perchè questo blog?

L'Italia è diventata da anni paese di immigrazione ma da qualche tempo si registra un crescere di fenomeni di razzismo. Dopo la morte di Abdul, ucciso a Milano il 14 settembre 2008, ho deciso che oltre al mio blog personale avrei provato a tenere traccia di tutti quei fenomeni di razzismo che appaiono sulla stampa nazionale. Spero che presto questo blog diventi inutile...


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mercoledì 8 febbraio 2012

Genova, studentessa colombiana massacrata di botte per aver reagito a una pallonata in faccia

L'hanno massacrata di botte dopo che lei si era rifiutata di «fare quattro tiri a calcio» con loro. Per questo le hanno prima tirato una pallonata in faccia poi, di fronte alle sue proteste, l'hanno presa a calci e pugni lasciandola a terra con una gamba rotta. È successo lo notte scorsa in piazza Caricamento, nel centro storico di Genova, una delle zone più frequentate da cittadini stranieri, vittima una studentessa colombiana di 24 anni. L'aggressione. La giovane ha denunciato alla polizia che stava transitando nella piazza quando è stata avvicinata da quattro giovani con un pallone. «Avevano circa vent'anni ed erano stranieri - ha detto agli agenti -. Mi hanno chiesto se volevo giocare con loro, ma io ho rifiutato e ho cercato di allontanarmi». Senonchè uno di loro, in segno di derisione, ha tirato una pallonata contro di lei che l'ha colpita in faccia. A quel punto la studentessa, sempre stando alla sua denuncia, si è girata e ha protestato. Ma invece delle scuse ha ricevuto calci e pugni: i quattro le si sono avventati contro e l'hanno massacrata di botte, colpendola con calci e pugni e lasciandola a terra con una gamba rotta. I soccorsi. In soccorso della colombiana sono intervenuti alcuni passanti tra cui lo stesso fidanzato della giovane. La sudamericana è stata trasportata al pronto soccorso dell'ospedale Galliera, dove le è stata diagnosticata la rottura della tibia e del perone, e una prognosi di 30 giorni. La polizia sta cercando di risalire ai quattro giovani autori del pestaggio. fonte: il Mattino

martedì 2 marzo 2010

«Io, costretta a togliermi il velo in classe»

«Una situazione allucinante»: è tagliente S.H., studentessa del Golgi che preferisce non dire il nome «perché già a scuola mi trovo male, figuriamoci se qualcuno legge queste parole». Senegalese, da 7 anni in Italia, vive a Lonato e studia a Brescia; è in corteo assieme a una compagna di classe e connazionale «perché gli altri sono entrati, a scuola non se ne è neppure parlato».
«La cosa più difficile? Il velo: a scuola sono costretta a toglierlo. È ancor peggio che del colore della pelle: portare il velo mi è impossibile e questo mi addolora perché ci tengo ai valori della mia religione che però riesco a onorare solo in famiglia». S.H racconta che «i compagni di scuola non sanno nulla delle mie tradizioni religiose ma si permettono di giudicare e i professori arrivano a dire che l'Islam è sbagliato e che sarebbe da eliminare dalla faccia della terra. Ora mi sono abituata e a scuola tolgo il velo, ma è una sofferenza».
Meno drammatica la situazione di Ali Waqas, 18 anni, studente dello Sraffa, origini pachistane, da 7 anni a Brescia: «A scuola non mi trovo male, anche se a volte ci sono comportamenti razzisti, soprattutto quando i media raccontano fatti di cronaca nera compiuti da stranieri». Pensi che se fossi una ragazza avresti più problemi con gli italiani? «No, sarebbe lo stesso», e poi aggiunge: «Dello sciopero di oggi non ne ho parlato in classe, gli insegnati non lo sapevano». «Professori e studenti non hanno capito l'importanza di questa giornata» aggiunge Akram Harrane, di origini marocchine, alunno della Scuola Bottega e a Brescia da 5 anni «e poi nessuno lo sapeva, l'ho dovuto spiegare io che lo so perché ascolto Radio Onda D'Urto».
Daniele Codeglia viene dalla Bolivia, vive a Brescia da 15 anni e frequenta il liceo Leonardo. Non sa dire quante persone abbiano scioperato nella sua scuola, dove «non se ne è parlato». A scuola e fuori non ha mai vissuto sulla proprie pelle episodi di razzismo: «Io sono cittadino del mondo, né boliviano né italiano».
OLTRE AGLI STUDENTI delle superiori in piazza anche tanti scolari, per lo più portati dai genitori: Ester Rubiano, 8 anni, tiene stretto un palloncino giallo: «Non so perché me lo hanno regalato» ammette, ma suo padre, Riccardo, di origini colombiane e a Brescia da 17 anni, le spiega subito che è un simbolo contro il razzismo: «Sono qui perché sono straniero - dice - anche se non mi sento tale. In tanti anni che vivo in questa città l'ho vista cambiare, diventare più chiusa». Katia De Col, 39 anni, italiana, lavoratrice nel pubblico impiego, ha scioperato ed è venuta in piazza con i suoi due figli adolescenti: «Ne ho parlato tanto con loro e con i loro amici, abbiamo capito l'importanza di esserci e soprattutto di manifestare la gratitudine a delle persone che vengono qui e ci arricchiscono sia economicamente, lavorando per noi, sia culturalmente».
Anche Ramona Parenzan, mediatrice culturale, lavoratrice per una cooperativa, ha scioperato «assieme ai miei capi: lavorando con gli stranieri è stato un sentimento condiviso». Ramona è autrice di saggi e spettacoli sull'immigrazione: «Conosco tanti scrittori della cosiddetta letteratura migrante, che su facebook sono stati molti attivi nel promuovere questa giornata».
Arfane Jhadija, cinquantenne di origini marocchine, studia italiano e ha saputo dell'iniziativa dalla sua insegnante di lingua, che le sta a fianco e l'aiuta nell'intervista. In Italia da 5 anni, la donna ha vissuto a San Colombano e solo da 4 mesi a Brescia: «È meglio in città - ammette - per tutto, anche se nemmeno qui riesco a trovare lavoro».
UNA GIORNATA che prosegue tutto il giorno con lo sciopero della spesa ma anche in serata, quando allo spettacolo organizzato dall'associazione Amicicompliciamanti, viene letto un comunicato «perchè - spiega Claudio Simeone, storico animatore dell'associazione - siamo convinti che questo è un giorno speciale: i nostri nuovi concittadini ci hanno ricordato la loro presenza attraverso la loro assenza. Si sono fermati non per ferie o aumenti di salario, soltanto per chiedere il riconoscimento dei loro diritti. Ci sembra opportuno fermarci qualche attimo per riflettere; anche a teatro, luogo del gioco ma anche della memoria e della riflessione. A noi piace condividere i doveri, ma anche i diritti».

fonte: BresciaOggi

mercoledì 10 febbraio 2010

Milano, clochard aggredito con la spranga ora è in gravissime condizioni al Policlinico

Un clochard di 65 anni di origine colombiana è ricoverato in condizioni molto gravi al Policlinico, a Milano, dopo essere stato colpito alla testa con una spranga nel corso di un'aggressione avvenuta nelle prime ore di questa mattina. L'uomo, Alfonso R.M., incensurato è stato trovato esanime e con una profonda ferita alla testa intorno alle 4.15 in una cabina telefonica di piazzale Cantore, angolo corso Genova, da un dipendente dell'Ansa che ha chiamato il 112. Il clochard è stato trasportato in codice rosso da un mezzo del 118 al Policlinico, dove l'è stato operato d'urgenza per una frattura scomposta del cranio con conseguente emorragia cerebrale.

Poco distante dalla cabina telefonica, da tempo trasformata dall'uomo nel suo giaciglio notturno, i carabinieri hanno rinvenuto un tubo di ferro che potrebbe essere l'oggetto contundente utilizzato nel corso della probabile aggressione. Secondo i primi accertamenti, sembrerebbe che il 65enne sia stato colpito con un solo e violentissimo colpo. I militari stanno acquisendo i filmati delle diverse telecamere di sicurezza presenti in zona per individuare l'eventuale aggressore del senza fissa dimora, conosciuto in zona come una persona tranquilla che non aveva mai dato disturbo. Oltre alla ferita al capo l'uomo non presentava altri segni di aggressione e sembra non essere stato vittima di una rapina.

fonte: Repubblica

domenica 13 settembre 2009

"Straniero, vai via" Violenza sul treno Ciampino-Termini

Nuova aggressione a sfondo razzista. A farne le spese un italo-venezuelano insultato sul treno Ciampino-Roma intorno alle 9.30 di martedì scorso. R. B., 43 anni, di madre colombiana e padre italiano, mediatore interculturale, stava chiedendo al controllore di bordo il numero di telefono delle Ferrovie dello Stato per segnalare il guasto delle obliteratrici e per denunciare il mancato funzionamento degli schermi video con gli orari di arrivi e partenze. A questo punto, un uomo di circa 45 anni ha cominciato a interrogare il passeggero sulle proprie origini e con fare minaccioso e ad alta voce ha iniziato a inveire e ad apostrofarlo: «Straniero di m..., torna a raccogliere banane». Pochi minuti dopo, giunto a Roma Termini, l´italo-venezuelano ha cercato di allontanarsi, ma l´uomo lo ha inseguito lungo i binari per oltre cento metri, continuando a insultarlo e a minacciarlo. Fortunatamente la situazione non è degenerata. Richiamati dalle grida sono intervenuti due agenti della Polizia Ferroviaria e una testimone oculare si è offerta volontariamente di fornire testimonianza sull´accaduto. Sia l´italo-venezuelano che l´aggressore sono stati accompagnati nel comando polizia della Stazione Termini, dove la vittima della vicenda ha esposto denuncia per subita aggressione a sfondo razzista.

fonte: Espresso

mercoledì 29 luglio 2009

Marisa, quel parto in extremis "Rischiava di nascere in casa"

Marisa, che voleva partorire in casa per timore del decreto-sicurezza, alla fine si è presentata all´ospedale San Martino. E´ successo dieci giorni fa, ventiquattr´ore dopo il termine fissato dal suo ginecologo. Il piccolo Marco, nato dopo un cesareo, è in gran forma. E´ tornato a casa con mamma e papà, a Borgoratti. Che felicità. «Ma fino all´ultimo ero terrorizzata. Poi ho parlato con l´avvocato, mi ha detto che la nuova legge non era ancora stata firmata dal presidente della Repubblica. Mi sono fidata. Ma se Marco fosse nato un mese più tardi, sarei rimasta chiusa in casa».

Marisa, di origine colombiana, è sposata con un connazionale che fa il muratore. Accudisce da cinque anni un anziano genovese, non ha il permesso di soggiorno. Si fidava del suo medico, ma temeva di presentarsi in ospedale. Le avevano detto che rischiava di essere denunciata, perché anche i dottori sono pubblici ufficiali, che l´avrebbero rimandata al suo paese ma che soprattutto le avrebbero tolto il neonato. Marisa aveva deciso di partorire in casa, facendosi aiutare da un´amica ecuadoriana e da una vicina di casa che fa l´infermiera. Repubblica aveva raccontato la sua storia l´8 luglio scorso. Una storia a lieto fine, per fortuna.

Ma ce ne sono decine di altre, forse centinaia, che dall´8 agosto rischiano di finire diversamente. Ce ne hanno raccontate due, drammaticamente simili. La prima è quella di Wissal, una giovane marocchina che vive nel Centro storico, e lavora in nero come collaboratrice domestica e lavascale per una ditta di pulizie.

Wissal ha 26 anni ed aveva raggiunto in Italia il fidanzato, un connazionale che faceva il cameriere ed aveva un regolare permesso di soggiorno. Lui l´ha lasciata all´inizio dell´anno, quando lei gli ha detto che aspettava un bambino. Wissal non ne sa più nulla e il dolore è stato così forte che non le importa più. Ma ha deciso di tenere il bambino. Si è rivolta ad un legale genovese, chiedendo aiuto perché aveva saputo del decreto-sicurezza e temeva che le portassero via il piccolo. Ha molta fiducia in un medico, incontrato in un ambulatorio: il dottore ha seguito tutta la gravidanza e non smette di tranquillizzarla. «Mi ha detto di non preoccuparmi, perché nessun medico genovese mi denuncerà mai», spiega Wissal. «Lo so che lui è una persona buona, ma io non so chi ci sarà con lui il giorno del parto. No, ho troppa paura. Il bambino nascerà in casa, c´è un´amica pronta ad ospitarmi. E magari chiederò al mio medico di assistermi».

fonte: Repubblica

venerdì 27 febbraio 2009

Ancona, donna (italiana?) tenta di rapire bambino colombiano

Una donna ha cercato di rapire un bimbo colombiano di circa un anno nel centro di Ancona, ma è stata bloccata dalla madre e si è poi allontanata a bordo di un'auto con un complice. Il fatto è avvenuto intorno alle 12:15, nei pressi degli uffici finanziari, all'angolo tra via Palestro e via Simeoni.

LA DINAMICA - La madre, una 35enne colombiana, aveva lasciato il figlio nel seggiolino sul sedile anteriore della sua vettura, con un'amica in piedi fuori l'auto. A quel punto una sconosciuta, dell'apparente età di 30-40 anni, con i capelli biondi e lisci, si è avvicinata al bambino e ha cominciato a vezzeggiarlo. Poi, con un movimento fulmineo, lo ha sfilato dal seggiolino e ha cercato di portarlo via, mentre l'amica della madre cominciava a urlare. La colombiana, uscita dagli uffici, ha bloccato la sconosciuta e recuperato il piccolo. La donna bionda si è poi allontanata a bordo di una vettura grigia, dove l'attendeva un complice. L'auto era parcheggiata a qualche centinaio di metri di distanza. Sull'episodio, al quale hanno assistito vari testimoni, indaga la Squadra Mobile di Ancona.

fonte: il corriere (ma il titolo è stato corretto!)