncia, accompagnata dal ricorso contro la sua espulsione, che l'avvocato ha presentato dopo essere riuscito parlare con lei al Cie, insieme ai medici e a un interprete.
Una richiesta di incontro, presentata dopo che la storia della donna è arrivata al Coordinamento migranti, alla Prefettura il 16 settembre. E accordata solo il 25 ottobre. "Ogni giorno lì dentro per Adama è un giorno di troppo - protestano le associazioni - per quattro anni Adama è stata derubata del suo salario, ha subito violenze da un uomo che ha usato la sua clandestinità come arma in suo potere. Quando ha dovuto rivolgersi alle forze dell'ordine, l'unica risposta è stata la detenzione".
Gli stessi medici nella perizia scrivono: "La sua compromessa situazione psicologica non è compatibile con la sua permanenza al Cie". È il dramma dei clandestini. "La Bossi-Fini obbligando le questure ad eseguire le espulsioni fa sì che le persone vittime di reato non possano esercitare i loro diritti nel processo, garantendo impunità ai criminali", spiega l'avvocato. È il dramma di Adama. Di fronte al quale non si può tacere.
fonte: Repubblica
venerdì 25 novembre 2011
Denuncia lo stupro e finisce al Cie Storia di Adama, donna e clandestina
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giovedì 18 novembre 2010
Brescia, espulsi due immigrati guidavano la protesta della gru
Provvedimento di espulsione dall'Italia due egiziani protagonisti della protesta degli immigrati che per 17 giorni sono rimasti sulla gru a Brescia. La decisione era stata anricipata dal viceministro degli Esteri egiziano, con delega ai Rapporti con le comunità all'estero, Muhammad Abdel Hakim, al quotidiano online del Cairo Masrawi. "Le autorità italiane - aveva spiegato - hanno deciso di espellere i due egiziani, Muhammad al-Haja di 28 anni e Muhammad Shaaban di 20, che guidavano la protesta degli immigrati". I due non erano sulla gru, ma sarebbero stati riconosciuti fra i partecipanti al presidio che è stata anche oggetto di cariche della polizia nei giorni scorsi.
Il più grande dei due, detto 'Mimmo', attivista dell'associazione 'Diritti per tutti', è partito alle 14.30 da Malpensa a bordo di un aereo dell'Egyptair. Per impedire l'espulsione dell'immigrato, rende noto un esponente del centro sociale Cantiere di Milano, erano arrivati a Malpensa una quarantina di militanti: con loro anche l'avvocato del migrante, Sergio Pezzucchi, che è stato ricevuto da alcuni addetti della Egypt Air, cui ha consegnato alcuni oggetti personali del suo assistito. Una volta decollato l'aereo, i militanti del Cantiere hanno deciso di lasciare lo scalo e di indire un nuovo presidio a Milano, all'angolo tra via Albricci e via Larga, dove si trova la sede dell'Egypt Air, compagnia che gli antagonisti invitano a boicottare dopo l'espulsione di Mohammed.
"Non ci è stato concesso il tempo di fare ricorso contro il rifiuto della domanda di sanatoria fatta da Mimmo", ha commentato l'avvocato Pezzucchi. "L'espulsione è stata fatta dalla questura di Milano perché Mimmo - ha spiegato il legale - era nel Cie di Corelli da lunedì scorso". Il migrante "aveva una pratica per la sanatoria in corso, ma non abbiamo saputo che la sua domanda era stata respinta fino all'udienza di convalida quando dalla questura è arrivato un fax con il provvedimento di rigetto della domanda di Mimmo, che però non era datato e non aveva alcun segno di notifica al suo datore di lavoro. Non ho motivo di dubitare che la domanda sia stata respinta, ma non ci hanno fornito la documentazione completa. Perciò - ha aggiunto Pezzucchi - volevamo fare ricorso, ma non ce n'è stato dato il tempo". In ogni caso "presenteremo comunque ricorso, magari per farlo rientrare in un secondo momento".
fonte: Repubblica
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martedì 11 maggio 2010
In un CIE non viene curato, ingerisce tre accendini
Un ragazzo marocchino, detenuto nel Centro di identificazione per immigrati di Ponte Galeria, ha ingerito per protesta tre accendini. Il fatto è accaduto ieri sera intorno alle 20; il ragazzo è stato poi ricoverato d’urgenza all’ospedale Grassi di Ostia e sottoposto ad intervento chirurgico.
Alcune testimonianze raccontano che il giovane avrebbe prima chiesto di essere ricoverato per una patologia, e di avere poi ingerito gli accendini. I medici del Pronto soccorso dell’ospedale Grassi hanno poi dichiarato: “L’abbiamo operato intorno alle 22,50 aveva questi tre oggetti incastrati nella parte inferiore dello stomaco. L’operazione chirurgica per l’estrazione, non particolarmente complicata, è riuscita perfettamente e adesso, dopo i 4-5 giorni del decorso post operatorio, sarà rimandato nel Cie”.
fonte: QuartieriOnLine
sabato 8 maggio 2010
Lira, da 10 anni in Italia. Le rimuovono l’auto e la spediscono in Russia
Il caso che qui vogliamo illustrare rientra nelle aberrazioni che scaturiscono dalla realtà (fuorilegge da parte dello Stato) relativa ai rinnovi dei permessi di soggiorno: tempi di attesa lunghissimi e mancata trasparenza delle amministrazioni pubbliche sono cose di cui la storia di una giovane cittadina russa, Lira Ahmetchina, risulta essere, purtroppo, esemplare.
Lira ha vissuto in Italia dal 1998, con un regolare permesso di soggiorno dal 2000 che le è sempre stato rinnovato, anche nelle more della legge Bossi-Fini, poiché disponeva di un regolare contratto di lavoro. L’ultima richiesta di rinnovo risale al febbraio del 2007 e da quel momento Lira, con in mano la ricevuta delle Poste, ha atteso il rinnovo prima dalla questura di Chieti e poi dalla questura di Pescara, dove era stata trasferita la pratica. Uscita e rientrata dall’Italia senza problemi, il 20 gennaio si reca alla stazione dei Carabinieri di Vasto perché le era stata rimossa l’auto e qui le viene notificato che la questura di Pescara non le aveva rinnovato il permesso di soggiorno, viene trattenuta, portata a Roma nel Cie di Ponte Galeria e rispedita a Mosca il 2 febbraio. Probabilmente il cambio di lavoro, pur senza intervallo di disoccupazione, non verificato dall’Amministrazione, potrebbe essere stato all’origine della revoca del permesso, ma è una supposizione visto che le motivazioni dell’atto non sono ancora in possesso del legale. L’immediatezza poi dell’espulsione non ha permesso ulteriori verifiche e così dopo 10 anni di permanenza regolare nel nostro paese e di onesto lavoro, di una vita sociale regolare, Lira si vede vanificato tutto come se fosse una pericolosa terrorista e da Mosca aspetta giustizia.
fonte: Unita
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martedì 6 aprile 2010
UNA STORIA DI RAZZISMO, MA ANCHE DI SOLIDARIETÀ E SPERANZA
Tarik Ouarif ha 39 anni ed è maghrebino, nato a Casablanca, la più grande e popolosa città del Marocco. Dieci anni fa è venuto in Italia, a Bologna, dove si è sempre impegnato per vivere onestamente, lavorando sodo e inviando i risparmi alla famiglia rimasta in patria. "Me ne sono andato via dal Marocco," ha spiegato allo scrittore-attivista Roberto Malini, "perché non avevo alcuna opportunità di lavoro. A Casablanca vi sono tante industrie e un grande porto, ma a volte il problema dell'occupazione è insormontabile. Nell'area urbana, che comprende una parte consistente del Maghreb, vivono 6 milioni di persone, la maggior parte delle quali sopravvive in povertà fin dagli anni 1990. Così un giorno ho deciso di tentare la via dell'Europa e ho scelto l'Italia, quando non si respirava ancora un'atmosfera così ostile agli stranieri". A causa delle leggi anti-immigrazione che in Italia diventavano sempre più rigide e meno attente ai diritti di chi fugge da paesi in crisi umanitaria, Tarik non è sempre riuscito ad avere una residenza e un lavoro regolare. Senza residenza, senza un lavoro "a libri" e senza permesso di soggiorno (le tre condizioni sono purtroppo interdipendenti), Tarik ha vissuto la difficile condizione del "clandestino", divenuta insopportabile dopo l'approvazione del "pacchetto sicurezza": il razzismo, la necessità di vivere nascosto per evitare le retate della polizia, la terribile ipotesi di finire rinchiuso in un Centro di identificazione ed espulsione, la deportazione. Nonostante questo, si è sempre dato da fare per aiutare i fratelli in difficoltà e per provvedere alla famiglia nel suo paese di origine. Un giorno, in preda alla disperazione, Tarik si è messo in contatto con il Gruppo EveryOne. "Aiutatemi. Vivo in una condizione terribile," ha detto a Roberto Malini. "So cosa accade a chi finisce nei Cie italiani, perché i miei connazionali che hanno vissuto quella spaventosa esperienza me l'hanno descritta tante volte. Il terrore, le botte, gli insulti, l'obbligo ad assumere psicofarmaci che ti trasformano in uno zombie, il cibo immangiabile, l'acqua marrone, le malattie, le umiliazioni. Non posso restare il Italia perché intorno a noi c'è ormai solo odio, ma non posso neanche tornare in Marocco, perché l'italia non ha previsto i rimpatri volontari e se desideriamo tornare a casa, dobbiamo passare per l'inferno dei Cie, anche per sei mesi di detenzione. Chiedete a chi ci è rimasto così a lungo, se non ha pensato al suicidio o se non ha tentato di togliersi la vita. Da voi non se ne parla, ma se le associazioni per i Diritti Umani decidessero di intervistare chi è stato nei Cie italiani, sentirebbe cosa incredibili, allucinanti e forse finalmente si farebbe qualcosa per mettere fine a tutto quell'orrore, che colpisce gente che non ha nessuna colpa, se non quella di essere povera. Tarik, che oggi è al sicuro, era uno dei tanti stranieri che vorrebbero abbandonare l'Italia," afferma Roberto Malini, "ma che non possono farlo perché il nostro paese non ha approntato alcun programma di rimpatrio volontario né di rimpatrio umanitario. Abbiamo incontrato il presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il sottosegretario al ministro dell'Interno, Alfredo Mantovano, e li abbiamo letteralmente supplicati affinché, come avviene in altri paesi dell'Unione europea, si agevolassero le persone che intendono tornare in patria, consentendo loro il rinnovo dei documenti scaduti e fornendo loro i biglietti per il viaggio. Fini e Mantovano erano perfettamente d'accordo con noi e ritenevano urgente mettere in atto piani di rimpatrio umanitario. Alle parole e alle promesse, tuttavia, non ha fatto seguito nulla di concreto (lo stesso Fini ci fece rilevare come sia oggi difficile ottenere provvedimenti umanitari da parte del governo, se riguardano gli stranieri). I Cie, con il loro orrore xenofobo, fanno comodo alle istituzioni, che mostrano ai cittadini un volto 'cattivo' e, nel clima attuale di odio razziale che imperversa ovunque, consentono ai politici intolleranti di ottenere, mantenere o amplificare i consensi elettorali. Siamo come nel Terzo Reich, dove le folle acclamavano i persecutori e le loro deliranti ideologie razziste. Tormentare un cittadino marocchino in un Cie per sei mesi costa allo stato italiano una media di 18 mila euro, mentre rimpatriarlo in Marocco - con accordi presso il consolato marocchino per i documenti e le compagnie aeree per il volo - non avrebbe alcun costo. La differenza economica e logistica fra le due linee operative è un investimento a favore della propaganda anti-stranieri, che le istituzioni ritengono, politicamente, un buon affare". Il Gruppo EveryOne - come in molti altri casi - si è fatto carico del rimpatrio umanitario di Tarik, rivolgendosi prima al consolato del Marocco, dove - dietro pagamento di una somma che Tarik non avrebbe potuto sostenere - otteneva il rilascio di un foglio di rimpatrio volontario, quindi assumendosi l'onere del viaggio fino a Casablanca, organizzando un percorso studiato per evitare che Tarik potesse cadere nelle mani delle forze dell'ordine e, nonostante il foglio consolare, finire in un Cie. "Le norme sono contraddittorie," spiega Malini. "Per avere il passaporto avremmo dovuto attendere troppo tempo e i rischi di arresto sarebbero aumentati. Molti stranieri sono finiti nei centri-lager nonostante avessero fogli consolari di riimpatrio. Inoltre, abbiamo dovuto spostare Tarik da Bologna, dove la caccia allo straniero è capillare e spietata, ad altra località, più sicura. Senza passaporto, però, era impossibile rimpatriare Tarik con un volo, perché è un documento essenziale per ottenere il biglietto aereo. Così abbiamo dovuto seguire metodologie di viaggio alternative, via terra". Giunto a Casablanca, però, Tarik aveva un'altra amara sorpresa. "Una volta in patria," prosegue Malini, "Tarik è stato convocato in questura. Le leggi marocchine prevedono che chi emigri per vie irregolari - ovvero 'clandestinamente' - sia soggetto una volta tornato in patria a una pena detentiva senza possibile sospensione pari a due mesi. Tarik ci ha chiamati immediatamente, anche perché le carceri del Marocco, pur non raggiungendo le condizioni inumane dei Cie, non sono certo luoghi di villeggiatura e in esse si verificano innumerevoli abusi. Per fortuna, con il pagamento di una sanzione amministrativa, si può estinguere la pena. Il mio gruppo ha immediatamente pagato la multa, consentendo all'uomo di ricominciare un'esistenza a casa sua, partendo da zero ma evitando la persecuzione che colpisce in misura sempre più diffusa e grave i poveri nel mondo, con leggi e provvedimenti che si pongono in antitesi con le costituzioni, gli accordi internazionali e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che - almeno a parole - tutelano l'essere umano che si sposti dal proprio paese in cerca di condizioni di vita più tollerabili".
fonte: IMG PRESS
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martedì 2 febbraio 2010
Centri per migranti: in 12 dentro a un container di 25 metri quadri
Centri per migranti in Italia, zone di extraterritorialità: una "no man's land" con alte mura di cinta, filo spinato e sbarre di ferro vigilate da agenti armati e, all’interno, alloggi isolati dal resto della struttura da inferriate e cancelli serrati. Dentro, come nel caso di Foggia e Crotone, 12 persone pigiate in container fatiscenti di 25 metri quadrati. Si mangia per terra o sulle brande, si sopravvive a fatica. In quello di Roma si è attesa carta igienica e sapone per due settimane. Spesso il disagio trova sfoghi violenti, che però restano quasi sempre nascosti dietro le mura di recinzione: gesti di autolesionismo, incendi dolosi e vandalismi, suicidi, sommosse. E’ un mondo buio e spesso senza diritti quello descritto nella relazione firmata da Medici senza Frontiere sulle strutture italiane per i migranti. Sono temi importanti, ci sono di mezzo civiltà e futuro, e saranno ripresi giovedì 4 febbraio, alle 15,30, in un convegno aperto al pubblico nella Sala conferenze della Camera dei deputati.
L'INDAGINE - L’ indagine è basata su due diverse visite condotte da medici, infermieri e psicologi di Medici senza Frontiere a distanza di otto mesi, tra il 2008 e il 2009, in 21 centri suddivisi nelle tre differenti categorie tra CIE, Centri di identificazione ed espulsione, CARA, Centri di accoglienza per richiedenti asilo e CDA, Centri di accoglienza disseminati sul territorio nazionale (vedi scheda). E il quadro di soprusi è allarmante: «I centri per immigrati sembrano operare come enclave con regole, relazioni e dimensioni di vita propri, senza controlli esterni e di indicatori di qualità». Secondo l'indagine di Msf, la gestione dei centri per migranti, nonostante siano stati istituti ormai da più di un decennio, sembra ancora ispirata da un approccio di emergenza e in larga parte lasciata alla discrezionalità dei singoli enti gestori. «Basta un fatto per spiegare il contesto di questo sistema -spiega Ronaldo Magnano - per questi centri, a differenza di quanto deve avvenire anche per un canile, non serve nessuna certificazione della sanità pubblica». E Medici senza Frontiere denuncia anche la scarsa trasparenza. «Ci siamo trovati di fronte a un atteggiamento ostile da parte dei gestori, incontrando difficoltà nel condurre liberamente l’indagine, subendo limitazioni e dinieghi nell’accedere in determinate aree. Emblematici i casi dei centri di Lampedusa e del Cie di Bari dove è stata negata dalla Prefettura l’autorizzazione a entrare nelle aree alloggiative, nonostante la visita di Msf fosse stata comunicata con diverse settimane di preavviso».
fonte: Corriere della Sera
lunedì 18 gennaio 2010
Giallo un immigrato morto a San Vittore Il Comitato antirazzista: "Si è suicidato"
"Ennesimo suicidio in carcere". La denuncia del comitato antirazzista di Milano si riferisce alla morte di Mohammed El Abbouby, detenuto nordafricano vittima delle esalazioni di una bomboletta del gas da campeggio nella sua cella a San Vittore. Gli agenti lo hanno trovato in fin di vita e lo hanno accompagnato in ospedale, dove è morto.
Luigi Pagano, provveditore regionale alle carceri lombarde, ritiene però che non si sia trattato di suicidio: "Stava scontando una pena di sei mesi in regime aperto e tra un mese sarebbe uscito. E non aveva dato segni particolari di malessere, tanto che lo avevamo inserito tra i lavoranti". Pagano ha disposto comunque l'apertura di un'inchiesta interna e un fascicolo d'indagine è stato aperto anche dalla procura di Milano.
L'ipotesi alternativa al suicidio è che si sia trattato di un incidente: il ragazzo avrebbe inalato il gas, come fanno a volte i detenuti con problemi di tossicodipendenza, e avrebbe perso conoscenza. Mohammed El Abbouby, 25 anni, era stato arrestato il 15 agosto in occasione della rivolta del centro di identificazione in via Corelli, sempre a Milano, e condannato con l'accusa di danneggiamento, incendio e resistenza a pubblico ufficiale.
Il Comitato considera El Abbouby "l'ennesima vittima del razzismo di uno stato che semina morte in ogni dove, in nome della democrazia imperialista che rappresenta". "Speriamo almeno - è scritto in un comunicato - che la sua morte possa servire a riscaldare i cuori e gli animi di coloro che, forse divorati dall'assuefazione, ritengono ancora che la lotta contro i Cie assuma un senso poco più che simbolico, o che sia una battaglia specifica, proprietà politica di una qualche parrocchia in cerca di gloria o rappresentanza".
Altri quattro immigrati saranno processati per un'altra rivolta avvenuta a novembre al Corelli. Se fosse confermata l'ipotesi del suicidio, sarebbe il sesto caso in Italia dall'inizio dell'anno.
fonte: Repubblica
giovedì 10 dicembre 2009
Cie, le nuove 'carceri' per gli immigrati
Entrando si ha la netta e sgradevole sensazione di essere in un carcere vero e proprio, Il centro si trova nell'area urbana, all'interno non c'è nemmeno un piccolo cespuglio di verde, il muro di cinta è altissimo, grigio, e numerose telecamere sono collegate alla sala di "controllo" centrale. All'interno la struttura è dotata di "cessi" alla turca, docce con il basamento in acciaio, e i lavandini oltre che per lavarsi, sono utilizzati anche per il bucato. Ci sono dodici angusti monolocali da utilizzare per i "casi particolari": coppie, famiglie e transessuali.
Il tutto si affaccia su un cortile. Molte sono le barriere e le sbarre ai finestroni e all'ingresso, i letti sono tutti fissati al pavimento con dei bulloni, perché, spiegano i guardiani, così non si possono sradicare e trasformare in armi improprie. La corrente elettrica viene rigorosamente tolta alle due di notte. Le persone rinchiuse all'interno del centro, al passaggio della delegazione, urlano che "stare lì, è peggio che essere in carcere, ci trattano come animali". Il riscaldamento è bassissimo e fa un freddo cane, c'è la corda con i panni stesi, il barbiere è a disposizione solo una volta alla settimana. I posti letto che ora sono 90, entro la fine di gennaio raddoppieranno, e l'appalto per la gestione per i prossimi tre anni, sarà affidato alla Croce rossa militare, con operatori in tuta mimetica, proprio come a Guantanamo.
Si pensi che il contratto è di 3,6 milioni l'anno, e il periodo massimo di permanenza dei trattenuti, ieri 50 uomini per lo più magrebini, e 15 donne di provenienza varia, è stato portato a 180 giorni. Un tempo inconcepibilmente lungo, anche a causa delle condizioni di detenzione, una vera violazione dei più elementari diritti umani. Il fatto che non siano più alloggiati nei container, e che il muro sia altissimo, serve solo a non infastidire la visione dei cittadini dal di fuori della struttura carceraria. Un cittadino francese dice di non riuscire a comprendere perché, giorni dopo la scarcerazione, ritenuto pericoloso e sgradito, non sia ancora stato riaccompagnato alla frontiera. Una signora senegalese è detenuta nel centro perché non le è stato consentito il ricongiungimento con il marito che ha regolare contratto di lavoro in Italia.
La domanda che mi pongo di fronte a tale visione terrificante, è se questo è il sistema più consono e razionale per gestire la richiesta di sicurezza, peraltro creata strumentalmente dal governo. Il senatore Mauro Marino, parla di "limbi" che possono diventare pericolosi, dove accanto a chi ha commesso un reato, è rinchiusa gente inerme che dovrebbe avere la possibilità di altri percorsi di integrazione. La senatrice Magda Negri mette in evidenza il problema delle pessime condizioni psico-fisiche in cui gli ospiti (che definisce "straniti") si trovano, e che sarebbe necessario perseguire la via dei rimpatri volontari assistiti, cercando soluzioni per chi torna a casa. La senatrice Anna Rossomando evidenzia i limiti e gli effetti perversi del pacchetto sicurezza,che viola i principi fondamentali dello stato di diritto, dove non vengono valutate le situazioni relative alle singole persone, della responsabilità individuale, e non generalizzato come ora avviene all'interno dei Cie. Sostiene inoltre che la durata della permanenza (sei mesi) è troppo lunga. Bruno Mellano dei Radicali, al quale pongo la domanda relativamente alla situazione di quello che è il trattamento e la tutela dei diritti, nonché le norme sull'immigrazione, e del "reato di clandestinità" nel resto dell'Europa, risponde sostenendo che loro quando erano al Parlamento europeo, hanno posto la questione alla Commissione Diritti Umani, facendo una battaglia specifica.
L'elemento specifico dell' Europa e la cittadinanza, e purtroppo l' Italia su questo ha aperto la strada ad una degenerazione, però in effetti è vero che (come dice Emma Bonino), rispetto al fenomeno dell'immigrazione, o dei flussi globali fra il sud e l'est del mondo, non ci sono dei paesi che hanno avuto delle risposte adeguate, ma le risposte dell'Italia sono le peggiori, anche rispetto al fatto che si tratta di un Paese con molta costa. Inoltre manca la consapevolezza che queste persone sono una risorsa per il nostro paese, in agricoltura come nei mestieri più umili, loro sono indispensabili, si pensi al lavoro di cura svolto dalle badanti. Dobbiamo interrogarci come sia possibile essere più all'altezza dei nostri principi costituzionali, e delle dichiarazioni universali dell'uomo, per fronteggiare il problema della sicurezza all'interno però di un regime che sia europeo, e rispettoso dei diritti umani.
fonte: Affaritaliani
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mercoledì 25 novembre 2009
La polizia carica un gruppo di donne che manifestava contro le violenze della polizia nei Cie
Avevo raccontato la storia nel 2006, giova ogni tanto rileggerla.
Anche alla luce di quanto è successo oggi in piazza Cadorna a Milano dove un gruppo di donne è stato caricato e preso a manganellate dalla polizia. Le donne manifestavano contro gli stupri che avvengono che sconvolgente frequenza all'interno dei CIE (gli ex CPT dove gli immigrati vengono tenuti anche 18 mesi in attesa di essere identificati). LA causa del tutto è stato uno striscione che denunciava questi abusi da parte della polizia, non essendo stato tolto ha provocato la carica della polizia.
Questo il volantino che veniva distribuito in piazza.
Fonte: www.kuda.tk
Etichette: cie, polizia, violenza, violenza sessuale
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martedì 17 novembre 2009
Violenze sulle donne migranti fuori e dentro i Cie: un dossier di Noi non siamo complici!
E' finalmente possibile scaricare in pdf, dal blog noinonsiamocomplici, il dossier sulle violenze fuori e dentro i Cie contro le donne migranti . Scaricate, stampate, diffondete ...
via Marginalia
Etichette: cie, stupro, violenza sessuale
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martedì 3 novembre 2009
Adel, “mi negano il ritorno in patria perché non ci sono i soldi”
Adel è un ragazzo tunisino di 30 anni. Cinque anni fa, si è allontanato dalla sua famiglia per raggiungere l’Italia. Dopo tanti sacrifici è riuscito a mettere da parte 8 mila euro per il viaggio sperando che un giorno sarebbe tornato più sereno e soddisfatto nel suo Paese.
Con lo sguardo verso l’Europa, insieme ad altre 80 persone è partito dalle coste tunisine. Affrontare il mar mediterraneo e raggiungere le coste della roccaforte europea è l’unica soluzione possibile per ragazzi e ragazze che non hanno altra scelta. Preferiscono rischiare la morte per raggiungere un paese, visto nei loro sogni, democratico. Un paese dove è nato il diritto dell’uomo che evidentemente non è sancito per tutti. Adel durante il viaggio ha visto la gente morire e sprofondare negli abissi del mar Mediterraneo. Quell’inferno è durato tre lunghissimi giorni. Sbarcato a Pantelleria, provato dal viaggio, è stato curato e assistito dagli operatori umanitari che operano nell’isola.
Ha imparato subito la lingua italiana. Si è svegliato dallo stordimento del sogno europeo ed ha iniziato a capire la realtà. Ha intuito subito che era uno dei tanti mostri da sbattere in prima pagina nonostante non fosse un criminale. Trova lavoro a Milano, si impegna a fare carpentiere. Lavora con dovizia e serietà nonostante non avesse nessuna protezione. Si può scordare le prestazioni di assistenza sociale come i trattamenti di invalidità, infortunio sul lavoro e assegni sociali. Non ha un lavoro regolare e non può avere il permesso di soggiorno. Però lavora, fatica e produce per le imprese Italiane. E’ uno strumento di mercato e serve per porre rimedio alle carenze del Paese, fino a quando serve.
Adel non fa altro che faticare durante tutto il giorno. Nel 2007, arriva la prima randellata: un mandato di espulsione. Ma non intende assolutamente lasciare il paese e soprattutto il suo lavoro. Seppur in nero, era un mestiere che gli permetteva di vivere e soddisfare i suoi bisogni. Poi, sperava sempre in una regolarizzazione. I suoi sogni sono stati spezzati un mese fa. Quando Adel è stato fermato dalle Forze dell’ordine e portato immediatamente in caserma per una verifica delle sue generalità. Non ha il permesso di soggiorno e questo può bastare per essere rinchiuso all’interno del centro di identificazione ed espulsione, o meglio, dentro il centro di detenzione di Corso Brunelleschi a Torino.
Ora è deluso e ingannato Adel. Soffre e non capisce come mai sia in carcere. “Questa è una vera e propria prigione. E non capisco perché sono qui dentro. Ho capito che sono clandestino ma perché tutta questa brutalità verso chi viene, da un paese non occidentale, a lavorare?” mi dice Adel contattato telefonicamente.
E’ un mese che vive in detenzione a Torino e non può far altro che raccontare come un fiume in piena la sua quotidianità. “Qui ci sono anche due bambini di 16 anni. Sono piccolissimi, ma perché fa così l’Italia?” mi dice sconsolato. All’interno del centro manca l’acqua calda ed il riscaldamento è spento nonostante la notte muoiono dal freddo, “nessuno ci aiuta. Non puoi chiedere nulla, le medicine non ci sono ed ora molti hanno l’influenza. Sono malati e non c’è un dottore. Ci sbattono qui dentro, non ci visita nessuno.” Racconta che le medicine vengono usate soltanto in un altro modo: “ci mettono qualcosa all’interno del cibo perchè dopo mangiato mi sento sempre fragile”.
Una ventina di giorni fa Adel ha provato un evasione senza successo: “Cerca di capirmi io qui mi spengo piano piano, come posso sopportare queste ingiustizie? E poi anche se ho provato l’evasione perché tutta quella cattiveria contro di me?”. Le tentate evasioni all’interno dei Cie si pagano a caro prezzo: “Sono stato picchiato e portato 4 giorni in galera. Poi, il giudice ha visto le mie pessime condizioni, ha ascoltato il mio racconto e mi ha rilasciato”. Dopo aver “assaggiato” la prigione per la prima volta, è stato portato di nuovo all’interno del Cie di Corso Brunelleschi. “Mi hanno messo in isolamento. Mi hanno picchiato. Succede a tutti così. Non puoi neanche chiedere qualcosa perché se lo fai, ti portano in isolamento, ti ammazzano di botte e poi ti riportano con gli altri.”
Adel mi racconta che ha avuto il coraggio di denunciare le violenze subite. “Io li ho denunciati, il 20 novembre dovrebbe iniziare il processo contro di loro. Sono 10 giorni che non posso camminare, sono tutto gonfio dalle botte.”
“Qui non è Italia, è Guantanamo, forse anche peggio”. E forse per questo motivo Adel ha chiesto di tornare a casa. Sono quasi 5 anni che vive in Italia ed ora non riesce più ad amare questo paese, vuole tornare in Tunisia, “mi manca mia mamma”. Martedì Adel è stato all’ufficio immigrazione ed ha dichiarato la voglia di tornare. L’ufficio immigrazione non ha accettato la richiesta, gli ha negato il ritorno in patria: “Mi hanno detto che non hanno i soldi per comprarmi il biglietto e per questo motivo non posso tornare a casa. Non so se è una bugia ma io ho due bambini a casa e non ho voglia di scherzare. Neanche in America trattano così gli immigrati. Quì i diritti dell’uomo valgono solo a parole. E’ un casino fratello mio”.
fonte: Periodico Itliano
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lunedì 12 ottobre 2009
la Croce Rossa somministra psicofarmaci a immigrati reclusi nei Cie
La Croce Rossa Italiana ha ammesso di somministrare farmaci sedativi e ipnotici agli immigrati trattentui nel centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria a Roma. A rivelarlo è stato G.E., coordinatore medico della Croce Rossa che ha specificato che gli psicofarmaci sarebbero somministrati su espressa richiesta dei detenuti che, comunque, sarebbero "la maggioranza delle persone presenti nella struttura".
Gli "ospiti" della struttura romana hanno confermato le dichiarazioni del dottore ammettendo "non riusciamo a dormire, rinchiusi qua dentro tutto il giorno senza fare nulla, ci fanno impazzire". La somministrazione della terapia è organizzata in tre turni, diversi per gli uomini e per le donne. I farmaci distribuiti variano a seconda dell'orario: durante le ore giornaliere Diazepam (Valium) e Lorazepam (Tavor) mentre alla sera Lormetazepam (Minias). Inoltre, per evitare che i prodotti possano essere rivenduti sul mercato nero, sedativi e ipnotici vengono somministrati in gocce e fatti assumere direttamente in infermeria.
fonte: Peacereporter
martedì 29 settembre 2009
Un video mostra i pestaggi all'interno del Cie di Gradisca d'Isonzo
Siamo in provincia di Gorizia, a due passi dalla frontiera slovena. I fatti risalgono a lunedì scorso, 21 settembre. Ma le prove sono arrivate soltanto ieri. Si tratta di un video girato di nascosto all'interno del Cie e diffuso su Youtube. È un montaggio di riprese fatte con un videofonino. Inizia con un primo piano sul volto tumefatto di un detenuto tunisino. "Guarda il polizia" - ripete indicando l'ematoma sull'occhio. I pantaloni sono ancora imbrattati di sangue. E le gambe segnate dagli ematomi delle manganellate e in parte bendate. Il video prosegue mostrando le gabbie dove gli immigrati sono rinchiusi in attesa di essere espulsi, da ormai più di tre mesi. Ma il pezzo forte arriva alla fine. Si vede un uomo sdraiato a terra, esanime, tiene una mano sull'inguine, ha il volto sanguinante, il sangue ha macchiato anche il pavimento. Nel cortile una squadra di poliziotti e militari in tenuta antisommossa prepara un'altra carica. Dalle camerate si alzano cori di protesta. Ma quando i militari entrano, i detenuti non sanno come difendersi e scappano gridando "No, no!" Ma cosa è successo davvero quel giorno?
È un montaggio di riprese fatte con un videofonino. Inizia con un primo piano sul volto tumefatto di un detenuto tunisino. "Guarda il polizia" - ripete indicando l'ematoma sull'occhio. I pantaloni sono ancora imbrattati di sangue. E le gambe segnate dagli ematomi delle manganellate e in parte bendate. Il video prosegue mostrando le gabbie dove gli immigrati sono rinchiusi in attesa di essere espulsi, da ormai più di tre mesi. Ma il pezzo forte arriva alla fine. Si vede un uomo sdraiato a terra, esanime, tiene una mano sull'inguine, ha il volto sanguinante, il sangue ha macchiato anche il pavimento. Nel cortile una squadra di poliziotti e militari in tenuta antisommossa prepara un'altra carica. Dalle camerate si alzano cori di protesta. Ma quando i militari entrano, i detenuti non sanno come difendersi e scappano gridando "No, no!" Ma cosa è successo davvero quel giorno?
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Abbiamo fatto le stesse domane a un detenuto di Gradisca. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente. Per motivi di sicurezza non sveleremo la sua identità. Questa persona, non soltanto ci ha confermato che il video era stato girato in quei giorni. Ma ci ha anche descritto nel dettaglio il tipo di ferite che si vedono nelle riprese. La sua versione dei fatti coincide con quella della Prefettura per quanto riguarda il fallito tentativo di evasione la notte e il rientro pacifico nelle camerate all'alba. Il resto però è tutta un'altra storia. Alle 13.00 sarebbe iniziata una irrispettosa perquisizione. "Hanno rotto i carica batterie dei telefoni, a alcuni hanno tagliato i vestiti, e in una camerata hanno strappato un Corano". Un gesto quest'ultimo che avrebbe provocato l'ira dei detenuti, che hanno cominciato a inveire contro la polizia. "In una camerata hanno rotto le finestre e cominciato a lanciare cose". Finché polizia e militari hanno deciso la carica. Nelle camerate numero tre, due e sei. Alla fine della rivolta, secondo il nostro testimone, 12 persone sarebbero finite in ospedale. E in ospedale tornerà il detenuto tunisino con l'occhio tumefatto. Lunedì ha un appuntamento per un'operazione, all'ospedale di Udine. Chi ha ragione? La Prefettura? I detenuti? È presto per dirlo. Anche perché i detenuti vittime delle violenze si sono detti pronti a sporgere denuncia. E in quel caso sarebbe un giudice ad avere l'ultima parola.
fonte: Peacereporter
giovedì 21 maggio 2009
I Cie sono lager
Esatto: era proprio quel che in tanti abbiamo cercato di far sapere per anni: i Cie [Centri di identificazione ed espulsione, di permanenza temporanea quando i pudichi Livia Turco e Giorgio Napoletano li crearono] sono dei lager. In quello romano di Ponte Galeria, ad esempio, come raccontano i consiglieri regionali che lo hanno visitato la scorsa settimana [tra loro la nostra Anna Pizzo, che ne scrive su Carta in uscita venerdì], la condizioni di detenzione dei «trattenuti» – è la dizione ufficiale – e l’incertezza sul loro futuro sono tali che prima un algerino vi è morto senza che per una notte, hanno detto i compagni di lager, ci si preoccupasse di dargli le cure necessarie; poi una donna tunisina, che viveva in Italia da trent’anni e che era stata espulsa verso un paese a lei ormai estraneo, si è suicidata.
Alla Asl che ha la competenza territoriale è stato impedito di entrare, perché – ha detto il nuovo direttore ai consiglieri regionali – il posto è «secretato», termine che fa correre un brivido lungo la schiena a chi abbia vissuto la stagione delle stragi, da Ustica a Bologna, ecc. Il direttore è nuovo perché il precedente è stato discretamente rimosso, dopo le due morti nel lager: oltre al resto, correva voce che costui ricoprisse nello stesso momento gli incarichi di medico della Polizia di Stato e di direttore del Centro per conto della Croce rossa, con relativi doppi emolumenti e soprattutto sguazzando in un evidente conflitto di interessi. Dettaglio tipico dello stile berlusconiano, feroce e clownesco.
Il quale appunto, come i socialisti della famosa rubrica di Cuore, ha la faccia come il culo [scusate la parola volgare: Berlusconi intendo]. I Cie dunque sono lager, spericolata affermazione che dovrebbe spingere alle dimissioni il ministro Maroni, non fosse che lo scopo del suo capo è di dire che i lager non devono più essere nel territorio patrio, bensì in Libia, dove evidentemente non saranno più lager, considerata l’umanità con cui le polizie di Gheddafi trattano migranti e rifugiati. Sarebbe abbondantemente documentato il contrario, ossia che i disgraziati subiscono violenze, sevizie, detenzioni inumane, stupri, sfruttamento selvaggio, disprezzo e razzismo [e non lo dice più solo un piccolo giornale tendenzioso e bugiardo come il nostro o il film autoprodotto «Come un uomo sulla terra», ma il Corriere della Sera, la Repubblica, ecc.], eppure c’è chi crede talmente alla «fiction» trasmessa a reti unificate da offrire a Gheddafi la laurea honoris causa in legge. Accade a Sassari, dove il rettore, Maida, si dice su discreta pressione del sardo Pisanu, ha in pratica imposto alla facoltà di legge l’insana decisione, provocando per altro repulsione e ribellione.
Siamo in attesa di ascoltare la «lectio magistralis» con cui il dittatore libico accetterà la laurea. Magari ci spiegherà in che modo il diritto internazionale consenta deportazioni in massa di gruppi di persone la metà delle quali – dice l’Onu – ha il diritto a presentare domanda di asilo. Da quel che dicono Gasparri e Cicchitto non l’abbiamo capito. Ed è per questo, per approfondire, che Carta in edicola da venerdì non si occupa solo di quel che accade in Italia, ma compie una escursione negli Stati uniti, dove i lager, il «reato di clandestinità», i «respingimenti alla frontiera», in generale la colpevolizzazione di intere categorie sociali [prima i cinesi, poi gli italiani, da ultimo i «latinos»] sono esiti di una lunga storia di razzismo differenzialista legalmente stabilito. Con almeno una differenza decisiva, fin qui: quando George W. Bush tentò di imporre un suo «pacchetto sicurezza» in cui l’essere senza documenti diventata reato, così come aiutare, in un ospedale, in una scuola o in una chiesa, gli «undocumented», milioni di «latinos», principalmente messicani, inondarono le strade e impedirono il varo della legge. Bene, nei prossimi giorni a Milano e a Roma si terranno manifestazioni di migranti: speriamo sia l’inizio di una nuova stagione.
fonte: Carta
Etichette: cie, cpt, deportazioni, libia, rifugiati politici
Pubblicato da AdminK alle 09:53 0 commenti